Perduto nel deserto

Haaretz.com
12.11.2009

 http://www.haaretz.com/hasen/spages/1125886.html 

“Perduto nel deserto”

 di Ilana Hammerman
  

“La prigione è situata in mezzo alle dune di Halutza, nel Negev nord-occidentale, vicino ai confini con l’Egitto, e si estende su una superficie di 400.000 mq……Dall’esterno, la prigione assomiglia a una specie di enorme castello nel cuore del deserto, dipinto con colori mimetici. La vasta superficie interna contiene dei recinti di grandi tende e le ali di calcestruzzo sono cinte da torri che si ergono sopra la superficie della prigione.”

 Dal sito web del Servizio Carcerario di Israele, Organizzazione Nazionale di Detenzione (Ebraica).




Alcuni anni fa, insieme a colleghi di lavoro, visitai Nitzana, una comunità rurale educativa che era stata fondate nel 1987 da Arie (Lova) Eliav. Vi giungemmo dopo un lungo viaggio da Tel Aviv e il fondatore in persona ci mostrò i dintorni. Ad un certo punto, in un luogo desolato non lontano da Nitzana, Eliav ordinò al conducente di fermarsi per permettergli di mostrarci la regione. Ce ne restammo là scrutando il deserto, con i nostri occhi che seguivano il suo braccio teso a scovare segni di vita e di attività nascoste alla nostra vista, ma a lui noti. Lova Eliav, questo uomo  forte e instancabile che aveva avuto la forza interiore di fondare tra tutti i siti possibili proprio qui un istituto didattico, ha una grande familiarità con queste remote distese aride.
E difatti, ora il mio sguardo notava il verde della cima degli alberi e forse di altri arbusti e piante che erano attestate in un angolo di Nitzana ove il deserto era stato fatto fiorire. Provai qualche incertezza, lottai contro me stessa, percepii che la tensione si faceva sentire dentro di me, tuttavia alla fine, indicai un’altra direzione e chiesi a Eliav se fosse possibile vedere da quel punto l’immenso campo di detenzione di Ketziot – prossimo a Nitzana, inaugurato un anno dopo che era stata fondata la comunità, e dove proprio in questo momento, erano incarcerate migliaia di persone, centinaia delle quale senza aver subito alcun processo. Scese un silenzio imbarazzato. Nessuno rispose. Penso che Eliav abbia borbottato qualche parola sul suo grande coinvolgimento a favore della pace. Probabilmente percepii una fitta nel mio cuore per come avevo ferito questo idealista giurato di 80 anni che tanto lavoro aveva fatto per giuste cause. 

Il campo di Ketziot non lo si poteva vedere da dove noi eravamo, anche se era molto vicino. I colori mimetici lo nascondevano bene, e forse anche i dossi di terra che erano stati realizzati per lo stesso scopo. Così che, anche se noi ci fossimo fermati un poco prima sulla autostrada 211, nel deserto, all’incrocio che precede la curva per Nitzana, sarebbe stato probabilmente difficile per noi vederlo;  noi avremmo notato solo il cartello. No, neppure l’insegna, in quanto essa venne installata dopo il nostro viaggio, nel periodo in cui la struttura della prigione venne ceduta dall’Esercito alla Organizzazione Carceraria Nazionale. Comunque, il cartello è decisamente chiaro, non è affatto camuffato: in bianco e blue esso indica “Prigione di Ketziot”. 

Il taxi nel quale avevo viaggiato non molto tempo fa, il 29 di settembre di quest’anno, non procedette fino a Nitzana, ma all’insegna chiara svoltò a sinistra. Superato un misero chiosco stradale ed una stazione per il gas abbandonata, la vista può intravedere il lungo muro di cemento, dipinto con i colori del deserto; il filo spinato sulla cima, le torri di cemento che si profilano al di sopra, i numerosi cavi elettrici che si allungano da lì in tutte le direzioni fra i poli elettrici e forse anche altri dispositivi di finalità sconosciuta. Questo è tutto.  Perfino da vicino non si è in grado di vedere di più di tutto questo: non le grandi tende e neppure le strutture di cemento. L’autista raccontò che la settimana precedente, essendo quella l’ultima volta in cui lui era stato qui, avevano aggiunto un altro bastione di terra per  celare il sito. Guarda, disse puntando un dito, perfino il bulldozer è ancora qui. 

Il mio taxi si fermò vicino a un reticolato di filo spinato con un cartello scritto in ebraico e in arabo che dava il benvenuto ai visitatori del Tribunale Militare di Ketziot e che avvertiva che questo era l’ingresso riservato agli avvocati. Oltre l’ingresso, nascosto dietro a un’accozzaglia di brutte pareti, ma animato da una pianta rampicante di un verde intenso, il mio amico Adnan, che fin dall’agosto 2008 è trattenuto qui in detenzione amministrativa – incarcerazione senza processo – è in attesa di un’altra udienza in relazione alla sua causa. Io desideravo moltissimo vedere non solo lui ma anche gli occhiali che gli avevo inviato alcuni mesi prima. Non li avevo ancora visti appesi al suo naso. Riavuti indietro, chiesi il permesso di visitarlo e di porgergli gli occhiali di persona, ma la mia richiesta venne respinta secondo un testo noioso, ma molto chiaro: 

“1. La sua richiesta è stata esaminata dal personale della prigione di Ketziot, per rilevare che un detenuto amministrativo ha il permesso di ricevere solo visite di familiari. 

“2. Alla luce di quanto sopra e dopo consultazione con il personale pertinente, è stato deciso di non permettere che il detenuto riceva una visita da qualcuno che non fa parte della sua famiglia. 

“3. Per vostra informazione.” 

Così dovetti spedirgli gli occhiali con altri mezzi. Questo è ciò che accadde.
 

Numero 2, potrebbe essere 2.5

 

Adnan è miope, e i suoi occhiali si ruppero mentre era il prigione. “La struttura,” secondo il sito web dell’Organizzazione Carceraria Nazionale, “ha un’unità sanitaria che comprende un gruppo di medici, dentisti e paramedici che forniscono il trattamento sanitario ai prigionieri.” Dato che questa unità sanitaria sembra non includa un oculista, non c’è stato nessuno che potesse fare un controllo alla vista di Adnan e fare la prescrizione per gli occhiali. “Penso di aver bisogno del numero 2, ma potrebbe essere anche 2,5”, mi informò.

Mi recai nel negozio di un eccellente vecchio ottico, del quale sono una cliente e interpellai il proprietario ricco di esperienze: “Che cosa suggerisci, 2 o 2,5?” “Come credi che possa saperlo?” domandò – deve venire di persona”. Gli spiegai che la persona era in carcere. L’ottico fu preso in contropiede e stette in silenzio per un po’. Poi rispose dicendo che perfino così, lui non sarebbe stato in grado di dirmelo – non sarebbe stato professionale. Così che azzardai un due e mezzo. “Bene,” aggiunse.”Che cosa può dirmi a proposito dell’astigmatismo?”, domandò. Sull’istante decisi che non c’era e gli domandai di aiutarmi nello scegliere una montatura, una montatura alla moda per un uomo di 35 anni. 

Scelsi una montatura di metallo che era in parte tonda in parte quadrata che costava 420 NIS, e lenti anti-abrasione.  Due giorni dopo, andai a prendere gli occhiali, nel loro resistente astuccio nero, che li avrebbe protetti durante il lungo viaggio fin nel cuore del deserto, insieme a un soffice panno viola per pulire le lenti. La mattina del 19 febbraio 2009 spedii gli occhiali tramite il Fast Express Service delle poste israeliane, all’avvocato di Adnan di Tel Aviv, che entro tre giorni si sarebbe recato a Ketziot per presenziare nel “Tribunale Militare per gli Affari Amministrativi” al “controllo giurisdizionale” per il caso di Adnan. 

Il lettore dovrebbe sapere che ogni ordine di detenzione amministrativa comporta un’udienza, nota come “controllo giurisdizionale”  sotto l’egida di un giudice militare. Per quanto riguarda il valore legale di questo controllo, potrà risultare un po’ più chiaro da quanto  verrà riportato più avanti 

L’avvocato portò gli occhiali nel campo di detenzione nel cuore del deserto. Ma gli occhiali non poterono giungere fin sul naso di Adnan. Dato che oltre le porte del tribunale militare l’avvocato ebbe il divieto assoluto di  introdurli. Le venne detto che per il caso esiste una procedura standard, ma che non è stata attuata: Il prigioniero deve presentare una speciale richiesta scritta al guardiano. Così gli occhiali ritornarono a Tel Aviv. Adnan presentò la richiesta. 

Qualche tempo dopo, l’avvocato ricorse in appello per l’arresto di Adnan e venne fissata un’altra udienza, questa in un tribunale che per tale motivo viene definito “Tribunale Militare per gli Appelli delle Detenzioni Amministrative”. L’avvocato si recò nuovamente a Ketziot e con lei gli occhiali. Questa volta gli occhiali riuscirono ad entrare nella stanza del tribunale, ma il personale del Servizio Carcerario Israeliano non permise che essi fossero consegnati ad Adnan. La richiesta era stata debitamente presentata al guardiano, ma non ci fu alcuna risposta. Gli occhiali se ne stettero  tra le mani dell’avvocato e Adnan li guardò con occhi miopi ed imploranti. La IPS (Israel Prison Service) aveva deliberato: No! 

Di fronte a quel No! non poté servire neppure il tentativo di persuasione del giudice che si era raccomandato che gli occhiali fossero consegnati ad Adnan. Questo particolare, il No!, fa comprendere la natura della gente che istituisce un sistema legale di tal genere; è un particolare da poco, forse, certamente non fondamentale, ma neppure insignificante. In effetti, fu a causa di questo piccolo particolare che il prigioniero, in genere riservato, perse il controllo, si alzò in piedi accanto al banco, agitò le sue braccia e disse che gli era molto difficile di proseguire senza occhiali. Egli protestò, urlò e domandò  che gli venissero consegnati subito gli occhiali. Invano. Dopo l’udienza, il prigioniero venne posto in isolamento confinario per il proprio scatto d’ira. Egli trascorse quattro giorni in un buco piccolo, freddo, sporco. L’avvocato se ne tornò a Tel Aviv con gli occhiali nella sua borsa. 

Un uccello del deserto.

 

Dato che l’appello venne respinto e la detenzione di Adnan venne estesa amministrativamente di altri sei mesi, non venne fissata alcuna udienza nel prossimo futuro. Così mi recai a casa dall’avvocato per ricuperare gli occhiali e riportarli a Gerusalemme. Ora la mia intenzione era quella di consegnarli alla sua famiglia nel campo profughi di Deheisheh, vicino a Bethlehem, in modo tale che qualcuno della famiglia che ricevesse un giorno il permesso di visitare Adnan gli avrebbe potuto consegnare gli occhiali. Non è assolutamente facile ottenere un permesso per una visita di quel tipo, in quanto il campo di detenzione è situato, in totale violazione della legge internazionale, molto all’interno di Israele,  mentre gli abitanti di Deheisheh, come la maggior parte dei parenti dei prigionieri, non sono in grado di entrare in territorio israeliano. Così si potrebbe desumere che la risposta del guardiano sarebbe giunta prima che qualcuno della famiglia fosse in grado di fargli visita.

 

Cosa inconsueta, tuttavia, non trascorse molto tempo prima che venisse fissata una visita ad Adnan, per cui dovetti darmi da fare per portare gli occhiali a Deheisheh. Ma, d’altro canto, dato che nessuno proveniente da Deheisheh ha l’autorizzazione a entrare a Gerusalemme, ebbi l’idea di cambiare la seconda parte della mia escursione settimanale in bicicletta per portare gli occhiali allo svincolo di Beit Jala, sulla autostrada 60, un luogo al quale potevamo giungere entrambi, sia io che loro.

 

Era una giornata invernale chiara e piacevole. Gli occhiali erano contenuti in un astuccio nero  e viaggiavano insieme a me attraverso un luogo panoramicamente stupendo, in mezzo a colline boscose in fiore per le piante invernali, su verso Bar Giora, giù in direzione di Beit Shemesh e ancora su per Tzur Hadassah. Da là avevo programmato di continuare lungo l’autostrada 375, oltrepassare la colonia ultra-ortodossa di Betar Illit e il villaggio palestinese di Husan e poi incrociare l’autostrada 60 vicino a Bethlehem e ai suoi dintorni che sono completamente nascosti dietro ad un muro di pietra alto e decorativo.

 

Ma prima che giungessi alle colline di Tzur Hadassas, le volte del cielo  si erano chiuse, una fine pioggia fredda stava cadendo e una pesante nebbia rinchiuse il mondo attorno a me. I deliziosi tetti di mattonelle rosse di Tzur Hadassah erano scomparsi e così pure il rosso cartello che avverte: “Cari cittadini!!!! Per paura che voi lo facciate per errore/contro la vostra volontà di entrare nell’area dell’Autorità Palestinese, che è interdetta agli israeliani, i soldati al posto di controllo hanno preso nota dei vostri particolari e di quelli della vostra auto – Augurandovi un viaggio bello e sicuro, i Quartiergenerali delle IDP, Ayosh [Regione della Giudea e della Samaria]”

 

Veramente, perfino lo stesso posto di controllo era scomparso. Pur invisibile era la larga insegna di pietra che dava il benvenuto ai visitatori della città della Torah e Hasidism [pietismo cassidico,n.d.t.] nelle colline della Giudea, e pure andato era l’intero villaggio di Husan, sul lato opposto, che in ogni caso non aveva alcuna insegna di benvenuto per coloro che desiderano visitare le sue case e moschee, e in effetti il suo nome autentico è stato sfregiato dalla verde insegna sulla strada. Ma se non fosse stato per la nebbia, le case e i minareti si sarebbero profilate verso l’alto dietro gli alti reticolati metallici, i quali è possibile che siano tre volte l’altezza media di una persona e vennero costruiti come protezione contro le pietre che talvolta venivano lanciate contro un auto che passa sulla strada. L’intero terreno ostile e conflittuale, insieme alla vista delle sue colline e delle sue numerose piaghe era scomparso. Me ne tornai indietro. Gli occhiali se ne ritornarono in bici con me e giunsero a casa mia sani e asciutti – neppure il panno viola si bagnò.

 

Trascorsa qualche settimana o poco più, gli occhiali furono consegnati ad amici di Adnan e successivamente a componenti della famiglia, ai quali era pure proibito recapitarglieli. Successivamente essi vennero dati a qualcuno che sarebbe andato a fare visita ad un altro prigioniero di Deheisheh. A questo visitatore , sconosciuto a tutti, venne concesso il permesso di dare gli occhiali alle guardie, che li avrebbero trasmessi ad Adnan. La favola degli occhiali era giunta alla fine.

 

Nel frattempo, l’inverno se ne andò, giunse la primavera e pure l’estate stava quasi terminando, e Adnan era ancora incarcerato senza processo a Ketziot. Ma ora egli poteva vedere e leggere comodamente e perfino meglio, le sue condizioni di detenzione migliorarono. Alcune settimane fa, egli venne spostato dalla tenda nella quale era stato stipato insieme ad altri 20  prigionieri circa e dove egli si era congelato durante le fredde notti d’inverno e riarso in estate come se  fosse in una pentola, come diceva lui, in una capanna dove era detenuto con solo altre sette persone e dove ogni due prigionieri c’era un ventilatore!

 

“Eppure, sembri un po’ livido,” gli dissi. “Perché sono stato seriamente influenzato, rispose. Quasi due settimane.” ”Influenza suina?” Chiesi presa dal panico, allontanando un poco la bocca dal piccolo foro circolare per l’ascolto sul divisorio trasparente che ci separava. “No, ride, influenza da reclusione, ed ora mi sento bene. Non ti preoccupare.”

 

Mi avvicinai ulteriormente e distesi la mia mano sul divisorio, per incontrare la sua mano appiattita sull’altro lato. Una specie di stretta di mano. Lui fa per me l’elenco del suo programma giornaliero: sveglia alle 6:30, attività fisica fino alle 8, poi colazione, quindi lettura e/o studio di gruppo, pranzo, cena, dormire. Tre appelli, due brevi, a gruppi di dieci, uno un po’ più lungo, per nome. Si, nomi, non numeri. I prigionieri non sono più chiamati per numero. “Condizioni buone,” gli dico. “sembra quasi una stazione climatica. Proprio come viene descritta dai nostri giornali.”

 

A tutto ciò lui replica con un’allegoria, perché ad Adnan piace esprimersi per immagini ed allegorie: ” Prendi un uccellino da questo deserto senza risorse e offrigli di vivere tra  rami di alberi di un fresco boschetto sulle colline della Giudea. Credi forse che l’uccellino lo accetterà? No, lui vuole vivere nel suo ambiente naturale, con gli uccelli suoi amici. Lo stesso è per me: io desidero vivere nel mio ambiente. Voglio andare a casa, a casa, voglio essere libero, è di già abbastanza, non ho più la forza per le prigioni. O che almeno provino a giudicarmi, così saprò perché sono in detenzione e anche per quanto tempo me ne starò qui. La cosa peggiore è pensare che potrei perfino essere trattenuto qui per sempre.”

 Esposto in segreto. 

Stavamo seduti l’uno di fronte all’altro in una stanza all’interno della struttura della Corte militare di Ketziot, con la possibilità di parlare liberamente, la guardia silenziosa che stava dietro ad Adnan non ci guardava neppure, forse si era addormentata. Con soddisfazione scrutavo gli occhiali su naso di Adnan e rammentavo i loro viaggi invernali; è già da 13 mesi che se ne sta qui, pensai con tristezza. Il vento che soffiava tra le mattonelle pulite del pavimento dove successivamente ho accompagnato Adnan e la sua guardia sulla via del tribunale militare mostrava già cenni di caduta.

 

Adnan venne portato al suo posto, “una specie di enorme castello nel cuore del deserto”, a seguito della decisione formulata dal comandante militare  come segue: “Sotto la mia autorità secondo il Par.1 dell’Ordine Concernente gli Arresti Amministrativi (disposizione temporanea) nella Giudea e Samaria (N°1226)1988, dopo l’esame del materiale di sicurezza del sotto-nominato, e ritenendo che questo sia fondamentale per assoluti motivi di sicurezza, e poiché posseggo basi ragionevoli per supporre che condizioni di sicurezza della regione e di sicurezza pubblica lo rendano obbligatorio, ordino perciò l’arresto di…da….fino a…. in quanto egli è un attivista militare del P.F. [Fronte Popolare] che  sta mettendo in pericolo la sicurezza della regione e quella pubblica.”

 

Questo ordine, che non contiene alcuna accusa specifica, può essere applicato per la durata di sei mesi  e poi rinnovato. Ma ci si può anche appellare. In questo dramma qualcuno recita la parte dell’avvocato della difesa, qualcun altro recita la parte del procuratore e un altro recita la parte del giudice. L’avvocato della difesa si appella, il procuratore chiede che l’ordine sia confermato ed il giudice quasi sempre conferma. Nel caso di Adnan, il procuratore richiese che l’ordine di detenzione amministrativa fosse confermato “sulla base delle informazioni classificate che presenterò ex parte [con la presenza di una sola parte]. Egli è un attivista del Fronte Popolare al quale è stata attribuita un’attività organizzativa e militare.”

 

Ciò che segue è parte del dibattito tra l’avvocato della difesa e il procuratore:

 

“Che cosa viene inteso con ‘attività militare’?”

”Ciò può essere specificato in segreto.”

 

“Il termine ‘militare’ ha lo stesso significato di ‘violento’?”

 

“Non sono in grado di entrare nei particolari delle definizioni.”

 

“Qual è il significato della parola dato che la usa?”

 

“Non posso entrare nei particolari.”

 

Il giudice confermò l’ordine. Egli stabilì anche che nessuna delle informazioni che gli erano state fornite poteva essere resa pubblica, nel timore che ciò potesse causare effetti contrari alla sicurezza della regione e pubblica. Nel febbraio 2009 l’ordine venne esteso fino all’agosto del 2009, e in agosto l’ordine fu esteso fino al febbraio del 2010.

 

In anticipo rispetto all’appello contro l’estensione, dissi che io volevo fornire una testimonianza per la difesa, così alla fine arrivai di persona alle porte della prigione dall’aspetto di un castello che sorge sulle dune di Halutza, dove erano detenuti circa 2.200 prigionieri per motivi di sicurezza, secondo quanto riportato sul sito web del IPS – al cui sito web si richiama anche l’Organizzazione Carceraria Nazionale.

 

La richiesta di citare me come testimone nell’udienza per il terzo riesame giudiziario comportò la presentazione di un gran numero di documenti scritti: la difesa chiese, il procuratore obiettò, un giudice non vide alcuna ragione di prendere nota dell’obiezione, ma permise che il procuratore portasse avanti ancora le sue posizioni, il procuratore sostenne ancora le sue posizioni in un documento aggiuntivo, un altro giudice ordinò che il testimone della difesa venisse chiamato e permise al procuratore di avanzare le sue obiezioni all’inizio dell’udienza. Un altro giudice, noto come un giudice di grado superiore, acconsentì definitivamente alla richiesta, la citazione in giudizio venne emessa, l’avvocato della difesa si dette da fare per concordare il mio ingresso, il IPS  acconsentì e rilasciò un permesso di ingresso valido per una volta.

 

Dal momento in cui passai attraverso le porte e le varie ispezioni, mi trovai in un luogo ordinato e pulito, tranquillo e rilassato, quasi deserto di persone. Dietro ad uno dei tanti recinti poche guardie e poliziotti se ne stavano seduti ad un tavolo e conversavano amichevolmente. Oltre il tavolo c’erano quattro capanne bianche molto piccole con porte di ferro chiuse a chiave, con una piccola apertura con grata sul fronte di ciascuna. Di tanto in tanto si apriva una delle porte e compariva un prigioniero, con le sue mani e i piedi incatenati con una catena sufficientemente lunga da permettergli di camminare. Di tanto in tanto, un prigioniero come questo veniva condotto con calma ad una delle strutture che ospitano i tribunali.

 

Qui non si vedono i piccoli gruppi dei componenti familiari come quelli ai quali è permesso starsene rannicchiati nel recinto dei visitatori presso il tribunale militare nella base di Ofer, vicino a Ramallah, in quanto le udienze qui si occupano esclusivamente di detenzioni amministrative e non sono aperte ad ogni sorta di udienza. Sebbene in questi casi quasi tutto il materiale sia segreto, le udienze vengono svolte “a porte chiuse”. Ma in assenza di visitatori, le porte dell’aula del tribunale nel quale fornii la mia testimonianza erano aperte – aperta sul piccolo cortile recintato, esterno, e alla piacevole e secca aria della tarda estate e al cinguettio degli uccelli privi di catene.

 

Fornii la mia testimonianza,  in un’atmosfera quasi intima, ad Adnan, che se ne stava seduto non lontano da me dietro a un modesto parapetto, e all’alto ufficiale che qui aveva la funzione di giudice, una persona straordinariamente gentile che occasionalmente mi chiese di parlare più lentamente per fare un favore allo stenografo, e a un maggiore che svolgeva la funzione di procuratore, un giovane dall’aspetto gentile, di sottile struttura e chiaro nel volto e nei capelli, con il quale e con l’affettato manierismo del quale, colmo  di spirito di battaglia, avevo già acquisito familiarità grazie alle udienze nel tribunale militare di Ofer.

 

Sia a loro che all’avvocato della difesa narrai brevemente la biografia di Adnan. Egli era nato e cresciuto al campo profughi di Deheisheh. All’età di 15 anni venne ferito molto seriamente dai soldati durante le manifestazioni contro il muro, che in quel momento recintava il campo. Prese parte inoltre a diverse azioni contro l’esercito e venne arrestato diverse volte. Egli ha trascorso in prigione circa 11 dei suoi 35 anni. Raccontai alla corte di averlo conosciuto dopo che ebbe completato il suo ultimo periodo di prigione, della durata di 5 anni, e che lo avevo incontrato e con lui avevo parlato moltissimo in quell’unico anno durante il quale era stato un uomo libero. In quell’anno, egli decise di aver sacrificato più del necessario della sua forza fisica e mentale nell’interesse della lotta nazionale del suo popolo e che ora desiderava completare i suoi studi universitari e trascorrere la sua vita con sua moglie, che ne aveva avuto più che a sufficienza delle separazioni che l’avevano costretto lontano da lei.

 

Dissi che dalle mie lunghe conversazioni con lui di tipo politico o personale, la mia impressione era che egli fosse una persona franca e sincera e quindi io avevo dato credito a ciò che egli mi aveva detto – che non era solo per ragioni personali ma anche per ragioni di principio che egli sostiene ora una lotta pacifica, che egli ritiene – diversamente da me – che c’è un’occasione opportuna per stabilire la pace fra le due nazioni e che la lotta armata non avrà successo nel portarla a termine.

 

Chiarii che avrei voluto essere franca con questa corte, sebbene non l’accetti, che io non ho avuto alcuna intenzione di fingere qualcosa nella mia testimonianza e che ero ben conscia che Adnan, proprio come me, era una persona coinvolta politicamente, ma che a differenza di me egli aveva pagato un prezzo molto caro per il suo coinvolgimento e con le circostanze aveva modificato i suoi punti di vista e la spinta della sua attività, e si è dedicato attualmente a dare inizio ad attività alla quale sarò presente io stessa: incontri per incoraggiare i diritti dei prigionieri e le attività di formazione per bambini.

 

Dissi anche qualcosa della quale il procuratore fece molto uso nell’esame incrociato: che dalla mia lunga osservazione delle udienze del tribunale militare so che nella West Bank è quasi impossibile essere una persona come Adnan senza essere arrestata, per dare una dimostrazione e per scarabocchiare slogan, per costituire legami con una delle centinaia di organizzazioni, associazioni e gruppi che sono stati dichiarati illegali secondo la legge militare, quasi ogni cosa che una persona fa o dice al di fuori della sua sfera privata rischia di portarlo in carcere.

 

Per quanto riguarda alcuni fatti del passato  di Adnan, per alcuni dei quali egli è già stato processato in un tribunale militare e che,  secondo i verdetti, in apparenza erano coinvolte armi – le quali, dovette essere ammesso, non avevano portato alcuno ad essere ferito e a proposito delle quali c’erano “difficoltà probatorie”, come aveva affermato il giudice a quel tempo al suo processo – per quanto riguarda quei fatti, dissi, non so che cosa avrei fatto io se mi fossi trovata al suo posto e fossi stata costretta a vivere sotto occupazione dal giorno della mia nascita.

 

Il procuratore non dimenticò neppure questa osservazione. Dato che dopo  mi venne chiesto di allontanarmi perché l’udienza potesse procedere “ a porte chiuse”, per addirsi ad un’udienza segreta per motivi di sicurezza come questa, egli affermò: “Penso che l’impressione della testimone è influenzata dalle sue opinioni, che lei non ha tenuto nascoste…” Addirittura egli andò oltre fino a  congetturare che tutto ciò che Adnan mi aveva detto nei nostri colloqui era fatto “per nascondere la sua attività fra le altre e creare perciò una sorta di alibi.”

 

Ma il giudice, che mi aveva trattato in modo così cortese, prese ancor meno in considerazione l’intera questione della mia testimonianza del procuratore. Egli scrisse nel suo verdetto che ciò che io avevo raccontato non era sufficiente “a costituire una testimonianza di grande peso per ciò che riguarda l’attività del detenuto. Nessuna contestazione che i fatti del detenuto non fossero conosciuti dalla testimone oltre a quello che lei aveva visto e sentito. L’attività che viene esposta nel materiale segreto è, per sua stessa natura, da tenere nascosta e di conseguenza  non potrebbe certamente essere stata svelata alla testimone.”

 Forte e chiaro. 


Sebbene io non potessi avere accesso a tali informazioni, il che era abbastanza dubbio, come risulterà evidente sotto – né io e neppure l’avvocato della difesa, né l’accusato, di fatto nessuno al di fuori dell’istituzione della difesa, della quale il tribunale militare è un elemento integrante. Venne così riconfermata l’estensione della detenzione amministrativa a Adnan Abdullah. Il giudice decretò che l’informazione che attribuisce al detenuto “attività militare in corso….non ha un alto livello di credibilità”, e perciò “questa informazione deve essere ignorata.” Egli ridusse anche la durata a tre mesi, ma al tempo stesso, scrisse  che la riduzione non era “cardinale”.

 

“Che cosa significa ‘non cardinale’?” domandai all’avvocato. Dopo tutto, tre mesi rappresentano un tempo veramente basilare per Adnan, il quale rimuove accanitamente i giorni prima di ogni udienza nella speranza che questo tempo alla fine lo renderà libero. Bene, nel linguaggio dell’uso abituale in queste aree giudiziali, una riduzione che è “non cardinale” vuole dire che la detenzione può essere  ancora ampliata. E poi ancora. E ancora. Ma nel frattempo, la procura ha presentato appello rapidamente, perfino la “riduzione non cardinale” in fondo che il materiale segreto nel caso di Adnan indica che la sua fuoriuscita dalla prigione in un prossimo futuro “ netterà a rischio la sicurezza della regione in modo irreversibile.” Nientemeno - in modo irreversibile!

 

Ciò che voglio, raccontare la verità, consisteva nel dire chiaro e forte qualcosa del tutto diverso al personale militare al quale fornii la mia lucida testimonianza in quelle circostanze fasulle. Volevo dire loro questo: Nel caso in cui per una volta ascolterà la mia voce, la voce di una donna che ha vissuto qui tutta la sua vita, di guerra in guerra e nel tempo brutto tra le guerre, ed è legata a questo luogo non meno di te. Anch’io sono una del pubblico che tu ti sei impegnato a proteggere insieme alla sua sicurezza, come dice la frase che appare su tutti i tuoi documenti, e io sostengo che per molti anni fino a ora mi hai messo in pericolo; che imprigionando centinaia di migliaia di persone dietro a reticolati e muri di città e villaggi e in prigioni mimetizzate ai bordi di città e nel deserto non rappresenta una protezione ma il soffiare costante sul fuoco, che tende costantemente a riattizzarsi. Sostengo che un Adnan incarcerato e disperato rappresenta un pericolo maggiore di un Adnan libero. Che un Adnan libero è stato per me e potrebbe essere anche per il resto della mia nazione e anche per te, un interlocutore e non un nemico.

 Giustizia imprigionata. 

Fin dal 1967, centinaia di migliaia di palestinesi sono stati giudicati in tribunali militari israeliani. A partire dalla fine del settembre 2009,  7.155 palestinesi sono stati incarcerati dalle Forze di Sicurezza Israeliane in diverse strutture di detenzione. Quasi tutti coloro che sono stati giudicati nei tribunali militari sono rinviati in detenzione provvisoria fino alla conclusione dei procedimenti contro di loro. Dato che la legge permette loro di essere tenuti in questo stato per due anni e più, la grande maggioranza preferisce un patteggiamento, durante il quale alcuni di loro ammettono reati che non hanno mai commesso.

 

La maggioranza dei detenuti palestinesi e dei prigionieri è incarcerata all’interno di Israele, in violazione della Legge Internazionale, che proibisce il trasferimento degli abitanti di un territorio occupato al di fuori dei suoi confini. A causa della chiusura imposta ai territori, molti dei prigionieri sono privati delle visite di membri della famiglia.

 

Decine di migliaia di palestinesi sono soggetti alla detenzione amministrativa fin dal 1967. Alla fine del settembre del 2009, 355 dei palestinesi soggetti alla custodia preventiva delle forze di sicurezza sono trattenuti in detenzione amministrativa. Le autorità usano la detenzione amministrativa come un surrogato veloce ed efficiente ai procedimenti criminali, in modo particolare se non sono in possesso di prove di colpevolezza o se non vogliono rendere pubblico la testimonianza che essi posseggono.

 

Ai detenuti amministrativi non viene fornita alcuna informazione circa la causa del loro arresto e sono in tal modo di ogni possibilità di affrontare i sospetti addotti contro di loro. Nella maggior parte dei casi, l’unica informazione fornita al detenuto è che risulta essere attivo in una organizzazione. Nonostante i detenuti amministrativi siano portati davanti ad un giudice militare per “l’esame giudiziale”, e in seguito può fare appello contro la detenzione, di nuovo di fronte ad un giudice militare, in realtà non viene fornita loro una reale opportunità di auto-difesa, in quanto le informazioni segrete contro di loro ( che sono fornite e prodotte dal servizio di sicurezza dello Shin Bet) vengono mantenute loro segrete come pure ai loro avvocati

 

(tradotto da mariano mingarelli)