Middle East on Line
04.01.2010
<<Hosni Mubarak non ha altra possibilità se non quella di sottostare al dictat degli Stati Uniti – che, di fatto, è il dictat di Israele. Questo è il motivo reale della sua partecipazione al blocco di Gaza.>>
da Gush Shalom
“The Iron Wall”
di Uri Avnery
In questi giorni accade in Egitto qualcosa di strano, di bizzarro

Circa 1400 attivisti provenienti da tutto il mondo si sono dati appuntamento in Egitto prima di proseguire per la Striscia di Gaza. Nell’anniversario della guerra “Piombo fuso”, avevano l’intenzione di prender parte a una manifestazione non violenta contro l’assedio che rende intollerabile la vita di un milione e mezzo di abitanti di Gaza. Allo stesso tempo erano previste manifestazioni in molti altri paesi.
Anche a Tel Aviv ci sarebbe stata una grande protesta. Il “comitato di controllo” dei cittadini arabi di Israele avrebbe organizzato un evento al confine con Gaza.
Quando sono arrivati in Egitto gli attivisti internazionali hanno avuto una sorpresa. Il governo egiziano proibiva loro di recarsi a Gaza. I loro autobus sono stati fermati alla periferia del Cairo e rimandati indietro. Partecipanti alla protesta che erano riusciti a raggiungere il Sinai su bus di linea, ne sono stati buttati fuori. Le forze di sicurezza egiziane avevano ingaggiato una vera e propria caccia all’attivista.
Gli attivisti, furibondi, hanno assediato le loro ambasciate al Cairo. Nella strada di fronte all’ambasciata francese è sorta una tendopoli che è stata subito circondata dalla polizia egiziana. Gli attivisti americani si sono raccolti davanti alla loro ambasciata e hanno chiesto di incontrare l’ambasciatore. Varie persone di oltre settant’anni hanno iniziato uno sciopero della fame.
Dappertutto i dimostranti erano aggrediti dalle unità speciali egiziane in tenuta antisommossa, mentre sullo sfondo erano appostati rossi idranti. I dimostranti che cercavano di raggiungere piazza Tahrir (liberazione) al centro del Cairo sono stati malmenati.
Alla fine, dopo un incontro con la moglie del presidente è stata trovata una soluzione all’egiziana: un centinaio di attivisti avrebbe potuto raggiungere Gaza, mentre gli altri sarebbero rimasti al Cairo, smarriti e frustrati.
Mentre i dimostranti lasciati lì ad aspettare cercavano il modo di sfogare la loro rabbia, Benyamin Netanyahu era ricevuto nel palazzo presidenziale nel centro della città. I suoi ospiti facevano a gara per elogiare e celebrare il suo contributo al negoziato di pace, specie al “congelamento” dell’attività di costruzione degli insediamenti nella West Bank, un’impostura, dalla quale è esclusa Gerusalemme Est.
Hosni Mubarak e Netanyahu si sono incontrati altre volte in passato, ma mai al Cairo. Per volontà del presidente egiziano, gli incontri avevano luogo a Sharm-al-Sheikh, quanto più possibile lontano dalle zone abitate dalla popolazione egiziana. L’invito al Cairo era dunque un segno significativo di rapporti sempre più stretti.
Come regalo speciale a Netanyahu, Mubarak aveva permesso a centinaia di israeliani di recarsi in Egitto a pregare sulla tomba del rabbino Yaakov Abu-Atzeira, morto 130 anni fa in Egitto, e sepolto nella città egiziana di Damanhur, quando, proveniente dal Marocco, intendeva raggiungere la terra santa.
C’è in questo qualcosa di simbolico: mentre i dimostranti filopalestinesi sono bloccati sulla via di Gaza, gli israeliani vengono invitati a Damanhur.
‘E lecito chiedersi perché l’Egitto partecipi al blocco della Striscia di Gaza.
Il blocco è cominciato molto tempo prima della guerra di Gaza e ha trasformato la Striscia in quella che viene chiamata “la più grande prigione al mondo”. L’assedio riguarda ogni cosa, eccetto i medicinali essenziali e il cibo più indispensabile.
Il senatore americano John Kerry, ex candidato alla presidenza, si era meravigliato che il blocco includesse la pasta: nella sua imperscrutabile saggezza, l’esercito israeliano aveva definito un lusso i maccheroni. Il blocco comprende tutto, dai materiali di costruzione ai libri per le elementari.
Eccettuati i casi umanitari di gravità estrema, nessuno può passare dalla Striscia di Gaza in Israele o nella West Bank, né da questi nella Striscia. Ma Israele controlla soltanto tre lati della Striscia. I confini settentrionale e orientale sono bloccati dall’esercito israeliano, quello occidentale dalla flotta israeliana.
Il quarto, quello meridionale, è controllato dall’Egitto. Perciò l’intero blocco sarebbe inefficace senza la partecipazione dell’Egitto.
Apparentemente ciò è incomprensibile. L’Egitto si considera il leader del mondo arabo. E’ il paese arabo più popoloso, situato al entro del mondo arabo. Cinquant’anni fa il presidente dell’Egitto, Gamal Abd-al-Nasser, era l’idolo degli arabi, specie dei palestinesi. Com’è possibile che l’Egitto collabori con il “nemico sionista”, come gli egiziani chiamavano allora Israele, per mettere in ginocchio un milione e mezzo di fratelli arabi?
Sino a poco fa il governo egiziano ha adottato una soluzione che esemplifica la perspicacia politica egiziana vecchia di 6000 anni. Ha preso parte al blocco pur facendo finta di non vedere le centinaia di tunnel che venivano scavati sotto il confine tra l’Egitto e Gaza, attraverso i quali fluivano quotidianamente i rifornimenti per la popolazione (a prezzi esorbitanti e con alti profitti per i mercanti egiziani) insieme con quantitativi di armi. Attraverso i tunnel passava anche la gente: dagli attivisti di Hamas alle spose.
Le cose stanno cambiando. L’Egitto ha cominciato a costruire un muro di ferro – proprio così – lungo tutto il confine di Gaza, che consiste di pilastri d’acciaio conficcati in profondità nel terreno, per bloccare tutti i tunnel. Sino alla distruzione totale degli abitanti.
Quando il più estremista dei sionisti, Vladimir Ze’ev Jabotinsky, ottant’anni fa scrisse che bisognava erigere un muro di ferro contro i palestinesi, non prevedeva che fossero gli arabi a costruirlo. Perché lo fanno?
Le spiegazioni sono molteplici. I cinici sottolineano che il governo egiziano riceve un cospicuo sussidio americano ogni anno – quasi 2 miliardi di dollari, per gentile concessione di Israele. Cominciò come una ricompensa per il trattato di pace israelo-egiziano. La lobby israeliana del congresso USA può bloccarlo in qualunque momento.
Altri pensano che Mubarak abbia paura di Hamas. L’organizzazione sorse come branca palestinese dei Fratello musulmani, che ancora oggi sono la principale forza di opposizione al suo governo autocratico. L’asse Il Cairo-Riyadh-Amman-Ramallah si contrappone all’asse Damasco-Gaza, alleato con l’asse Tehran-Hizbullah.
Molti poi creedono che Mahmoud Abbas sia interessato a inasprire il blocco di Gaza per danneggiare Hamas.
Mubarak ce l’ha con Hamas, che rifiuta di fare quello che vuole lui. Al pari dei suoi predecessori, pretende che i palestinesi obbediscano ai suoi ordini.
Il presidente Abd-al-Nasser era in collera con l’OLP (organizzazione da lui creata perché l’Egitto avesse il controllo dei palestinesi, ma che gli sfuggì di mano quando Yasser Arafat ne prese il comando).
Il presidente Anwar Sadat rimproverava all’OLP di aver respinto gli accordi di Camp David, che promettevano ai palestinesi la sola “autonomia”. Come osano i palestinesi, una piccola popolazione oppressa, rifiutare i “consigli” del Grande fratello?
Tutte queste spiegazioni sono attendibili, eppure il comportamento del governo egiziano è sorprendente. Il blocco egiziano di Gaza distrugge la vita di un milione e mezzo di esseri umani, uomini, donne, vecchi e bambini, la maggior parte dei quali non sono attivisti di Hamas. Questo accade pubblicamente, sotto gli occhi di centinaia di milioni di arabi, di 1 miliardo 300 mila musulmani.
Nello stesso Egitto milioni di persone si vergognano del fatto che il loro paese prenda parte all’annientamento dei loro fratelli arabi. E’ una politica pericolosa. Perché Mubarak l’ha adottata?
La vera risposta è forse che non ha altra scelta.
L’Egitto è un paese orgoglioso. Chiunque sia stato in Egitto sa che persino l’egiziano più povero è pieno di orgoglio nazionale e prende come un insulto qualsiasi offesa della dignità nazionale. Lo si è visto ancora una volta qualche settimana fa, allorché l’Egitto ha perso una partita di calcio con l’Algeria e si è comportato come se avesse perso la guerra. “Pensate che dalla cima delle Piramidi, quaranta secoli vi guardano”, disse Napoleone ai soldati prima della battaglia per Il Cairo.
Ogni egiziano ha l’impressione che 6000 – c’è chi dice 8000 – anni di storia lo guardino continuamente. Questo sentimento profondo si scontra con la realtà in un momento in cui la situazione dell’Egitto si fa sempre più miserabile. L’Arabia Saudita ha più influenza, il piccolo Dubai è diventato un centro finanziario internazionale, l’Iran sta diventando una potenza regionale assai più importante. A differenza dell’Iran, dove gli Ayatollah hanno chiesto alle famiglie di limitarsi a due bambini, il tasso di natalità egiziano divora ogni cosa, condannando il paese ad una permanente povertà.
In passato l’Egitto riusciva a compensare le debolezze interne con i successi all’esterno Il mondo intero considerava l’Egitto il leader del mondo arabo, e lo trattava di conseguenza. Ora non più. L’Egitto è in una brutta situazione.
Per questo Mubarak non ha altra scelta che ottemperare al diktat degli USA, che è in realtà il diktat di Israele. Così si spiega la sua partecipazione al blocco.
Quando oggi ho parlato alla manifestazione a Tel Aviv, alla fine della marcia per le strade della città al fine di protestare contro il blocco, ho evitato di menzionare la parte svolta in questo dall’Egitto.
Confesso che ho simpatia per le persone incontrate durante la mia visita in Egitto. L’”uomo della strada” è molto accogliente. Si comportano gli uni verso gli altri con calma, senza nessuna aggressività, rivelando un particolare senso dello humour. Anche i più poveri mantengono la loro dignità nelle condizioni più miserabili. Non li ho mai sentiti lamentarsi. Nelle migliaia di anni della loro storia, gli egiziani si sono sollevati non più di tre o quattro volte.Questa leggendaria pazienza ha anche il lato negativo. La rassegnazione di un popolo alla propria sorte, ne può impedire il progresso economico, sociale e politico. Sembra che il popolo egiziano sia disposto ad accettare qualunque cosa. Dal tempo degli antichi faraoni sino a quello attuale, i governanti non sono stati costretti ad affrontare una grande opposizione. Ma verrà il giorno in cui l’orgoglio nazionale avrà ragione di questa pazienza.
In quanto israeliano, protesto contro il blocco israeliano. Se fossi egiziano protesterei contro il blocco egiziano. Come cittadino di questo pianeta, protesto contro entrambi.
(tradotto da Marilla)