Libia: un dibattito legittimo e necessario

Zspace
23.03.2011

http://www.zcommunications.org/libya-a-legitimate-and-necessary-debate-from-an-anti-imperialist-perspective-by-gilbert-achcar 

Libia: un dibattito legittimo e necessario secondo una prospettiva anti-imperialista.

 di Gilbert Achcar

 “Il trattato di Brest-Litovsk era davvero un compromesso con l’imperialismo, ma era un compromesso che, date le circostanze, doveva essere fatto….Rifiutare compromessi ‘per principio’, respingere la legittimità dei compromessi, in generale, non importa di che tipo, è infantilismo, che risulta persino difficile prendere seriamente in considerazione…Si deve essere in grado di analizzare la situazione e le condizioni concrete di ogni compromesso o di ogni tipologia di compromesso. Si deve imparare a distinguere tra un uomo che ha fornito il suo denaro e le sue armi da fuoco a dei banditi in modo da ridurre il danno che possono fare e per facilitare la loro cattura ed esecuzione e un uomo che dà il suo denaro e le sue armi da fuoco ai banditi in modo da condividerne il bottino.” 

                                                                                                               Vladimir I. Lenin

                          gilbertachcar

 

L’intervista che ho dato al mio buon amico Steve Shalom, il giorno dopo a quello in cui il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione 1973 e che è stato pubblicato su Znet il 19 marzo, ha provocato una tempesta di discussioni e di dichiarazioni di ogni tipo – amichevoli, ostili, di forte sostegno, di sostegno moderato, di critica educata o ferocemente ostile – molto più di quanto avrei potuto immaginare, tanto più numerose perchè l’intervista è stata tradotta e diffusa in diverse lingue. Se questo è indice di qualcosa, è che la gente sentiva che c’era in gioco un problema reale. Quindi cerchiamo di discuterne. 

Il dibattito sul caso libico è una cosa legittima e necessaria per coloro che condividono una posizione anti-imperialista, nel caso in cui si ritenga che il possesso di un principio ci risparmi la necessità di analizzare concretamente ogni situazione specifica e di determinare la nostra posizione alla luce della nostra valutazione di fatto. Ogni regola generale non ammette eccezioni. Questa comprende la norma generale secondo la quale gli interventi militari autorizzati dall’ONU da parte di potenze imperialiste siano semplicemente reazionari e non possano conseguire mai un positivo scopo umanitario. Solo per amore di discussione: se potessimo fare andare indietro la ruota della storia e risalire al periodo immediatamente precedente il genocidio ruandese, ci opporremmo forse a un intervento militare autorizzato dalle Nazioni Unite a guida occidentale messo in campo per prevenirlo? Naturalmente, molti direbbero che l’intervento di forze straniere/imperialiste rischierebbe di fare un gran numero di vittime. Ma chiunque sia sano di mente può credere le potenze occidentali avrebbero massacrato tra mezzo milione e un milione di esseri umani in 100 giorni? 

Questo non per sostenere che la Libia è il Ruanda: chiarirò in un attimo perché le potenze occidentali non presero posizione riguardo al Ruanda e non si preoccuparono di un bilancio di vittime della proporzione di un genocidio nella Repubblica Democratica del Congo, mentre intervengono in Libia. Il riferimento al caso del Ruanda viene fatto qui solo per dimostrare che c’è spazio per la discussione su casi concreti, anche se ci si attiene a saldi principi anti-imperialisti. La tesi secondo cui l’intervento occidentale in Libia è destinato a fare vittime civili (in realtà, da un punto di vista umanitario mi preoccuperei perfino dei soldati di Gheddafi) non è determinante. Ciò che è decisivo è il confronto tra il costo umano di questo intervento e il costo che si sarebbe dovuto sostenere nel caso in cui non ci fosse stato. 

Per fare un’altra analogia estrema con l’intento di mostrare tutta la portata della discussione: il nazismo avrebbe potuto essere sconfitto con mezzi non violenti? I mezzi utilizzati dalla forze alleate non erano essi stessi crudeli? Non hanno bombardato forse con ferocia Dresda, Tokyo, Hiroshima e Nagasaki, uccidendo un gran numero di civili? Con il senno di poi, potremmo dire ora che il movimento anti-imperialista in Gran Bretagna e negli Stati Uniti avrebbe dovuto fare una campagna contro il coinvolgimento dei loro stati nella guerra mondiale? O continuiamo a credere che il movimento anti-imperialista era nel giusto a non opporsi alla guerra contro l’Asse ( come era stato invece giusto opporsi alla precedente guerra mondiale del 1914-18), ma che avrebbe dovuto condurre una campagna contro tutte le imponenti tragedie inflitte intenzionalmente alla popolazione civile, senza una evidente logica di necessità, al fine di sconfiggere il nemico? 

Basta ora con le analogie. Esse sono sempre soggette a discussioni senza fine, anche se hanno lo scopo proficuo di mostrare che ci possono essere delle situazioni in cui non ci può essere un dibattito, situazioni in cui devi dare tutto ai banditi o chiamare la polizia, ecc. Essi mostrano che è semplicemente insostenibile la convinzione che tutti i comportamenti di questo tipo dovrebbero essere rifiutati automaticamente come una “violazione dei principi”, senza prendere la briga di valutare le circostanze concrete. In caso contrario, nei paesi occidentali il movimento anti-imperialista apparirebbe come preoccupato solo di contrapporsi ai propri governi senza fregarsene della sorte degli altri popoli. Questo non è più anti-imperialismo, ma isolazionismo di destra: l’atteggiamento à la Patrick Buchanan di “lasciamoli andare tutti all’inferno, e stiamo in pace”. Cerchiamo quindi di valutare con calma la situazione concreta con la quale abbiamo a che fare in questi giorni. 

Cominceremo con la natura del regime di Gheddafi. In questo caso, i fatti lasciano poco spazio per una legittima divergenza di opinioni. E’ solo per riguardo a coloro che credono, in buona fede e per pura ignoranza, che Gheddafi è un progressista che ne discuto. E’ vero, Gheddafi ha cominciato come un dittatore populista anti-imperialista relativamente progressista, dopo aver realizzato nel 1969 un colpo di stato militare contro la monarchia in Libia ad imitazione del colpo di stato egiziano che, nel 1952, vi aveva rovesciato la monarchia. Il suo primo eroe è stato Gamal Abdel-Nasser, anche se inizialmente il suo regime era stato ideologicamente più di destra, con un’importanza maggiore data alla religione (più tardi, Gheddafi ha fatto finta di dare una nuova interpretazione dell’Islam). Molto presto ha cominciato a reclutare nelle sue forze armate, come mercenari, persone provenienti dai paesi più poveri, inizialmente per la Legione Islamica da lui fondata. 

Nei primi anni 1970, ha proclamato la sostituzione delle leggi esistenti con la sharia, poco prima di imbarcarsi in una imitazione della “rivoluzione culturale” di tipo cinese, con la sua versione islamica del Libretto Rosso di Mao: il Libro Verde. Ha imitato pure il pretesto della “rivoluzione culturale” di istituire una “democrazia diretta”, attraverso la creazione di un sistema di “comitati popolari”, per trasformare presumibilmente la Libia in uno “stato delle masse” – di fatto in uno stato con una percentuale record di persone sul libro paga dei servizi di sicurezza. Più del 10% della popolazione libica è costituita da “informatori” pagati per esercitare la sorveglianza sul resto della società. Gheddafi ha incarcerato o giustiziato un gran numero di oppositori al suo regime, fra cui alcuni degli ufficiali che avevano preso parte insieme a lui al rovesciamento della monarchia. Alla fine degli anni 1970, ha deciso di trasformare l’economia libica in una combinazione di capitalismo di stato nelle grandi imprese e capitalismo privato con lavoratori “a partecipazione” in quelle più piccole, e ad abolire gli affitti e il commercio al dettaglio ( sono stati nazionalizzati anche i parrucchieri!). Ha dedicato anche parte delle entrate dello stato provenienti dal petrolio al miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini della Libia, una versione “rivoluzionaria” del modo in cui alcune delle monarchie del Golfo ad elevata entrata pro capite da petrolio soddisfano le esigenze dei propri cittadini, al fine di comprarsi una circoscrizione sociale – mentre, come in Libia, maltrattano i lavoratori immigrati che costituiscono una parte importante della loro forza lavoro e della loro popolazione. 

Nel decennio successivo, a fronte dei risultati disastrosi della sua stravagante politica e la crisi dell’Unione Sovietica, da cui egli dipendeva per il suo acquisto di armi, Gheddafi ha preteso di imitare la perestroika di Gorbaciov, liberalizzando l’economia della Libia, ma quasi niente della sua vita politica. La sua successiva inversione di tendenza politica importante è stata nel 2003. Nel dicembre di tale anno, è intervenuto politicamente in aiuto di Bush & Bkair, annunciando che aveva deciso di rinunciare ai suoi programmi di armi di distruzione di massa. Questo ha rappresentato un serio sostegno alla credibilità dell’invasione dell’Iraq come un modo per arrestare la proliferazione delle WMD. Gheddafi si era trasformato improvvisamente in un leader rispettabile e ricevette calorose congratulazioni, con Condoleezza Rice che lo citava a modello. Uno dopo l’altro, i leader occidentali affluirono in Libia per fargli visita nella sua tenda e concludere contratti vantaggiosi. Quello che ha stabilito relazioni più strette con lui è stato il primo ministro italiano, razzista e di destra, Silvio Berlusconi. La sua amicizia con Gheddafi non è stata molto fruttuosa solo economicamente. Nel 2008, essi hanno concluso uno degli accordi più sporchi degli ultimi tempi, concordando sul fatto che le imbarcazioni di povera gente provenienti dal continente africano, intercettate dalle forze navali italiane mentre cercavano di raggiungere le coste europee, sarebbero state consegnate direttamente alla Libia, invece di essere accolte in territorio italiano, dove avrebbero dovuto essere sottoposte a indagine per l’asilo. Tale accordo è stato tanto efficace da ridurre il numero dei richiedenti asilo in Italia da 36.000 nel 2008, a 4.300 nel 2010. Esso è stato condannato dall’Alto Commissario delle Nazioni unite per i Rifugiati come non valido. 

L’idea che le potenze occidentali stiano intervenendo in Libia perché vogliono rovesciare un regime ostile ai loro interessi è semplicemente assurdo. Altrettanto assurda è l’idea di ciò che avverrà dopo che avranno messo le loro mani sul petrolio libico. Infatti, in Libia è operativa l’intera serie delle compagnie del gas e del petrolio occidentali: l’italiana ENI, la tedesca Wintershall, la britannica BP, la francese Total e GDF Suez, la compagnie statunitensi ConocoPhillips, Hess e Occidental, la British-Dutch Shell, la spagnola Repsol, la canadese Suncor, la norvegese Statoli, ecc. Perché allora le potenze occidentali intervengono oggi in Libia e non in Ruanda ieri e nel Congo ieri e oggi? In quanto uno di coloro che hanno sostenuto energicamente che l’invasione dell’Iraq era finalizzata “al petrolio” di contro a tutti quelli che hanno cercato di essere più furbi di noi sostenendo che eravamo dei “riduzionisti”, non ci si aspetti che affermi che tutto ciò non è legato al petrolio. Lo è certamente. Ma come? 

La mia opinione a proposito è la seguente. Dopo aver osservato durante alcune settimane Gheddafi che portava avanti la sua estremamente brutale e sanguinosa repressione della rivolta iniziata a metà febbraio – le stime del numero delle persone uccise nei primi di marzo variavano da 1.000 a 10.000, quest’ultimo dato fornito dalla Corte penale internazionale, con le valutazioni dell’opposizione libica varianti tra 6.000 e 8.000 – i governi occidentali, come tutti del resto, erano giunti alla conclusione che con Gheddafi lanciato in una offensiva contro-rivoluzionaria e prossimo a giungere alla periferia della seconda tra le più grandi città della Libia, di Benghazi (con oltre 600.000 abitanti), era imminente una strage di massa. Per avere un elemento indicativo su ciò che i governi repressivi possono commettere, basti pensare al fatto che la repressione del regime siriano, nel 1982, della rivolta della città di Hama, con meno di un terzo della popolazione di Benghazi, portò ad oltre 25.000 morti. Si fosse verificato un massacro di tali proporzioni con il conseguente consolidamento del dominio di Gheddafi, i governi occidentali non avrebbero avuto altra scelta se non quella di imporre sanzioni e un embargo petrolifero sul suo regime. 

Le condizioni del mercato del petrolio che hanno prevalso negli anni 1990 sono state caratterizzate da una depressione dei prezzi, in un momento in cui gli Stati Uniti stavano attraversando la loro più grande espansione economica come non mai, la costante crescita del fermento prolungato degli anni di Clinton. E’ stato molto comodo per Washington e i suoi alleati mantenere l’embargo contro l’Iraq durante quel decennio (al costo di un quasi-genocidio). E’ solo alla fine del decennio che il mercato del petrolio ha cominciato a uscire dalla depressione con un aumento dei prezzi che tutti indicavano essere di natura strutturale, cioè una tendenza a una crescita a lungo termine. E non è un caso che George W. Bush e i suoi compari si dichiarassero allora in favore del “cambio di regime” in Iraq. Perché ERA LA CONDIZIONE SENZA LA QUALE Washington non avrebbe tollerato la revoca dell’embargo su un paese i cui maggiori affari nel campo del petrolio erano stati accordati alle partecipazioni francesi, russe e cinesi (i tre principali avversari dell’invasione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – sorpresa, sorpresa!). 

Le attuali condizioni del mercato petrolifero mondiale sono effettivamente le condizioni in cui i prezzi del petrolio, dopo una breve caduta sotto l’urto della crisi globale, hanno ripreso la loro risalita, diversi mesi prima dell’ondata rivoluzionaria in Nord Africa e nel Medio Oriente. Tutto ciò, in una condizione di crisi economica globale non risolta, con un falso ricupero estremamente fragile. In tali condizioni, un embargo sul petrolio in Libia semplicemente non è una soluzione. Il massacro doveva essere evitato. Lo scenario migliore per le potenze occidentali sarebbe dato dalla caduta del regime, sollevandoli così dal problema di doverlo affrontare. Un’opzione di male minore per loro sarebbe una situazione di stallo duraturo e la divisione di fatto del paese tra Ovest ed Est, con le esportazioni di petrolio che riprendono da entrambe le province, o esclusivamente dai principali giacimenti che sono situati nella zona orientale sotto il controllo dei ribelli. 

A queste considerazioni si deve aggiungere la seguente: è assurdo, e un’istanza di “materialismo” molto grezzo, respingere come irrilevante il peso dell’opinione pubblica sui governi occidentali, soprattutto in questo caso sui governi europei vicini. Nel momento in cui gli insorti libici stavano sollecitando in modo sempre più insistente il mondo perché venisse fornita loro una no-fly zone, al fine di neutralizzare il vantaggio principale delle forze di Gheddafi, e con il pubblico occidentale che guarda gli avvenimenti in televisione – con l’impossibilità che un massacro in larga scala a Benghazi possa verificarsi inosservato, com’è avvenuto spesso in altri luoghi ( come nella summenzionata Hama, ad esempio, o nella repubblica Democratica del Congo) – i governi occidentali non avrebbero dovuto sostenere solo l’ira dei cittadini, ma essi avrebbero pregiudicato completamente la loro capacità di invocare pretesti umanitari per ulteriori guerre imperialiste come quelle nei Balcani e in Iraq. Erano in gioco non solo i loro interessi economici, ma anche la credibilità della loro ideologia. E la pressione dell’opinione pubblica araba ha avuto certamente un ruolo nella richiesta di una no-fly zone sopra la Libia da parte degli stati della Lega Araba, anche se non ci può essere alcun dubbio che la maggior parte dei regimi arabi abbiano desiderato che Gheddafi potesse reprimere la rivolta e quindi invertire l’ondata rivoluzionaria che sta spazzando l’intera regione e facendo tremare i loro stessi regimi sin dall’inizio di quest’anno. 

Ora che cosa dobbiamo fare in questo caso? Una rivolta di massa che sta affrontando la minaccia troppo reale di un massacro di grandi dimensioni ha richiesto una no-fly zone che possa aiutarli a resistere all’offensiva del regime criminale. A differenza delle forze anti-Milosevic in Kosovo, non hanno reclamato per avere truppe straniere che occupino la loro terra. Al contrario, essi avevano delle buone ragioni per non aver fiducia in uno schieramento di questo tipo, ad esempio: la loro consapevolezza, alla luce di Iraq, Palestina, ecc, che le potenze mondiali hanno fini imperialistici, così come hanno un’esperienza personale del modo in cui le potenze mondiali stesse si sono ingraziate il tiranno che li opprime. Hanno respinto in modo molto esplicito qualsiasi intervento straniero a terra, chiedendo solo una copertura aerea. E la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha escluso esplicitamente, su loro richiesta, “una forza di occupazione straniera di qualsiasi tipo su qualsiasi parte del territorio libico”. 

Non mi soffermerò sugli argomenti inaccettabili di coloro che cercano di gettare dubbi sulla natura della leadership della rivolta. Molto spesso sono gli stessi che credono che Gheddafi sia un progressista. I capi della rivolta sono una mescolanza di politici e di intellettuali democratici e dissidenti dei diritti umani, alcuni dei quali hanno trascorso lunghi anni nelle carceri di Gheddafi, uomini che hanno rotto con il regime al fine di unirsi alla ribellione, e rappresentanti delle diversità tribali e regionali della popolazione libica. Il programma sul quale si sono accordati è su un cambiamento democratico – libertà politiche, diritti umani , e libere elezioni – proprio come in tutti gli altri moti della regione. E se non c’è chiarezza su ciò a cui la Libia di un post-Gheddafi potrebbe assomigliare, due cose sono certe: non può essere peggiore di quella del regime di Gheddafi, e non può essere peggiore dell’abbastanza ovvio scenario più probabile di un ruolo cruciale dei fondamentalisti Fratelli Musulmani nell’Egitto del dopo Mubarak, visto da alcuni come un argomento per sostenere il dittatore egiziano. 

Può qualcuno che sostiene di appartenere alla sinistra ignorare proprio la richiesta di protezione di un movimento popolare persino per mezzo di poliziotti-bandito, quando il tipo di proiezione richiesta non è quella tramite la quale potrebbe essere esercitato il controllo sul loro paese? Certamente no, secondo in mio modo di intendere la sinistra. Nessun vero progressista potrebbe ignorare proprio la richiesta di protezione avanzata dagli insorti – a meno che, come si verifica troppo spesso nella sinistra occidentale, non si considerino per nulla le circostanze e la minaccia incombente di un massacro di massa, ponendo attenzione alla situazione nel suo complesso solo nel momento in cui il proprio governo è stato coinvolto, facendo scattare subito il proprio (normalmente sano, aggiungerei) riflesso di opposizione al coinvolgimento. In ogni situazione, quando gli anti-imperialisti si sono opposti a interventi militari a guida occidentale usando quella della prevenzione del massacro come loro logica, essi hanno additato soluzioni alternative mostrando che la scelta dei governi occidentali di ricorrere alla forza derivava solo da mire imperialiste. 

C’era una soluzione non violenta per la crisi del Kosovo: ad esempio, l’offerta fatta dal governo russo di Eltsin nell’agosto 1998 di una forza internazionale per rendere effettiva un’intesa politica imposta congiuntamente da Mosca e da Washington. Venne trasmessa dall’allora ambasciatore statunitense alla NATO, Alexander Vershbow, e del tutto ignorata a Washington. Lo stesso si potrebbe aggiungere per il febbraio 1999. Le posizioni della Serbia e della NATO erano differenti, ma negoziabili, come si è visto dopo 78 giorni di bombardamenti, quando la risoluzione delle Nazioni Unite costituì un compromesso tra le due. C’era una soluzione non violenta nel 1990 per ottenere che Saddam Hussein ritirasse le sue truppe dal Kuwait: a parte il fatto che egli non avrebbe potuto resistere a lungo alle rigide sanzioni che erano state inflitte al suo regime per costringerlo a uscire, lui stava offrendo di negoziare il suo ritiro. Washington preferì distruggere le infrastrutture del paese e riportarlo “all’età della pietra”, come descrisse la situazione del paese dopo la guerra del 1991 un reporter del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC). 

Quale avrebbe potuto essere poi un’alternativa alla no-fly zone nel caso della Libia? Nessuna è convincente. Il giorno in cui il UNSC ha votato la sua risoluzione, le forze di Gheddafi erano già alla periferia di Benghazi, e la sua aviazione stava attaccando la città. Ancora qualche giorno e avrebbero potuto prendere Benghazi. Coloro che si sono confrontati con questo problema hanno dato risposte molto convincenti. Una soluzione politica avrebbe potuto contemplare che Gheddafi fosse stato disponibile a concedere libere elezioni, ma non lo era. Lui e suo figlio Saif non dettero agli insorti altra possibilità che la resa (promettendo loro l’amnistia, della quale nessuno avrebbe potuto fidarsi), o la “guerra civile”. Non prenderò in considerazione coloro che affermano che la popolazione di Benghazi avrebbe potuto fuggire in Egitto e cercar rifugio là! Non è degna di commento. Non presterò attenzione pure a coloro che dicono che avrebbero dovuto intervenire solo gli eserciti arabi, come se un intervento effettuato dagli omologhi delle forze armate egiziane e dell’Arabia Saudita avrebbero causato un minor numero di vittime e avrebbero rappresentato un ‘influenza imperialistica minore sul processo in Libia. La risposta che sembra più convincente è quella della fornitura agli insorti delle armi sollecitate, ma non era un’alternativa plausibile. 

La distribuzione delle armi non avrebbe potuto essere organizzata e divenire effettiva in 24 ore – in particolar modo se si pensa ai sofisticati missili contraerei! Questo non avrebbe potuto rappresentare un’alternativa al massacro annunciato. Sotto condizioni di questo tipo e in assenza di altre soluzioni plausibili, sarebbe stato moralmente e politicamente sbagliato per chiunque appartenga alla sinistra opporsi alla no-fly zone; o in altre parole opporsi alla richiesta degli insorti di una no-fly zone. E rimane moralmente e politicamente sbagliato pretendere la revoca della no-fly zone, a meno che Gheddafi non sia più in grado di usare la sua forza aerea. In mancanza di ciò, rimuovere la no-fly zone starebbe a significare una vittoria per Gheddafi che riprenderebbe a usare i suoi aerei per schiacciare la rivolta in modo ancor più feroce di quello che era pronto a fare prima. D’altra parte, dovremmo senz’altro richiedere che i bombardamenti cessino dopo che i mezzi aerei di Gheddafi sono stati neutralizzati. Dovremmo chiedere chiarezza su quale potenziale aereo è rimasto a Gheddafi e, se ne è rimasto a sua disposizione, quello che serve per neutralizzarlo. E dovremmo opporci a trasformare la NATO in un partecipante a pieno titolo di una guerra terrestre al di là dei colpi iniziali alla corazza di Gheddafi necessari per fermare l’offensiva delle sue truppe contro le città ribelli della provincia occidentale – anche qualora fossero gli insorti a sollecitare la partecipazione della NATO o a considerarla benvenuta. 

Ciò sta a significare che abbiamo dovuto e dobbiamo sostenere la risoluzione 1973 del UNSC? Niente affatto. Questa è stata una risoluzione molto brutta e pericolosa, proprio perché non ha definito sufficienti garanzie contro la trasgressione del mandato di proteggere i civili libici. La risoluzione lascia molto spazio anche per l’interpretazione e potrebbe essere usata per portare avanti un programma imperialista che va oltre la protezione per divenire ingerenza nella politica futura della Libia. Essa non potrebbe essere sostenuta, ma deve essere criticata per le sue ambiguità. Ma neppure può essere avversata, nel senso dell’opposizione alla no-fly zone e del dare l’impressione che essa non si preoccupi dei civili e della rivolta. Abbiamo potuto solo esprimere le nostre forti riserve. Una volta iniziato l’intervento, il ruolo delle forze anti-imperialiste dovrebbe consistere nel monitorare da vicino, e condannare tutte le azioni che vanno a colpire i civili laddove le misure per evitare tali delitti non sono state rispettate, come pure tutte le azioni della coalizione che sono prive di una logica di protezione civile. Comunque un articolo della risoluzione del UNCS dovrebbe essere del tutto contrario: è quello che conferma l’embargo sulle armi alla Libia, se si fa riferimento al paese e non solo al regime di Gheddafi. Al contrario, dovremmo chiedere che armi venissero consegnate apertamente e in grande quantità agli insorti in modo tale che, nel più breve tempo possibile, essi non debbano più aver bisogno del sostegno militare diretto straniero. 

Una considerazione finale: per così tanti anni abbiamo denunciato l’ipocrisia e la doppiezza delle potenze imperialiste, accusando il fatto che esse non hanno impedito il genocidio fin-troppo-vero in Ruanda, mentre sono intervenute per fermare il “genocidio” fasullo in Kosovo. Questo implicava che pensavamo che l’intervento internazionale avrebbe dovuto essere dispiegato al fine di prevenire o fermare il genocidio in Ruanda. La sinistra certamente non dovrebbe proclamare come assoluti “principi” quali “Siamo contro l’intervento militare delle potenze occidentali, qualsiasi siano le circostanze”. Questa non è una posizione politica, ma un tabu religioso. Si può scommettere tranquillamente che l’ attuale intervento in Libia si rivelerà in futuro più imbarazzante per le potenze imperialiste. Siccome, quei membri della classe dirigente degli Stati Uniti che hanno osteggiato l’intervento del loro paese sono avvertiti a ragione, la prossima volta che la forza aerea di Israele bombarderà uno dei suoi vicini, sia che si tratti del Libano che di Gaza, la gente richiederà una no-fly zone. Io, per esempio, sicuramente sì. Dovrebbero essere organizzati dei picchetti presso le Nazioni Unite a New York per richiederla. Dovremmo essere tutti pronti a farlo, data la forza dell’argomento a nostra disposizione. 

La sinistra dovrebbe imparare a rivoltare l’ipocrisia imperialista contro se stessa, utilizzando le stesse armi della morale che essa sfrutta cinicamente, invece di rendere più efficace questa ipocrisia con il sembrare non preoccuparsi di considerazioni morali. Loro hanno due pesi e due misure, non noi. 

(tradotto da mariano mingarelli)