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Michele Giorgio
TURMUS AYYA
La scoperta dell'America. A Turmus Ayya l'80% dei palestinesi ha il passaporto Usa. Awad Abu Samra: «Ero presente alla visita dell’ambasciatore Usa Huckabee. È venuto solo pronunciare qualche frase di circostanza. Per lui non siamo americani veri»
La bandiera a stelle e strisce sventola sui tetti e sui balconi delle abitazioni sulla collina orientale che domina su Turmus Ayya. Verso est il paesaggio è mozzafiato. Terre fertili e alberate che scendono dolcemente verso la valle del Giordano.
Passiamo accanto a ville costruite grazie ai dollari guadagnati da famiglie emigrate nei decenni passati negli Stati uniti e che spesso sono rientrate in Palestina. L’80% degli abitanti di Turmus Ayya ha la cittadinanza statunitense.

DODICIMILA palestinesi originari di questo villaggio a nord-est di Ramallah vivono all’estero, in gran parte degli Usa, in prevalenza tra New York, Chicago e Paterson. Sono molto legati alla loro terra e tornano tutte le volte che possono. Come Saleh Abu Shaher, 54 anni, che dopo aver girato tra Panama e Colombia alla ricerca di un buon lavoro, nel 2008 si è stabilito in Texas dove ora gestisce uno store di Amazon a breve distanza dal confine con il Messico.
A Turmus Ayya viene tutte le volte che può, per stare con i parenti. Non manca mai la raccolta delle olive. «Le bandiere che vedi sulle case non inneggiano agli Usa – spiega Saleh – Sono lì nella speranza che possano proteggere le abitazioni e scoraggiare i coloni israeliani. I proprietari le espongono per segnalare che nella casa ci sono dei cittadini statunitensi. Non serve a molto. Gli aggressori le colpiscono ugualmente sapendo che appartengono a palestinesi».
È GIORNO di elezioni di medio termine negli Stati uniti. Non è un argomento sulla bocca di tutti a Turmus Ayya, comunque se ne parla. «Fossi ora negli Stati uniti voterei contro i repubblicani, sceglierei i democratici», dice Saleh. «Non perché abbia fiducia nel partito democratico – precisa – Semplicemente mi auguro che sia il primo atto della sconfitta definitiva di Trump (alle prossime presidenziali). Sta rovinando la vita degli americani con le sue politiche e le sue guerre e non aiuta mai palestinesi». Saleh aggiunge che il suo store impiegava pendolari della città messicana di confine di Matamoros: «Ogni giorno entravano in territorio americano e a fine giornata tornavano a casa in Messico. Trump non li ha fatti più passare».
Siamo nella sede della cooperativa dei produttori di olio di Turmus Ayya. Saleh ha portato qui le sue olive come tanti altri e attende di riempire le taniche, alcune di metallo, altre di plastica. Alle nostre spalle l’olio sgorga denso e lentamente da un macchinario prodotto da un’impresa di Foligno.
«Quest’anno riuscirò a malapena a ricavare 35 taniche da 15 chili, di solito vado oltre cento. Ma non ho potuto raccogliere le olive sul 60% delle mie terre. I coloni israeliani non mi permettono di entrare in tutto il mio uliveto. Non è solo un problema mio, riguarda tutta Turmus Ayya e soprattutto i villaggi vicini di Abu Falah e Mughayyer che sono più esposti ai raid dei coloni», ci spiega Malek, un parente di Saleh.
È CONSUETUDINE degli abitanti vendere l’olio eccedente al bisogno delle famiglie. I guadagni consentono di andare avanti per un po’ di mesi. Chi ha centinaia di ulivi riesce anche a esportarlo all’estero. «Le cose sono cambiate drasticamente.
L’impossibilità di raccogliere le olive sul 40-50% delle nostre terre ha ridotto la produzione di olio a livelli minimi. Molte famiglie hanno perduto una importante fonte di reddito», dice Awad Abu Samra, membro del consiglio amministrativo di Turmus Ayya. «I coloni presidiano in armi le terre nella fascia orientale del villaggio e cacciano via i proprietari degli uliveti impegnati nella raccolta. Non solo, occupano anche i ricoveri agricoli che le famiglie usano durante i lavori nei campi e nei frutteti», aggiunge. Dei 1.900 ettari di terre agricole di Turmus Ayya circa 1.400 non sarebbero più accessibili.
«I COLONI STANNO spianando tutto a est del villaggio e hanno tagliato migliaia di alberi, soprattutto gli ulivi». Abu Samra ci riferisce che da un po’ di tempo i coloni limitano attacchi e raid alla zona orientale del villaggio. In passato invece arrivavano anche nel centro di Turmus Ayya. Nel giugno 2023 un’incursione sfociò nell’uccisione di Omar Qattin, padre di tre figli. Lo scorso anno un 14enne, Amer Rabea, con doppia cittadinanza palestinese e statunitense fu ucciso dagli spari di soldati israeliani. Le proteste del sindaco Nawaf Zaghoul a nome di tutti gli abitanti di Turmus Ayya con il passaporto Usa non provocarono alcuna reazione significativa all’ambasciata statunitense in Israele.
Solo due mesi fa l’ambasciatore Mike Huckabee, un pastore battista sostenitore accanito di Israele e della colonizzazione della Cisgiordania, è andato a Turmus Ayya al centro da mesi, come il resto della fascia orientale del territorio tra Ramallah e Nablus, di un’offensiva senza precedenti dei coloni fatta di attacchi notturni, auto e edifici dati alle fiamme, furti di bestiame e frutteti e campi coltivati resi inaccessibili con la creazione di avamposti. Huckabee da un lato ha definito «terroristi» gli autori delle violenze perpetrate dai coloni e ha chiesto vengano perseguiti; dall’altro ha affermato di credere che i violenti rappresentino «solo una minoranza».
«ERO PRESENTE alla riunione del consiglio comunale con Huckabee. Non lo trovai sincero – ricorda Awad Abu Samra – Quando va a visitare gli israeliani americani che vivono (nella vicina colonia ebraica) Shilo si mostra un amico e un sostenitore; invece, da noi è venuto solo pronunciare qualche frase di circostanza. Per lui evidentemente non siamo americani veri».