Ulivi irraggiungibili o sradicati: cosa resta della Gaza contadina

Una famiglia palestinese raccoglie le olive a Deir el-Balah, nella parte centrale della Striscia di Gaza, il 28 settembre 2026 – (Credit Image: © Moiz Salhi/APA Images via ZUMA Press Wire)

Lina Ghassan Abu Zayed

GAZA CITY

Terra rimossa Secondo i dati dell’Onu, solo il 3% dei campi agricoli palestinesi sono accessibili: il resto è occupato dalla Linea Gialla israeliana: «Gli alberi sono stati distrutti. Volevo tornare a piantarne altri, ma ogni volta c’è un drone che spara su chi si avvicina»

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Edizione 09/10/2026

A Gaza la raccolta delle olive di quest’anno inizia con più interrogativi che frutti da raccogliere: quanti alberi sono sopravvissuti? Quali campi possono ancora essere raggiunti gli agricoltori? E riusciranno a raccogliere le olive prima che il frutto marcisca sugli alberi?

Per Mohammed Al-Masdar, proprietario di un terreno olivicolo a est di Salah al-Din Road, il problema non è più se le olive siano mature, ma se sia in grado di raggiungerle. Parte della sua terra si trova vicino alla Linea Gialla, mentre porzioni dei suoi uliveti sono state bruciate e distrutte durante la guerra. «Ho della terra a est di Salah al-Din, ma non posso arrivarci. Gli alberi sono stati bruciati e distrutti. Volevo tornare a piantare nuove piantine, ma ogni volta c’è un’avanzata militare o un quadricottero apre il fuoco su chi si avvicina», ci racconta Al-Masdar.

Per lui questo non significa perdere un solo raccolto. Gli ulivi richiedono anni di cura prima di diventare produttivi e ripiantare il terreno significa ricominciare da capo. Ma è impossibile senza potervi accedere in sicurezza.

UN TEMPO LA RACCOLTA delle olive faceva parte del ritmo annuale di Gaza. Le famiglie si riunivano nei campi, i bambini aiutavano a raccogliere i frutti e i sacchi si riempivano di olive prima di essere portati ai frantoi. Per molte famiglie, le olive erano più di un raccolto agricolo: fornivano cibo e reddito e contribuivano a preservare un legame con la terra tramandato di generazione in generazione. La guerra ha interrotto questo ciclo in più punti.

Anche i campi in cui gli alberi sono ancora in piedi possono perdere il loro valore agricolo se i proprietari non possono più raggiungerli in sicurezza. Man mano che la Linea Gialla si è avvicinata alle aree agricole, l’accesso ad alcuni terreni è diventato dipendente dalle condizioni di sicurezza e dagli sviluppi militari nella zona.

Secondo una valutazione congiunta della Fao e del Centro satellitare delle Nazioni unite (Unosat), al 24 giugno 2026 solo il 27% della superficie coltivata di Gaza – circa 4.091 ettari – era accessibile. E solo 448 ettari, il 3% della superficie coltivata totale, erano sia accessibili sia intatti. Altri 3.643 ettari di terreno agricolo accessibile erano stati danneggiati e richiedevano interventi di riabilitazione prima di poter tornare alla produzione. A Rafah, tra le zone più colpite, il 97,2% dei terreni è inaccessibile, così come il 98,4% delle serre.

MA LA PERDITA del raccolto non si ferma al campo. Una volta raccolte, le olive iniziano un altro viaggio verso il frantoio, dove vengono trasformate in olio. A Gaza anche questa fase deve fare i conti con la carenza di attrezzature e carburante, oltre che con l’impennata dei costi di gestione. Abu Younis, proprietario del moderno frantoio Al-Zawaida, afferma che il costo per la spremitura di una tonnellata di olive ha raggiunto circa 2mila shekel in questa stagione (circa 580 euro).

Un aumento enorme rispetto a quanto gli agricoltori pagavano prima del genocidio. Negli anni passati, la spremitura di una tonnellata di olive in alcuni frantoi costava 300 shekel (87 euro). Il censimento dei frantoi del 2018 dell’Ufficio centrale di statistica palestinese mostrano che le tariffe di spremitura variavano da 300 a 800 shekel per tonnellata, con una media di circa 430 shekel.

Per Abu Younis, il crescente costo della spremitura fa parte di una crisi più ampia: il carburante è più costoso e difficile da reperire, i macchinari richiedono manutenzione, mentre ai frantoi arrivano quantità inferiori di olive perché i terreni agricoli sono stati distrutti e molti agricoltori non possono più accedere ai loro campi.

ANCHE LA CAPACITÀ del settore della spremitura è drasticamente diminuita. Nel 2022, Gaza contava 39 frantoi, con una capacità produttiva complessiva fino a 136 tonnellate l’ora. Nel 2026 solo otto frantoi sono in grado di funzionare, la maggior parte dei quali concentrati nella parte centrale di Gaza.

I dati mostrano l’entità della perdita. La superficie coltivata a ulivi a Gaza è diminuita drasticamente, insieme al numero di alberi e alla produzione annuale di olive e olio d’oliva: la produzione di olive è scesa da circa 40mila tonnellate all’anno prima della guerra a circa 5mila quest’anno, mentre la produzione di olio d’oliva è crollata da quasi 5mila a 700 tonnellate. Queste cifre rappresentano molto più di un semplice calo della produzione agricola: per le famiglie che dipendevano dalle olive significa una perdita di reddito e ogni albero distrutto comporta anni di attesa prima che una nuova piantina possa produrre un raccolto a cui affidarsi.

Per Al-Masdar, il desiderio di tornare sulla sua terra e piantare nuovi alberi fa parte del tentativo di recuperare qualcosa che la sua famiglia ha perso. Ma tornare richiede più del semplice desiderio: richiede un percorso sicuro verso i campi, la capacità di coltivarli e curarli. Per Abu Younis, la crisi è visibile dall’altro capo della filiera: anche quando le olive raggiungono il suo frantoio, il costo per trasformarle in olio è oggi di gran lunga superiore rispetto a prima.

A Gaza alcuni olivi sono ancora vivi, con i rami carichi di frutti. In una stagione che un tempo riuniva le famiglie nei campi, le olive appese ai rami sono il simbolo di ciò che resta dell’agricoltura di Gaza e di ciò che gli agricoltori hanno perso

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