La notizia di agenzia: Quarto attentato terroristico in Israele in poche settimane per un tragico bilancio di tredici vittime. Le ultime due nell’attentato di ieri sera, quando un terrorista palestinese ha aperto il fuoco nel cuore di Tel Aviv, nella centrale via Dizengoff. L’attentatore, proveniente da Jenin, è stato ucciso dalle forze di sicurezza dopo ore di caccia all’uomo. (NdR)
Gideon Levy scrive su Haaretz del 10 aprile 2022: https://jfjfp.com/the-palestinian-perspective-on-the-terror-attack/
Raad Hazem è nato il Kaf Tet B' - il 29 novembre 1993, data del voto delle Nazioni Unite del 1947 per la spartizione della Palestina mandataria. È nato nel momento della speranza per gli accordi di Oslo ed è cresciuto nella catastrofe dell'operazione Scudo Difensivo. Aveva nove anni quando i carri armati israeliani invasero il suo campo profughi, ne distrussero il centro e uccisero 56 dei suoi abitanti. Questo ragazzo ha visto per le strade corpi che non potevano essere sepolti finché l'esercito non se ne fosse andato, carri armati che schiacciavano le case e le auto dei residenti la cui vita era miserabile e un bulldozer che appiattiva il campo e lo "trasformava in Teddy Stadium" - il campo di casa della squadra di calcio Beitar Jerusalem, i cui più accesi sostenitori sono il gruppo La Familia, notoriamente antiarabo - come si vantava il guidatore del bulldozer.
"Raad" significa tuono in arabo. Giovedì sera [7 aprile] è rimasto seduto su una panchina in Dizengoff Street a Tel Aviv per 20 minuti prima di alzarsi e iniziare a sparare a persone della sua età che si stavano godendo l'happy hour all'Ilka Bar. Nella foto che è stata postata più tardi sembra bello; in un'altra foto, in cui stringe due fucili, appare infuriato e minaccioso. Hazem ha ucciso Tomer Morad, uno studente di ingegneria meccanica; Eytam Magini, uno studente di informatica, psicologia e neuroscienze; e Barak Lufan, un ex atleta olimpico e il capo allenatore della squadra nazionale israeliana di kayak. Tutti loro, come lui, erano giovani uomini.
È difficile immaginare dei personaggi più tipici per questa storia. Nessuno può sapere con certezza cosa gli passava per la testa, ma possiamo supporre che Hazem volesse vivere le vite delle sue vittime. Non ne aveva nemmeno la minima possibilità. Anche lui avrebbe voluto studiare neuroscienze o ingegneria meccanica, o allenare il kayak. Anche lui avrebbe voluto una happy hour. Avrebbe voluto svolgere il servizio militare, come loro, magari anche in un'unità d'élite della quale magari poi vantarsi. Ma è nato in una realtà da cui è impossibile penetrare nei mondi delle sue vittime su Dizengoff. Non avrebbe potuto nemmeno arrivare a Dizengoff per via diretta, imprigionato com'era nel suo campo profughi, con il divieto di entrare in Israele. Probabilmente non ha mai visto il mare, e certamente non un kayak. Invece, ha visto i soldati invadere il suo campo quasi ogni notte, maltrattando e umiliando i residenti, e le persone dell’età dei suoi genitori combattere e morire con un coraggio e una determinazione che sono diventati iconici. Non esiste un posto così militante, armato e coraggioso come il campo profughi di Jenin.
La panchina di Dizengoff è stata rimossa dalle forze di sicurezza dopo l'attacco, per rilevare dati biologici dell'uomo che vi si era seduto sopra, quando era ancora sconosciuto. Ma nessuna analisi del DNA può raccontare la sua storia, così come mille poliziotti non sono riusciti a trovarlo quando si trovava nella strada adiacente. La polizia, la polizia di frontiera, il servizio di sicurezza Shin Bet, Sayeret Matkal, Shaldag, Yamam, Yasam, Lotar e tutte le altre forze militari non spegneranno mai il fuoco di questa lotta. Tutte queste organizzazioni, che si allenano per anni esattamente per questo momento ed i cui bilanci superano quelli del sistema sanitario e dell'istruzione insieme, non sono all'altezza di contrastare un risoluto discendente di rifugiati nel momento della verità.
Era un'immagine speculare che sarebbe potuta venire da un film. Giovani dello stesso paese, seduti uno di fronte all'altro: il cosiddetto straniero sul banco pubblico, teso e agitato, di fronte alla gente del posto in un bar giovedì sera. Nei giorni precedenti la terribile notte, gli amici dei ragazzi del bar, soldati e poliziotti di frontiera, hanno ucciso cinque giovani nel suo campo profughi, e ora lui si propone di ucciderli indiscriminatamente.
Le persone che ha di fronte sono i personaggi che lui vorrebbe essere, con la vita che vorrebbe vivere, la libertà e le opportunità che anche lui vorrebbe avere. Vuole far conoscere la sua esistenza e dire: Se io non ho quella vita, quei diritti, anche voi che sedete al bar di fronte a me non li avrete mai. Questa è tutta la storia. Sopra di essa si possono costruire cumuli di intelligence e di armi, di punizione e di deterrenza, di teorie sulla sete di sangue e sul giudizio morale, sull'omicidio e sull'uccisione, di piani di guerra, di operazioni e di recinzioni. Alla fine, questa è la storia. Questa e nessun'altra. Niente può negarla.
Traduzione a cura di Claudio Lombardi di Associazione di Amicizia Italo-Palestinese