L'arresto di minori da parte delle Forze di Occupazione

Defence for Children International
10.06.2010

 

“Voci dall’occupazione, l’arresto di un bambino di 7 anni”

Alle 2:45 circa della notte del 10 giugno 2010, soldati israeliani consegnano un mandato di comparizione alla famiglia di un bambino di 7 anni di Beit Ummar, vicino a Hebron, nei Territori Palestinesi Occupati.

Rapporto speciale del DCI

 

“Ci eravamo svegliati per i colpi rumorosi alla porta d’ingresso di casa nostra accompagnati da gente che gridava ad alta voce in ebraico: “Aprite la porta, siamo dell’IDF,” rievoca Alia, la madre del bambino di 7 anni M. “Mio marito aprì la porta e tre soldati si precipitarono dentro la casa. Uno dei soldati domandò a mio marito, in un misto tra l’arabo e l’ebraico, di nostro figlio M. il nostro bambino più piccolo.

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“Il marito di Alia informò i soldati che M. aveva sette anni, e mostrò loro il suo certificato di nascita.”L’ufficiale lesse la data di nascita, che è il 17 settembre 2002, e rise, ma nondimeno gli consegnò il mandato di comparizione” che invitava mio figlio a recarsi la mattina successiva al Centro per l’Interrogatorio e la Detenzione di Etzion in quanto è “ricercato per un colloquio,” rammenta Alia. 

Il documento consegnato al marito di Alia è un modulo dalla formazione standard, stampato in ebraico e in arabo, riempito di particolari specifici scritti a mano in ebraico. Il documento senza firma sembra sia stato emesso dall’Ufficio del Coordinamento Distrettuale israeliano (DCO) per conto delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) di Etzion. Il documento è un “invito” rivolto a M. perché si presenti più tardi per un incontro con il capitano Tamir al “Centro Etzion” alle 2:00 pomeridiane di quello stesso giorno. Il Centro Etzion è un luogo ben conosciuto agli abitanti del posto come un Centro israeliano per l’Interrogatorio e la Detenzione, situato all’interno della colonia di Gush Etzion, a metà strada tra Hebron e Bethlehem, nei Territori Palestinesi Occupati. 

Il bambino di sette anni M. dormì durante tutta la notte dell’incursione fatta dall’esercito israeliano, ma la mattina successiva gli venne raccontato da sua madre che cosa fosse successo. “I miei fratelli e mia madre erano sconvolti sapendo che il soldati  mi avevano invitato a recarmi al Centro di Etzion, perché io sono molto giovane,  rammenta M. “Sono ancora nella seconda classe e dopo l’intervallo estivo andrò in terza. Non voglio che mio padre mi accompagni al Centro perché so, e l’ho sentito dire dalla gente, che è una prigione, e se io ci vado, loro mi porteranno via dalla mia famiglia.” 

Più tardi, in quello stesso giorno, Il padre di M avrebbe dovuto fare una visita ad un parente in ospedale e non portò suo figlio al Centro per l’Interrogatorio come richiesto. “Non sapevo ancora se mio padre mi avrebbe portato là oppure no, si preoccupa M., “ la mia famiglia non sapeva se i soldati sarebbero ritornati a casa per chiedermi perché non fossi andato. Spesso soldati israeliani  vengono a casa nostra. Sei mesi fa vennero a prendere mio zio, e lui sta ancora in prigione. Hanno preso anche mio cugino, e lui è ancora in prigione. La prigione ha stanze circondate da sbarre e le sue porte sono sempre chiuse cosicché i prigionieri non possono andarsene dalle stanze e, in tal modo, se ne restano intrappolati dentro. 

Di consuetudine, l’esercito israeliano arresta e notifica documentazioni scritte in ebraico alle famiglie di bambini palestinesi durante la notte. Nel 2009, nel 65% dei casi trattati dal DCI-Palestina, i bambini sono stati arrestati tra la mezzanotte e le 4 di mattina. Irruzioni notturne effettuate dall’esercito israeliano nei villaggi palestinesi nei territori occupati, generano terrore e disorientamento tra la popolazione locale e in particolar modo tra i bambini. Risulta che il mandato di comparizione non riguardava il bambino di 7 anni M. e che il nome scritto in ebraico sul documento  era quello di un’altra persona. Risulta che l’esercito israeliano aveva consegnato il mandato di comparizione alla casa sbagliata, nel villaggio sbagliato. La famiglia, dalle autorità israeliane, non ha mai ricevuto né una giustificazione né una scusa. 

(tradotto da mariano mingarelli)