Il prezzo della tolleranza

Mamilla Campaign

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Cimitero Mamilla: il prezzo della tolleranza.

di Omar Kasrawi e Sommer Saadi

 

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                                                    Rawan Dajani a Mamilla, all’esterno del mausoleo dei suoi antenati.

 

 


Gerusalemme – In piedi, all’esterno di un mausoleo nel cimitero Mamilla di Gerusalemme, Rawan Dajani china il capo e tiene le mani a mo’ di conca rivolte verso l’alto. Silenziosamente, movendo solo le labbra, pronuncia le parole del primo capitolo del Corano, “Nel nome di Allah, il Caritatevole, il Misericordioso. Sia lode ad Allah, Signore dei mondi.” La preghiera è rivolta al suo antenato Sheikh Ahmed Dajani, che venne sepolto a Mamilla, la più antica area sepolcrale musulmana a Gerusalemme, quasi mezzo secolo fa. 

Ad una distanza di circa 200 metri, un cantiere recintato designa il sito futuro del Centro per la Dignità Umana – Museo della Tolleranza del Centro Simon Wiesenthal, con sede in California. Nel 2002, la Città di Gerusalemme assegnò al Centro il terreno che, secondo una mappa della perizia governativa del 1936, viene considerato far parte integrante del cimitero. Il Centro si concentrerà sulle “questioni dell’antisemitismo globale, dell’estremismo e della dignità umana,” secondo quanto riportato nella pagina web del sito del Museo. 

Il Centro dette inizio ai lavori sul terreno, fino ad allora intatto, nel 2004 e la costruzione dislocò centinaia di sepolcri musulmani che risalivano molto addietro nel tempo, fino al VII secolo. I resti umani vennero riesumati durante uno scavo archeologico, riportato come uno ”scavo di preservazione”, prima che cominciasse la costruzione. Gli scavi di salvaguardia vennero eseguiti dall’Autorità israeliana per le Antichità per documentare e salvare le antichità prima di dare inizio alle operazioni di costruzione. 

La controversia che coinvolge il cimitero Mamilla non è l’unica nel suo genere in Israele. Ci sono state proteste contro molti progetti edilizi a causa dei timori che si sarebbero profanati luoghi sepolcrali. In particolar modo gruppi ebraici di ultra-ortodossi si sono impegnati su questo campo, come nel caso recente del Centro Medico Barzalai ad Ashkelon, dove gruppi di persone hanno protestato contro la costruzione di un pronto soccorso in cima al cimitero ebraico. 

Talvolta i progetti edilizi vengono sospesi e spostati, mentre talaltra essi vanno avanti nonostante le proteste, come nel caso di Ashkelon. In una recente delibera, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu si è impegnato a che i progetti prevedano il trasferimento del reparto, facendo riferimento a preoccupazioni connesse alla sicurezza e a motivi economici. 

Tuttavia, ciò che è non comune nel caso del Mamilla, sta nel fatto che la controversia coinvolge, a Gerusalemme, una organizzazione ebraica e un sito sepolcrale musulmano e risulta essere più un problema di politica estera che di politica interna. 

Il progetto Wiesenthal è l’ultimo tra i tanti che hanno fatto intrusione nell’area del cimitero Mamilla. Esso ha provocato petizioni da parte dei discendenti palestinesi di coloro che vi sono sepolti, come pure da parte dei Rabbini per i Diritti Umani e del Centro per il Pluralismo Ebraico. Dajani, la cui famiglia ha un nome che è importante in Palestina, è uno di coloro che hanno presentato l’istanza. 

“Mi sento come se avessi molta energia per fare qualcosa” per ciò che riguarda la costruzione, ha dichiarato Dajani, un giovane di 26 anni che lavora alla Al-Quds University. Ma alla fine capisco che tutto questo è molto difficile. Gli israeliani non ci permetteranno mai di fare qualcosa con facilità.” 

I campi della protesta comprendono il restauro delle lapidi e la diffusione delle petizioni fatte con il proposito di esercitare una pressione sul governo israeliano e sul Centro Wiesenthal per ottenere la interruzione della costruzione. Una di queste petizioni, sovvenzionata dalla Campagna per la Salvaguardia del Cimitero Gerosolimitano di Mamilla, è giunta alla Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. 

Il 24 marzo, la Commissione ha emesso una risoluzione nella quale “manifesta la sua grave preoccupazione per lo scavo di antiche tombe” e richiede al governo israeliano di desistere immediatamente da tali attività illegali. ”La risoluzione è passata  31 a 10, con 6 astensioni, e tra le 10 nazioni che si erano pronunciate per il no c’erano gli Stati Uniti ed alcuni paesi europei. 

“Questa è una piccola vittoria, ma è importante che questo linguaggio venga riportato nei testi,” ha affermato Dima Khalidi, consulente legale delle famiglie che hanno sottoscritto la petizione.”Ciò sta a dimostrare che questa è una violazione dei diritti umani e non una negazione a sé dei diritti dei palestinesi.” 

Tuttavia, i dirigenti del Centro Wiesenthal ritengono che la sentenza del Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani non abbia alcuna validità. 

“Il Consiglio è solo un paravento per criticare ferocemente Israele,” ha affermato il rabbino Abraham Cooper decano associato al Centro Simon Wiesenthal. “E’ quasi l’equivalente di un tribunale illegale. Israele è l’unica nazione in tutto il pianeta che viene isolata da quella prestigiosa istituzione.” 

La storia della controversia riguardante il cimitero può essere fatta risalire alla costruzione del Palace Hotel nel 1929.Il Mufti di Gerusalemme che aveva commissionato l’Hotel, tenne segreta la scoperta di tombe avvenuta durante le opere di costruzione, secondo quanto riporta lo storico israeliano Tom Segev nel suo libro Una Palestina, Completa. Coloro che hanno presentato istanza sostengono, tuttavia, che il Palace Hotel non rientrò mai all’interno dei confini del cimitero, quali erano stati definiti negli anni 1860, durante il dominio ottomano. 

Nonostante che nel 1944 il Mandato Britannico abbia designato quel luogo come sito di antichità, diversi progetti hanno continuato ad impicciarsi dei terreni del cimitero in quanto collocati nella parte occidentale di Gerusalemme. Questi comprendono il Parco dell’Indipendenza costruito negli anni 1960, un parcheggio realizzato nel 1964, la costruzione delle vie d’accesso e la posa dei cavi elettrici. 

Il fatto che ci fossero altre cose costruite nella zona fa parte delle motivazioni del Centro Wiesenthal per giustificare la costruzione del Museo della Tolleranza. I sostenitori del Centro sostengono che i musulmani in ambedue i territori palestinesi e il mondo arabo sui loro stessi cimiteri hanno costruito strade, centri commerciali ed edifici pubblici. 

Nel sito web del Centro Wiesenthal si legge: “E’ assurdo vincolare il Centro per la Dignità Umana a principi più elevati di quelli ai quali si attengono i musulmani per ciò che riguarda loro stessi.” 

In sostegno al proprio progetto edilizio il Centro Wiesenthal cita anche diversi altri fattori supplementari, quali: la mancanza di proteste durante la costruzione precedente, la mancata presentazione delle  opportune repliche durante le riunioni del consiglio cittadino e la dichiarazione del 1964, rilasciata da un giurista musulmano, secondo la quale il cimitero non era più un luogo sacro. Oltre a ciò, il Centro afferma che il museo non viene costruito neppure sul cimitero, ma piuttosto  sull’adiacente parcheggio auto municipale.. Nello scorso dicembre, la Corte Suprema di Israele ha sancito la sentenza secondo la quale la costruzione potrebbe continuare. 

In risposta, i palestinesi sostengono che ci sono state delle proteste fin dagli anni 1960. Affermano che la sentenza del magistrato musulmano era stata invalidata dalla dimostrazione fornita dalle prove scaturite dai recenti scavi secondo le quali c’erano ancora salme sotto al parcheggio, una conclusione supportata dall’Alta Corte d’Appello della Shariaa, che aveva presentato, poco dopo il febbraio del 2006, una lettera al Centro per Ricerche e Informazioni Israele-Palestina che delineava quella difesa. 

Gideon Sulimani, il capo archeologo con l’incarico di effettuare gli scavi nel sito del Museo, ha riesumato più di 200 salme durante i lavori di scavo del 2005. Sulimani  è stato assegnato dall’Autorità per le Antichità di Israele, un ente governativo avente il compito di preservare l’integrità dei siti storici. Sulimani sostiene di aver fatto gli scavi solo sul 10% dell’area e stima che approssimativamente 1.000 salme potrebbero restare sepolte. Egli ha consigliato che il sito non venga concesso a scopi edilizi a causa del ritrovamento di tutti questi corpi. Nella sua dichiarazione scritta e firmata egli afferma che le Autorità per le Antichità hanno comunque informato la Corte Suprema che “quasi l’intera zona degli scavi è stata ripulita tanto da rendere possibile l’attività edilizia, in quanto in essa non sono rilevabili ulteriori informazioni scientifiche.” 

Sulimani ha dichiarato: “Ciò fa parte del conflitto su chi ha il diritto di proprietà sul terreno. Non si tratta di archeologia. Neppure di scienza. Vogliono rimuovere la memoria musulmana del sito per trasformarlo in luogo ebraico. Si tratta esclusivamente di politica.” 

Secondo il suo sito web, l’Autorità delle Antichità di Israele potrebbe richiedere l’avvio di una costruzione sul posto, che dipende dai ritrovamenti durante gli scavi, ma un tale cambiamento è “abbastanza raro”. Nella maggior parte dei casi, l’IAA autorizzerà a che i lavori continuino, fatta eccezione della sezione destinata alla ricostruzione, nella quale saranno completati gli scavi, effettuata la documentazione e la rimozione dei reperti  dal sito prima che avvenga la loro distruzione.” 

L’Autorità per le Antichità non ha risposto ai ripetuti tentativi di ottenere un giudizio esplicito per ciò che riguarda il caso Mamilla. 

I leader della protesta sostengono che il cimitero è un esempio evidente delle profonde radici palestinesi di Gerusalemme, e che fare una costruzione sopra al cimitero si propone come un tentativo del governo israeliano di ridurre al minimo l’identità palestinese. Intere famiglie gerosolimitane sono state sepolte nel cimitero nei trascorsi 1.000 anni e la testimonianza di tipo archeologico sostiene l’ipotesi secondo la quale i resti dei soldati e degli ufficiali del sovrano musulmano Saladino siano tra i corpi sepolti. 

Alcuni palestinesi coinvolti credono che la costruzione progettata non possa essere bloccata, ma sono pieni di speranza che, perfino quando il nuovo museo si eleverà, i loro sforzi  avranno portato ad un qualche riconoscimento al terreno sepolcrale musulmano che una volta si trovava in quel sito. Secondo Diyala Husseini Dajani, un’attiva contestatrice con legami di famiglia  nel Mamilla, sono stati raccolti circa $18.000 per la costruzione di un muro della memoria sul quale saranno riportati i nomi di tutti coloro che sono sepolti nel cimitero. Lei sostiene che, al minimo, un muro di quel tipo ripristinerà la presenza palestinese nell’area. 

“Non è che io mi sia preoccupata delle tombe tanto quanto mi sono preoccupata del fatto che noi non esistiamo” per gli israeliani, ha detto Husseini. “Forse noi siamo solo anime – come quelle nel cimitero.” 

(tradotto da mariano mingarelli)