Caterina Donattini
06.05.2010
Ieri presso Al Walaja in molti sono stati feriti, 4 gli arresti,
3 palestinesi e un canadese gli arrestati:
- Mazin Qumsiyeh, professore di Betlemme, in passato professore a Yale;
- George, canadese;
- Dia' e Nafez, originari di Al Walaja, giovani ragazzi, pronti a difendere le proprie case. Li hanno presi e gli hanno spruzzato direttamente negli occhi ripetutamente spray al pepe, come vedrete, per poi offrire loro, in gesto di generosa umanità, l'acqua con cui alleviare il dolore. Pare non abbiano potuto riacquistare la vista per diverse ore.

Sono stati poi tutti rilasciati, quella notte, dietro pagamento di un' alta somma di denaro, 700 $, dovendo firmare un documento in cui si dice che non potranno avvicinarsi al muro per 15 giorni, altrimenti dovranno pagare 1200 $.
A seguire copio-incollo la nota del professor Mazen, tradotta in italiano, scritta a mezzanotte, dopo il rilascio dalla prigione, cito le sue parole di conclusione a chiusura di questo mio messaggio:
"Domani, venerdì, ci sarà una manifestazione presso Al Mazara (altro villaggio palestinese)
e il festival di Artas e tanto altro lavoro da fare.
La vita continua e così la lotta contro l'apartheid. La lucha continua.
Continuate a tenervi informati".
Il video youtube mostra gli arresti avvenuti quando, giovedì 6 maggio 2010,
gli attivisti hanno cercato di bloccare l’intervento dei bulldozer a Al Walaja.
http://www.youtube.com/watch?v=_Bknk8DEjO0
http://stopthewall.org/communityvoices/2252.shtml
Mazin Qumsiyeh – sotto viene riportata la descrizione di ciò che ci è accaduto.
La nostra terribile esperienza con le Forze di Occupazione, durata dieci ore, ha avuto inizio alle 10:00 di mattina non appena ci siamo radunati nel piccolo villaggio di al-Walaja. Un minuscolo negozio con una donna anziana che ha insistito di offrirmi un caffè senza farmelo pagare. Uno scenario idilliaco se non fosse per i pesanti bulldozer che al momento stavano tagliando le colline per separare la gente che era rimasta dai loro campi per mezzo di un muro dell’apartheid che hanno progettato circondare completamente il villaggio. Questo villaggio, che ha già perso una gran parte delle sue terre, si trova in una posizione sfortunata essendo molto prossimo alla Linea Verde, su terre agricole fertili e gli israeliani vogliono la terra, ma non la gente che ad essa è connessa. L’esercito israeliano ha già demolito diverse case (molte già ricostruite) e multate altre per essere state costruite in assenza di permesso (che non è possibile ottenere nel villaggio). Gli eroici abitanti del villaggio hanno infuso coraggio a talmente tante persone, compresi israeliani ed internazionali, da renderli partecipi della loro resistenza popolare. In precedenza, ho condiviso con voi numerosi video delle azioni. Il fatto di oggi ha avuto inizio non appena siano giunti passando attraverso gli alberi e ci siamo seduti di fronte ai bulldozer.
Quando i soldati ebbero radunato le loro forze attorno a noi, eri in grado di percepire che i soldati si stavano preparando per l’assalto. Noi siamo rimasti calmi e tranquilli. Loro ci hanno trascinati uno ad uno di forza fuori dalle terre devastate dal bulldozer. Hanno scelto i quatto di noi per arrestarli senz’alcuna ragione plausibile. George canadese, me che vengo da Beit Shaour, e due fratelli di Al-Walaja (Dia’ e Nafez). Loro sono stati particolarmente brutali con i due fratelli usando in continuazione spray al pepe, picchiandoli (due volte) con dei randelli e una volta con il calcio del fucile, in particolar modo Dia’. Dia’ per parecchio tempo non è stato in grado di vedere. Ci hanno trascinato giù dalla collina con una scorta militare completa e , sulla strada, ci hanno chiesto le nostre carte di identità (Io e Nafez le avevamo, Dia’ e George non le avevano portate con sé). In cima alla collina c’è un posto di controllo per auto (principalmente per coloni) che passavano attraverso Gerusalemme (provenendo dalle colonie illegali di Har Gilo, Gilo e il complesso di colonie di Gush Etzion). Ci era stato detto di starcene seduti e di attendere che venissero trasportate due guardie private di sicurezza per integrare i quattro soldati che stavano di guardia a noi. Trascorse mezz’ora, un’ora, due ore. Noi passavamo il tempo parlando con i soldati per spiegare loro perché sbagliano a punire la gente che cerca di difendere la propria terra. Per finire ho domandato di andare in bagno. Non l’hanno concesso. Ho insistito ed infine mi hanno scortato ad una latrina (del tipo portatile). Altro si è susseguito. Il tempo è trascorso. Sono arrivati degli ufficiali e ci hanno detto di firmare un foglio nel quale si affermava che, durante la nostra detenzione, non eravamo stati picchiati, né maltrattati. Ci siamo rifiutati di sottoscriverlo. Alla fine hanno avuto il via libera per arrestarci ufficialmente per cui siamo stati portati attraverso Gerusalemme agli uffici per le indagini vicino a Qubbit Raheel (Tomba di Rachele). Lungo il percorso, Dia’a e Nafez fanno osservare che per loro è una cosa fuori dal normale accedere a Gerusalemme (loro proibita fin dagli accordi di Oslo). Al-Walaja si trova nella zona di quell’area che loro considerano territorio israeliano (il complesso di insediamenti coloniali di Gush-Etzion). Al-Walaja in parte si trova persino sul territorio annesso a Gerusalemme, ai suoi abitanti viene data ancora la carta di identità Verde come a me a significare che ai palestinesi della West Bank non è permesso accedere a Gerusalemme.
Arriviamo alla nostra destinazione e veniamo chiusi dentro a un container di metallo. Passano più di due ore. Solo talvolta si fanno vivi dei soldati e parliamo con loro. Tutti e tre parliamo a tre soldati arabi che comprendono Marzouq e Madi (li ho soprannominati M&M dell’esercito di occupazione israeliano), tre ashkenaziti, una donna sefardita, che non ha mai sorriso una volta, e che sembrava fuori posto, ed un etiope. Alcuni erano freddi e distanti, altri facevano polemica, ma senza sapere gran ché e altri ancora erano leggermente più aperti e stavano ad ascoltare ciò che si doveva dire loro. Ero orgoglioso del fratelli di Al-Walaja che spiegavano utilizzando una logica tranquilla: che cosa faresti se qualcuno venisse a sradicarti gli alberi che sono stati piantati per te dai tuoi nonni? Come reagiresti se ti venisse tolta ogni fonte di vita e di sostentamento? Ma la maggior parte dei circa 40 soldati e funzionari di polizia che abbiamo incontrato lungo il percorso, hanno pronunciato solo poche parole relative ad ordini e si sono rifiutati di confrontarsi con noi. Per loro è come un lavoro di routine. Mentre ci trasportavano da un posto all’altro, loro non hanno fatto altro che riattare o scrivere messaggi sui loro telefoni cellulari o scherzare l’uno con l’altro sulle cose (Devo prendere veramente classi di ebrei).
L’ “investigatore” alfine arriva. Ci è permesso finalmente di avere un colloquio con un avvocato. L’avvocato fornisce dei consigli e noi seguiamo i suoi consigli. Ogni singola persona viene portata a trovare l’investigatore. Ci viene richiesto di firmare altre carte e di nuovo ci rifiutiamo (in ebraico). Ci costringono a mettere il nostro pollice su un altro modulo sul quale ci sono semplicemente i nostri nomi, numeri delle carte d’identità, ecc..Si aggiungono le manette e ci vengono tolti i cellulari. Non appena ciascuno ritorna al container ci si passa l’un l’altro le informazioni. Aspettiamo. I legami ai polsi stanno facendo male. Noto quel che si dice sul mio ‘Hiatt – Made in England’. Penso tra me che tutto questo casino è stato prodotto dall’Inghilterra (dichiarazione di Balfour e tutto quello che segue). Un’ora più tardi, ci viene detto che ci porteranno in tribunale e che ciascuno di noi deve telefonare ad un parente o a un amico perché porti 2.500 NIS (circa 750 $) al tribunale a Gerusalemme da usare come cauzione. I cellulari ci vengono restituiti perché si facciano le telefonate. Poi ci viene ordinato di entrare nel furgone per andare (si suppone in tribunale). Ma poi cambiano idea. Non sappiamo che cosa stia succedendo. Ci viene detto di non usare i cellulari, ma quando restiamo soli lo facciamo. La mia famiglia si sta dando da fare per raccogliere il denaro e quando mia moglie, circa un’ora dopo, è per strada, l’avvocato manda il messaggio che dovevamo aspettare perché loro stavano trattando con il giudice. Un’altra ora ancora. Ci viene ordinato di entrare nel furgone. Ci portano alla stazione di polizia di Talpiot dove prendono le impronte digitali e ci fotografano. Trascinati come dei criminali con i lacci ai polsi in questo quartiere ora divenuto ricco. Una vecchia ebrea mi fissa fuori per strada e io vorrei che mi fosse permesso di parlare per raccontarle le nostre storie. Per strada, nella parte posteriore del furgone, racconto ai colleghi detenuti che questo era un quartiere arabo prima della pulizia etnica del 1948. Ci sono ancora molte case arabe sostituite e completamente trasformate da ville residenziali in bar. Torniamo al container che funge da prigione. Le stringhe ai polsi stanno facendo male.
Ora, erano circa le 5:30 e stavamo morendo di fame (nessun cibo e molti di noi erano partiti di casa senza fare colazione ed erano in stato di fermo fin da circa le 9 del mattino). In varie occasioni avevamo chiesto che ci dessero del cibo. Alla fine ci portano del pane, una fetta di formaggio per ciascuno ed una scatoletta di marmellata (mi domando perché siamo stati tenuti ammanettati per almeno quattro ore in quanto ciò costituisce formalmente un arresto). Divoriamo il tutto con rapidità e ci chiediamo se ciò sta ad indicare che resteremo ancora a lungo o che saremo rilasciati presto. Un’altra mezz’ora e veniamo trascinati (questa volta insieme) di fronte ad un nuovo investigatore che ci chiede di firmare un documento di rilascio che afferma che siamo stati avvertiti di starcene lontani dal muro (sì, sul documento ufficiale israeliano c’è scritto “il muro”) per 15 giorni e che se non lo faremo ciascuno di noi dovrà pagare 5.000NIS (circa 1.200 $). Un amico di Al-Walaja è stato sufficientemente gentile da venire per consegnare l’assicurazione che noi rispetteremo gli ordini stabiliti.
La situazione di George non era sufficientemente chiara. Hanno insistito di voler vedere il suo passaporto. Alla fine, un amico l’ha portato dopo che George era stato minacciato di deportazione immediata nel caso in cui non avesse fornito il passaporto. Sia l’avvocato che noi abbiamo cercato di convincerli a lasciarlo andare. Mi hanno chiesto di tradurre per lui dapprima che lui avrebbe dovuto ripresentarsi allo stesso posto domenica ed abbiamo pensato che l’avrebbero rilasciato insieme a noi. Ma, ahimè, ciò non accadde. Spero che non venga comunque deportato (delle loro parole non ci si può mai fidare).
Tre di noi sono stati rilasciati, ma i soldati non ci hanno consegnato le nostre carte di identità. nella nostra felicità per l’essere rilasciati, ci siamo dimenticati anche di chiederglieli (li hanno avuti a loro disposizione per le 10 ore della nostra terribile esperienza). In tal modo sono ritornato con mia moglie alla quale è stato permesso di entrare nel posto di controllo e un’ora dopo ero entrato in possesso delle carte di identità. Abbiamo avuto ospiti da Jenin che sono rimasti tutta la notte con noi ed ho supposto di poter lavorare oggi all’università con il mio tecnico. Ma è ormai passata la mezzanotte e sto ancora scrivendo queste note e montando un video. Domani (venerdì) ci sarà una manifestazione ad Al-Masara, il festival della lattuga ad Artas ed altro lavoro da fare. La vita continua nel paese dell’Apartheid. La lucha continua. continuate a tenervi informati.
Mazin Qumsiyeh, PhD
Chairman of the Board
Palestinian ter for Rapprochement Between People.
Professor, Bethlehem University
Author, Sharing the Land of Canaan: Human Rights and the Israeli-Palestinian Struggle.
http://qumsiyeh.org
(traduzione di mariano mingarelli)