Michael Arria, The Shift Mondoweiss, 27 luglio 2023 https://mail.google.com/mail/u/0/#search/the+shift/WhctKKZGXBwCwQDGbvdljbFbnLZStBKPXftLbdNXlmPXRlpvxPtDfRwjbPdxMxPXWFpJq
"Con Israele, è ora di iniziare a discutere dell'innominabile", dichiara Nicholas Kristof in un articolo apparso la scorsa settimana sul New York Times. Quella che è da tempo una voce dell'establishment chiede, proprio nel giornale di riferimento dell'establishmen, la fine degli aiuti militari statunitensi. Kristof ci tiene a presentare le dovute cautele prima di iniziare. Non pensa che questo "debba accadere bruscamente o in modo da mettere a repentaglio la sicurezza di Israele". Assicura ai lettori che "non si tratta di colpire Israele". Ma poi espone i fatti:
I 3,8 miliardi di dollari di assistenza annuale a Israele sono più di 10 volte quello che gli Stati Uniti inviano alla ben più popolosa nazione del Niger, uno dei Paesi più poveri del mondo e sotto attacco da parte dei jihadisti. In Paesi come il Niger, questa somma potrebbe salvare centinaia di migliaia di vite all'anno, o negli Stati Uniti, potrebbe contribuire a pagare programmi per la prima infanzia di cui c'è disperato bisogno.
Gli aiuti a Israele sono ormai quasi esclusivamente assistenza militare che può essere utilizzata solo per acquistare armamenti americani. In realtà, non si tratta tanto di aiuti a Israele quanto di sovvenzioni a occhi chiusi a fornitori militari americani, e questo è uno dei motivi per cui alcuni israeliani sono d'accordo.
Kristof prosegue citando una serie di voci relative alla cosidetta Relazione Speciale con Israele. "L'economia israeliana è abbastanza forte da non aver bisogno di aiuti; l'assistenza alla sicurezza distorce l'economia israeliana e crea un falso senso di dipendenza", afferma l'ex ambasciatore americano in Israele Daniel Kurtzer, "Gli aiuti non forniscono agli Stati Uniti alcun mezzo o influenza sulle decisioni israeliane di usare la forza; poiché ce ne stiamo in silenzio mentre Israele persegue politiche a cui siamo contrari, siamo visti come 'sostenitori' dell'occupazione israeliana".
"Israele può permetterselo e sarebbe più salutare per le relazioni se Israele stesse sulle proprie gambe", afferma Martin Indyk, per due volte ambasciatore in Israele.
"Nelle giuste condizioni e in una situazione molto, molto lontana, con le relazioni tra Stati Uniti e Israele in una situazione di parità, se non addirittura di miglioramento, ci sarebbero vantaggi per entrambi nel vedere gli aiuti militari gradualmente eliminati", afferma l'ex analista del Dipartimento di Stato per il Medio Oriente Aaron David Miller.
Da dove viene tutto questo? Sul suo sito Mitchell Plitnick spiega come il governo Netanyahu stia iniziando a infastidire i sostenitori liberali di Israele. "Netanyahu si è fatto beffe degli Stati Uniti come suo protettore", scrive "Mentre l'amministrazione Biden si è fatta in quattro per mantenere il flusso di denaro verso Israele, per proteggere Israele alle Nazioni Unite e in altre sedi internazionali e per promuovere il mito veramente malvagio che l'antisionismo e il BDS non siano altro che forme di antisemitismo, Israele ha risposto prendendo impegni con Washington che non ha mai avuto intenzione di mantenere, spesso abrogandoli non appena le riunioni in cui sono stati presi sono terminate". Netanyahu ha anche ingannato i media sulla telefonata che i due hanno avuto la settimana scorsa. Questo non è piaciuto affatto a Biden". "Tutto ciò ha portato queste figure chiave della comunità sionista liberale di Washington a mettere in forse uno dei mostri sacri del parlamento: gli aiuti degli Stati Uniti a Israele", prosegue il giornalista. "Tuttavia, anche in questo caso, le dichiarazioni sono moderate dalla sensazione di non credere che ciò sia possibile".
Tutto ciò è certamente vero. Sul Daily Beast (autorevole sito americano di politica e cultura) David Rothkopf afferma che le relazioni tra Israele e Stati Uniti sono finite come le conoscevamo. "Se la maggior parte della colpa di questa svolta va al Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e alla sua coalizione di estrema destra di nazionalisti ebrei, una parte ricade sui leader americani che, in varia misura, per anni si sono rifiutati di riconoscere la deriva di Israele verso l'autoritarismo e i suoi continui abusi su milioni di persone che vivono all'interno dei confini che essa controlla", scrive.
Non è l’espressione peggiore, ma vale la pena di citare di cosa si occupa Rothkopf. Oltre a essere un editorialista mainstream, un ex funzionario governativo e un ex amministratore delegato della Kissinger Associates, è anche un agente straniero registrato presso gli Emirati Arabi Uniti e viene pagato circa 600.000 dollari all'anno per svolgere attività di pubbliche relazioni per il governo autoritario di quel Paese. Un governo che ha stabilito una normalizzazione con Israele nell'ambito degli Accordi di Abramo.
Semmai, Rothkopf e le persone che Kristof intervista, temono che Netanyahu sia negativo per gli affari. "Gli aiuti a Israele non possono essere un assegno in bianco", afferma Rothkopf. "Devono essere guidati dagli interessi degli Stati Uniti. E attualmente il governo Netanyahu... non sta agendo in base a questi interessi".
Se vi state chiedendo quante volte la rubrica di Kristof menziona "Palestina" o "palestinesi", la risposta è zero. Kristof conclude con la speranza di trovare un "modo non ideologico e paziente" di ricercare ciò che è meglio per gli Stati Uniti e Israele, ma non c'è nemmeno un pensiero per le vittime di questa alleanza di lunga data.
Solo una settimana fa la stragrande maggioranza dei membri della Camera USA ha votato a favore di una risoluzione che dichiara che Israele non è uno Stato di apartheid. Nove democratici hanno votato contro. Tutti gli altri democratici hanno appoggiato la misura, sfidando la realtà. Non importava cosa dicessero tutti i principali gruppi per i diritti umani, cosa pensassero gli elettori o quale fosse il consenso internazionale. Non importa che ogni settimana ci sia una nuova serie di dettagli orribili dalla regione: minori arrestati, adolescenti uccisi, case distrutte, beni confiscati, posti di blocco, incursioni squadriste, bombardamenti.

Israele demolisce una casa palestinese a sud-est di Hebron, nella Cisgiordania occupata. (Foto: Mosab Shawer/APA Images)
Traduzione a cura di Claudio Lombardi, Associazione di Amicizia Italo-Palestinese