Flotilla Stay Human: non ci arrendiamo

Nena News.com
03-07.2011
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FLOTILLA STAY HUMAN: NON CI ARRENDIAMO

L’arresto del capitano della nave "Audacity of Hope" e le misure del governo greco non demoralizzano i partecipanti alla flottiglia per Gaza. Voglia di reagire tra gli italiani della «Stefano Chiarini».

DI VAURO SENESI

Roma, 03 luglio, 2011 – Ad Atene il capitano della nave Usa «Audacity of Hope», John Klusmire, cittadino americano, è stato incarcerato con l’accusa di atto criminoso in base all’articolo 128 del codice navale greco. Il suo tentativo di ieri (venerdì per chi legge) di salpare dal Pireo avrebbe infranto la norma che impone ai capitani di sottostare agli ordini del ministero degli interni in caso di guerra o di forti tensioni nei rapporti internazionali azione siano le ripetute dichiarazioni di Netanyahu sulla determinazione di Israele a ricorrere alla forza qualora la Freedom Flotilla riuscisce ad avvicinarsi alle acque di Gaza ed alla lettera, datata 24 maggio, in cui il presidente delle Nazioni unite Ban KiMoon invita i governi nazionali a scoraggiare la partenza delle navi pacifiste. Martedì prossimo l’accusa contro il capitano sarà formalizzata in tribunale.

 

E’ chiaro che il governo greco ha deciso di classificare la vicenda delle navi ancorate nei suoi porti come questione di sicurezza interna nazionale e questo potrebbe portare al blocco definitivo delle imbarcazioni. Non mancano i segnali in tal senso. A Creta, dove è ancorata la nave spagnola «Guernica» motovedette della guardia costiera si sono schierate davanti al natante in modo da impedirgli ogni possibile manovra. I pacifisti hanno risposto con proteste e manifestazioni che hanno trovato anche il consenso e la partecipazione della popolazione locale. Altre manifestazioni si stanno organizzando ad Atene. Il coordinamento internazionale della Flotilla ha deciso inoltre di chiedere ai parlamentari dei rispettivi paesi di intensificare le iniziative politiche sui loro governi e sull’Unione europea e le pressioni diplomatiche sulla Grecia perché riveda la sua posizione che agli occhi di molti appare totalmente illegittima.

Due passeggeri italiani della "Stefano Chiarini" sulla quale saliranno anche attivisti di altri paesi

Rabbia, amarezza, stanchezza ed insieme voglia di reagire sono le sensazioni che provano i pacifisti in attesa di imbarcarsi sulla «Stefano Chiarini» a Corfù. Anche se qui la situazione sembra molto meno tesa che negli altri porti. Il trentametri turistico continua a galleggiare placidamente nella baia e non si segnalano particolari misure prese da polizia o guardia costiera. Ieri, con l’arrivo dei 6 irlandesi, profughi della «Saoirse» sabotata in Turchia, il numero degli aspiranti passeggeri ha quasi raggiunto le 80 unità. Immaginarli stipati per giorni nella piccola imbarcazione fa venire i brividi, eppure tutti fremono dalla voglia di partire per raggiungere Gaza. E’ un gruppo davvero eterogeneo, uomini, donne, alcuni anziani altri giovani. Vengono, oltre che dall’Italia, dalla Norvegia, dalla Germania, dalla Svizzera, dall’Olanda, dalla Russia, dalla Malesia e certamente sto dimenticando qualche paese. Si riuniscono in continuazione, per nazionalità o tutti insieme, per discutere, proporre, lanciare idee che possano incrinare quella che è sta diventando un’attesa che a momenti pare non dover mai finire. E’ un caleidoscopio di volti e di parole in un inglese che contiene tutta la gamma di accenti possibile, di proposte a volte sensate, altre volte stravaganti ingenue e anche buffe. Tra chi vuole incatenarsi alla nave a chi invece propone uno sciopero della fame ad oltranza. Agli occhi di chi non conoscesse la loro passione ed il loro impegno potrebbero apparire come una sorta di armata brancaleone, eppure questa armata brancaleone è riuscita a mettere in allarme la più forte potenza militare dell’area mediorientale. Ed anche questo potrebbe sembrare assurdo a chi non conoscesse la violenta ottusità della politica israeliana di questi anni per tutto ciò che riguarda la Palestina. Per la verità oggi una defezione c’è stata. Il giovane australiano è commosso nel salutare gli altri che restano. I suoi genitori sono profughi palestinesi migrati anni fa in quel lontano paese. Hanno raccolto i soldi per mandarlo a Gaza a trovare i parenti che vivono là. «Volevano che passassi per l’Egitto, dal valico di Rafah – racconta – ma io gli ho detto che se fossi riuscito ad arrivare con la Flotilla avrei potuto salutare non solo i nostri cari ma tutta Gaza». Ora però i soldi e il tempo non gli bastano più e deve partire con l’aereo per il Cairo. «Vi aspetterò al porto di Gaza, inshallah» dice mentre si allontana con le sue valigie. «Inshallah».

Questo articolo di Vauro è parte del “Diario di bordo” pubblicato dal giornale Il Manifesto

FLOTILLA: ASSEDIATI MA NON VINTI

Fermata ieri pomeriggio dalla guardia costiera greca, la nave canadese che, ancorata a Creta, aveva tentato di salpare per Gaza. Mobilitazioni e proteste in molti paesi, contro il governo greco.

di Vauro Senesi


Corfù, 05 luglio2011-  John Klusmire,il capitano della nave statunitense «Audacity of hope», è ancora in carcere. Nessun rappresentante dell’ambasciata americana lo ha incontrato, né chiesto di incontrarlo fino al momento in cui sto scrivendo. Pare inoltre che il trattamento a lui riservato da parte delle autorità carcerarie greche sia particolarmente duro; segno che questa nave dedicata ad Obama – dove su 52 persone in attesa di imbarco ben 30 sono cittadini Usa di religione ebraica, molti gli anziani tra di loro – viene realmente considerata alla stregua di un pericoloso covo di terroristi di Hamas. Alle 18 di ieri la nave canadese ancorata a Creta – cui il giorno prima era stata negata l’autorizzazione a prendere il largo alla volta di Rodi – è salpata, ma dopo 20 minuti è stata abbordata dalla guardia costiera greca e costretta a rientrare. Di fatto le navi della «Freedom flotilla» sono sequestrate a norma di un articolo del codice di navigazione greco applicabile solo in caso di guerra o di emergenza interna. Ed è proprio di fronte a una guerra che i pacifisti pervenuti qui da mezzo mondo si sono ritrovati. Non quella a largo delle coste di Gaza preannunciata dall’ammiraglio israeliano Eliezer Maron che si erano preparati ad affrontare in modo assolutamente pacifico, ma ad una guerra di logoramento fatta prima di ostacoli burocratici frapposti alla partenza, poi dichiarata ufficialmente con l’applicazione da parte greca di leggi emergenziali che sospendono il diritto internazionale ed europeo. Che l’assedio israeliano alla Striscia di Gaza si sia esteso dal  Mediterraneo mediorientale fino alle coste europee non è più solo una metafora, è un dato oggettivo. Gli attivisti della Flotilla si stanno mobilitando qui e nei loro paesi di provenienza, perché questo attentato alla libertà di circolazione di uomini e merci, del quale in Europa non si ricordano precedenti recenti, venga denunciato per la sua gravità. Finora al governo greco sono giunte solo le note di protesta di quello irlandese e di quello francese. Quest’ultimo ribadisce il suo disaccordo con la missione della «Freedom flotilla» ma chiede conto delle misure sproporzionate adottate per bloccarla.

Nel frattempo da Tel Aviv il ministro degli esteri Lieberman ringrazia ufficialmente i governi europei per la collaborazione gentilmente concessa a Israele. Un ringraziamento che dovrebbe suonare come una beffa alla dignità istituzionale di governi che si sono piegati alle pressioni e ai ricatti israeliani fino a sacrificare agli interessi di questi ultimi il diritto dei propri cittadini ed al Consiglio europeo tutto che ancora non è stato capace di far sentire la propria voce a fronte di tali violazioni.

Qui a Corfù c’è amarezza negli sguardi dei pacifisti. Alcuni si apprestano a partire, altri resteranno ancora perché, seppur al momento appare quasi impossibile che le navi riescano a salpare per raggiungere la meta che si erano prefissa, già si stanno preparando da parte del Coordinamento internazionale della Flotilla nuove iniziative per tenere alta l’attenzione sul dramma di Gaza sempre più isolata. E c’è davvero da auspicare che questa vicenda abbia perlomeno l’effetto di rendere chiaro agli occhi dell’opinione pubblica mondiale il livello di connivenze, complicità, sudditanze che rafforzano la convinzione di impunità sulla quale il governo israeliano conta per proseguire la sua politica di repressione cieca e violenta delle istanze di libertà della popolazione palestinese.

Chiudo con queste poche righe il mio «diario di bordo» che di bordo non è potuto essere ma certo non si chiudono le pagine di solidarietà attiva, di sostegno umano e di mobilitazione alla gente di Palestina, ché il vento del mare che la Freedom Flotilla 2 non ha finora potuto fendere le apra e le spalanchi ostinandosi a raccontare della pace possibile. 

*Questo articolo di Vauro è parte del “Diario di bordo” pubblicato dal giornale Il Manifesto