Pioggia di fuoco e glifosato. Israele in Libano devasta anche l’ambiente

Un attaccco, apparentemente con fosforo bianco, dell'artiglieria israeliana sopra una casa ad al-Bustan, in Libano, al confine con Israele – Ap photo/Hussein Malla

Di Pasquale Porciello

BEIRUT

Senza tregua Bombardamenti all’ordine del giorno in barba all’accordo del 2024. Ieri vittima anche un bimbo di 4 anni. Nel sud campi agricoli bruciati e salute pubblica messa in pericolo dall’erbicida

Edizione 10/02/2026

Le ininterrotte e costanti violazioni della tregua in Libano vanno ben oltre le operazioni militari in senso stretto. Domenica 1 febbraio le Nazioni Unite, il governo libanese e gli abitanti del sud del Libano – che hanno ripreso con i telefoni gli aerei israeliani – hanno denunciato i crimini ambientali compiuti dall’esercito israeliano. L’aviazione israeliana ha infatti lanciato sui campi a nord del confine tra Libano e Israele una quantità di glifosato, potente e discusso erbicida, «tra le 20 e le 30 volte il livello consentito».

IL PRESIDENTE LIBANESE Joseph Aoun aveva, nelle ore successive l’episodio e prima dei risultati dei test compiuti dal ministero dell’Ambiente libanese sui campioni raccolti, accusato Tel Aviv di «pratiche pericolose che hanno come obiettivo i terreni agricoli e i cittadini che vivono nelle zone, mettendo in pericolo sia la loro salute che quella ambientale. La comunità internazionale e le Nazioni Unite devono assumersi le loro responsabilità e fermare questi attacchi».

Pratiche tutt’altro che nuove. Amensty International, Unifil, il ministero della salute libanese e altre organizzazioni nazionali e internazionali hanno certificato in svariati report l’uso ripetuto da parte di Israele – in modo particolare durante l’ultima guerra, ma anche in passato – di fosforo bianco nel sud del Libano e hanno messo nero su bianco i danni devastanti causati all’ambiente, soprattutto quelli permanenti alle falde acquifere.

«Questo episodio non può essere visto come un caso isolato dalla politica della terra bruciata utilizzata dall’esercito israeliano. Bisogna inserirlo nel quadro della distruzione sistematica di terre coltivabili e includere gli incendi di circa 9mila ettari di foresta nelle recenti operazioni militari in cui sono stati usati fosforo bianco e munizioni incendiarie. (…) Colpire direttamente obiettivi civili ha causato una diffusa distruzione dei raccolti, un rischio effettivo all’economia e all’approvvigionamento alimentare, e ha inoltre violato i diritti dei contadini a lavorare e ad avere standard di vita adeguati distruggendo una risorsa primaria di introito senza alcuna giustificazione militare». Euro-Med Human Rights Monitor sintetizza così il fenomeno. All’interno del report si legge che le stesse pratiche pochi giorni prima erano state applicate nella regione di Quneitra, nel sud-ovest della Siria.

I BOMBARDAMENTI e le uccisioni nel sud del Libano sono quotidiani. La tregua firmata tra Hezbollah e Israele il 27 novembre 2024 conta oltre 10mila violazioni israeliane. L’esercito israeliano ha continuato unilateralmente una guerra che lascia il Libano in uno stato di sospensione, non permettendo la ricostruzione di intere aree del paese, il ritorno di migliaia di sfollati nelle loro abitazioni e che blocca il risanamento economico-finanziario necessario dopo la peggiore crisi economica del paese cominciata nel 2019. Israele mantiene l’occupazione fisica di cinque villaggi lungo la linea di confine in territorio libanese e implementa un nuovo tipo di occupazione tecnologica che non necessita di soldati, ma che, attraverso i droni che sorvolano e monitorano costantemente il paese e all’occasione bombardano, è nei fatti una forma più moderna e distopica di occupazione.

IERI A YANOUH, nella provincia di Marjayouneh, nel sud del Libano, Ali Jaber, un bambino di quattro anni, è stato ucciso assieme a suo padre, vittime collaterali e innocenti di un bombardamento a un’autovettura in cui ha perso la vita un ex-ufficiale dell’esercito libanese accusato di collaborare con Hezbollah. Sempre in giornata, in un’incursione di terra a Hasbaya, sud-Libano, l’esercito israeliano ha rapito uno dei leader del gruppo armato Al-jamaa al-islamiyya.

La situazione politica interna è più che mai complessa, nella repubblica democratica su base confessionale. Hezbollah, fortemente indebolito dalla guerra in Libano e dalle profonde trasformazioni regionali, aspetta le elezioni del 10 maggio per provare a riconfermare il suo peso politico. L’universo sunnita, da quando Saad Hariri – figlio del premier Rafiq ucciso il 14 febbraio 2006 – è scomparso dalla scena politica nazionale negli anni della crisi economica, non ha ancora espresso una guida capace di compattare il fronte e chiedere più presenza dello stato nelle regioni povere e arretrate del nord e del nord-est, esponendole in potenza all’influenza della nuova Siria a guida sunnita. L’ultra-destra cristiana libanese, invoca la sovranità dello stato e il disarmo di Hezbollah, il quale continua a rifiutarsi, almeno finché Israele non uscirà dal paese.

MA A SUD dalla fine dell’anno non ci sarà più Unifil e con essa un minimo di tutela internazionale in loco; senza la presenza di Hezbollah, con un esercito nazionale fortemente limitato nei mezzi, e senza un accordo chiaro sul confine, Israele potrebbe rappresentare una minaccia ancora maggiore anche per l’integrità territoriale del Libano. Gli scenari dunque possibili nei prossimi mesi sono imprevedibili. Il Libano, da sempre polso dell’intera regione per la presenza di interessi dei principali attori regionali e internazionali, attraversa una fase di profondi sconvolgimenti i cui esiti sono tutt’altro che scontati.

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