Fuga dei profughi palestinesi dai campi di Siria

AIC – Alternative Information Center
24.08.2011
http://www.alternativenews.org/english/index.php/topics/news/3768-palestinian-refugees-flee-attacks-as-syria-prepares-for-un-mission

 

Profughi palestinesi in fuga dagli attacchi mentre la Siria si prepara alla missione delle Nazioni Unite. 

di Nikki Hodgson

 A maggio, migliaia di profughi palestinesi sparsi nei campi di tutta la Siria si sono sollevati per prendere parte alla primavera araba. Ora sono stati fatti scappare: il regime che li ha ospitati negli ultimi 63 anni prende di mira proprio i loro campi.

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Attacchi siriani sul campo profughi palestinese di Ramel nella città di Latakia

 

Quando l’incendio furioso della rivoluzione si è propagato drammaticamente in tutto il Medio Oriente e nel Nord d’Africa, i palestinesi e i siriani, a maggio, si sono messi insieme per protestare contro l’occupazione israeliana del Golan siriano. Allora, un documento del governo siriano riferì che Israele avrebbe dovuto aspettarsi in qualsiasi momento una marcia e che “non avrebbe dovuto sorprendersi quando 600.000 palestinesi si sarebbero mossi per ritornare ai loro villaggi e fattorie dalle quali le loro famiglie erano state espulse con la forza.” 

Il 15 maggio migliaia di palestinesi hanno marciato verso il Golan siriano occupato cantando, “La gente vuole tornare in Palestina.” Sfondando le recinzioni di sicurezza, nonostante il pericolo di mine nel terreno, i profughi hanno proseguito con tenacia prima che scoppiassero  scontri con le forze di sicurezza israeliana, con l’uccisione, secondo quanto è stato riferito, di almeno una decina di dimostranti. 

Tre mesi dopo, i profughi palestinesi sono ancora una volta in fuga dalla violenza nella resistenza civile e nella protesta, ma questa volta, però,  per scansare il fuoco del governo siriano. 

La settimana scorsa (il 13 agosto), le forze siriane hanno lanciato un attacco alla città costiera di Latakia, dove, nel campo di Ramel vivono più di 10.000 profughi palestinesi accanto a siriani impoveriti. Un portavoce delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione (UNRWA) ha riferito che più di 5.000 profughi sono stati costretti ad abbandonare il campo durante i bombardamenti compiuti dalle delle forze governative. Secondo gli attivisti, almeno 37 persone sono state uccise nel campo di Ramel da quando, a metà marzo, ha avuto inizio la protesta. 

L’Autorità Palestinese ha sollecitato il governo siriano a proteggere la vita dei profughi, ma le autorità locali dichiarano di stare affrontando solo delle bande. Il Segretario Generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Yasser Abed Rabbo, fa riferimento alla violenza come “parte dei crimini contro l’umanità”. 

Sulla scia dell’attacco a Latakia, le Nazioni Unite hanno inviato in Siria una missione per indagare sulle violazioni segnalate delle leggi internazionali sui diritti umani. La visita, della durata di cinque giorni, comprende funzionari di sei agenzie delle Nazioni Unite, tra le quali il Programma Alimentare Mondiale, l’UNICEF e l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i profughi. Gli attivisti riferiscono che le autorità governative stanno cercando di coprire in fretta le prove dell’attacco nel campo profughi palestinese in previsione della visita delle Nazioni Unite. 

Un anonimo diplomatico ha riferito al The Times, “A Latakia stanno letteralmente raccogliendo con la ramazza vetri e pietre e cancellando il sangue delle strade. Ci riferiscono che una grande operazione di pulizia è in atto a Latakia, mentre la missione delle Nazioni Unite comincia ad operare”. 

Il portavoce dell’UNRWA, Christopher Gunnes, ha dichiarato che dopo l’attacco i profughi erano “troppo spaventati” per ritornare al campo e che all’UNRWA era stato finora negato l’accesso alla zona. 

“Traete  voi le conclusioni su ciò che questo significa in rapporto alle condizioni di sicurezza e allo stato del campo,” ha commentato. 

Questo attacco avviene dopo cinque mesi di quello che gli attivisti riportano come una brutale repressione delle proteste pacifiche contro il regime di Assad. Anche se i quasi 500.000 palestinesi che vivono in Siria non sono cittadini, sono stati però molto attivi nelle proteste contro il regime. Alcuni, evidenziando come i profughi palestinesi non hanno la cittadinanza siriana e godono di diritti limitati in ambito economico, sociale, politico e civile, hanno suggerito che i profughi palestinesi sono usati come pedine politiche contro Israele. 

Dato il sostegno del governo siriano alle precedenti proteste palestinesi contro il Golan siriano occupato, la maniera in cui i profughi vengono attualmente sfollati dalle stesse autorità siriane solo pochi mesi dopo, fa pensare che l’interesse dell’attuale amministrazione per i profughi palestinesi vale solo nella misura in cui servono agli interessi del regime. 

Commentando il sostegno siriano alle proteste palestinesi di maggio, il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Mark Toner, ha dichiarato che gli Stati Uniti ritengono che il governo del Presidente Bashar al-Assad abbia sostenuto attivamente le proteste di confine. “Non abbiamo una prova indiscutibile, “ ha continuato Toner, “Ma abbiamo già visto questo tipo di comportamento in passato e sembra certo in linea con le azioni del regime siriano che questi cerchino di deviare o distrarre l’attenzione internazionale da quello che  succede all’interno della Siria,  l’incoraggiando questo tipo di proteste.” 

Anche se pochi credono che la Siria conceda alla missione ONU un accesso senza restrizioni, Assad ha dichiarato che non esiste nulla da nascondere e, in un’intervista alla televisione siriana, ha sostenuto con tono di sfida: “Se abbiamo paura del Consiglio di Sicurezza o di altri, allora dobbiamo proprio abbandonare i nostri diritti: Se ci sarà un boicottaggio o un assedio [da parte dell’Occidente], allora ci rivolgeremo all’Oriente.” 

La risposta dei funzionari giordani, turchi, egiziani e palestinesi agli attacchi del regime contro entrambi, siriani e palestinesi, indica che, nonostante l’appoggio iraniano, Assad cammina comunque sul filo del rasoio. 

(tradotto da mariano mingarelli)