Riconoscere la Palestina non basta.

Laprospettiva.eu
25.09.2011
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Riconoscere la Palestina non basta- Gideon Levy e Catrin Ormestad

Dagli interventi di Gideon Levy e Catrin Ormestad al Convegno del 23 settembre 2011 al Palazzo Bastogi - Firenze

di Dmitrij Palagi

 

Gideon Levy, giornalista di Ha’aretz e definito dal The Independent “l’uomo più odiato in Israele”. A poche ore dall’inizio della conferenza a sostegno della petizione all’ONU per il riconoscimento dello stato palestinese dovrà salire su un volo per New York, dove seguirà da vicino l’evolversi della situazione al Palazzo di Vetro. L’iniziativa, organizzata dalla Federazione della Sinistra presso la Regione Toscana, in collaborazione con l’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese, mette a confronto punti di vista diversi e favorisce interventi chiari quanto articolati e complessi sui temi di fondo.

 

 

“L’occupazione della striscia di Gaza e della Cisgiordania è lontana dalla sua conclusione. Dubito fortemente che l’iniziativa presso le Nazioni Unite possa portare ad una rapida soluzione e ritengo un illuso chiunque si aspetti che il cambiamento possa arrivare dall’interno della società israeliana, al cui interno molte forze vanno in direzione contraria. Nel corso della storia ci sono state molte occupazioni, anche più lunghe e crudeli di quella di cui stiamo parlando: quella portata avanti da Israele è però la prima dove la forza occupatrice si presenta non solo come vittima ma come unica vittima, all’interno come all’esterno. Gli israeliani non sono dei mostri, quindi perché non sollevano dubbi morali su quanto porta avanti il proprio esercito? Gli israeliani sono pronti a inviare missioni di aiuto a chi viene colpito da terremoti o altre catastrofi naturali, aiuterebbero ad attraversare la strada a una persona anziana anche senza che questa lo richieda. Gli israeliani non sono migliori né peggiori di tanti altri. Quindi perché non si indignano rispetto alle condizioni dei palestinesi?

Seguo l’occupazione israeliana da 25 anni, eppure solo pochi anni fa, al checkpoint di Kalandia, ho capito come fanno gli israeliani a vivere in pace con tanta brutalità a pochi chilometri dalle loro case. Era estate e faceva caldissimo. C’erano centinaia di palestinesi, se non migliaia, in attesa al checkpoint, senza un tetto, senza servizi, senza acqua: una scena terribile. Era una questione di budget? Non credo proprio. Lo scopo era evitare che i palestinesi potessero apparire simili agli israeliani, uomini con le stesse esigenze e gli stessi diritti. Mi è capitato di ricevere lettere di protesta da parte degli animalisti quando ho scritto che i palestinesi venivano trattati come bestie: anche gli animali hanno i loro diritti mi è stato scritto, per contestare il paragone scelto.

Perché non vengono sollevati dubbi morali rispetto all’occupazione da parte degli israeliani? Perché i palestinesi vengono deumanizzati giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese. Dubito che un israeliano pensi che un palestinese sia un uomo, almeno al suo pari. Alla mancanza del riconoscimento dei palestinesi come esseri umani è impossibile porre rimedio con risoluzioni all’ONU o conferenze, eppure è questa la questione principale. Una volta ho intervistato Ehud Barak, prima che diventasse Primo Ministro di Israele, chiedendo cosa avrebbe fatto se fosse palestinese: mi ha risposto che si sarebbe affiliato a qualche gruppo terroristico.

Un’altro episodio conferma quanto dico. Al checkpoint di Jenin mi è capitato di vedere trovare un’ambulanza palestinese a sirene accese bloccata. Mi sono fermato e ho atteso. Sono passati quindici minuti, poi mezz’ora, nel frattempo i soldati giocavano a backgammon. Mi sono arrabbiato e ho chiesto all’autista dell’ambulanza come potevo rendermi utile: mi ha risposto che è normale attendere ai posti di blocco, anche più di un’ora. A quel punto sono andato dai soldati e gli ho chiesto cosa avrebbero fatto se in quell’ambulanza ci fosse stato loro padre. Avevo toccato il punto più sensibile: come potevo paragonare un padre israeliano a un padre palestinese?

Una volta un intervistatore chiese a un parlamentare arabo-israeliano della Knesset se fosse un medico o un palestinese, invitandolo a decidersi.

Il problema indica anche la soluzione: per decine di anni si è portato avanti un lavoro sistematico teso a ingabbiare l’opinione pubblica, attraverso i media, il sistema educativo, le agenzie sociali. Nessun israeliano incontra un palestinese e nessun palestinese incontra un israeliano, se si escludono i soldati. Per questo ho detto all’inizio che aspettarsi una rapida soluzione significa solo coltivare un’illusione.

Gli israeliani non vedono la connessione tra la vita in Israele e il prezzo dell’occupazione. Se si affronta il tema dell’isolamento internazionale è il resto del mondo che ha torto: la ragione sta dalla parte di 5 milioni di ebrei, contro i 5 miliardi degli altri uomini. La sicurezza andrebbe ricercata con la pace e non attraverso la ricerca militare e le armi nucleari.”

In conclusione Levy ha voluto evidenziare due aspetti legati all’Europa e alla propria condizione di giornalista israeliano.

“Rispetto all’Europa c’è una distanza quasi inspiegabile tra le posizioni dei governi e l’opinione pubblica degli stessi paesi. Occorre lavorare su questo aspetto, anche se gli USA non aiutano. Obama si è rivelato, dopo aver lasciato coltivare false speranze, uno dei peggiori presidenti statunitensi rispetto alle posizioni sul Medio Oriente.

Sono 25 anni che seguo i soldati israeliani e che racconto la storia che non vuole essere letta o ascoltata. Sono 25 anni che vengo additato come traditore, come un nemico e come il più odiato in Israele. Mi sento un patriota di Israele, la mia unica speranza è essere più orgoglioso del mio Paese, perché in molti casi mi vergogno di essere israeliano.”

In mezzo agli applausi la parola è passata a Catrin Ormestad, collega di Levy presso Haaret’z e collaboratrice del The Economist. In apertura ha voluto ricordare la situazione dei profughi palestinesi, riportando l’esperienza dei campi visitati in Libano.

“I profughi vivono nelle stesse condizioni degli occupati, anche se lontani dall’esercito israeliano. Tra loro non sentirete mai dire che sono della città in cui effettivamente sono nati. I discendenti dichiarano di essere del paese da cui provenivano i loro genitori.”

La giornalista ha sollevato dei dubbi rispetto all’utilità del riconoscimento chiesto alle Nazioni Unite, ritenendo più utile insistere sulle risoluzioni già esistenti ed approvate, come quella a cui si richiama la Campagna 194 legata alla risoluzione del 1948 (diritto dei profughi al ritorno nelle proprie case).

“Mi auguro che il riconoscimento della Palestina non pregiudichi il diritto al ritorno dei profughi”.

L’azione presso l’ONU può aiutare a far luce sulla verità, sotto diversi aspetti.

“L’iniziativa potrebbe mettere a nudo i protagonisti del conflitto e mostrare la loro vera natura. Dall’autorità palestinese che non controlla il proprio territorio allo stato di occupazione militare da parte di un esercito straniero in Palestina. La verità che deve emergere è che il governo di Israele non vuole la pace, o meglio può anche volerla ma senza rinunciare a Gaza e alla Cisgiordania”.

Come dirà anche Fabio Amato (responsabile esteri Rifondazione Comunista), presso il Palazzo di Vetro si consuma l’ultima possibilità per l’ipotesi “due popoli, due stati”. L’alternativa al momento si chiama “apartheid: un governo di minoranza ebraica su una maggioranza araba”.

Molti altri interventi hanno portato avanti la discussione, dalla necessità di sostenere il BSD (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) al ruolo del partito comunista in Palestina ed Israele (l’unico ad avere iscritti atei, ebrei, mussulmani, israeliani e palestinesi).

Si giocano le ultime carte per la causa palestinese. L’impegno deve riguardare tutti, organizzazioni e singoli. Si tratta di bloccare una tragedia storica sempre più ignorata, soprattutto in tempi di crisi economica, quando il capitalismo spinge a risposte egoistiche e individualiste, per evitare il cambiamento.