Il sionismo è la causa del genocidio a Gaza. Non Netanyahu

Foto: Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu parla alla stampa, a Capitol Hill a Washington DC, l'8 luglio 2025 (Reuters)

  Abed Abou Shhadeh

17 luglio 2025 12:11 BST | Ultimo aggiornamento: 2 giorni 21 ore fa

Ridurre la catastrofe di Gaza alle ambizioni di un solo uomo ignora una domanda chiave: perché l'opinione pubblica israeliana continua a sostenere questa guerra?

Un recente articolo del New York Times presenta ai lettori una lunga analisi del genocidio a Gaza. L'affermazione centrale degli autori è che la continuazione della guerra serve l'interesse personale del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di rimanere aggrappato al potere.

Ciò è particolarmente rilevante alla luce del processo per corruzione in corso e del duro colpo subito dalla sua posizione politica dopo il fallimento militare del 7 ottobre. Secondo l'articolo del Times, questa convergenza di eventi ha spinto Netanyahu a prolungare la guerra come mezzo di sopravvivenza.

Ma questo modo di pensare, popolare tra i circoli sionisti liberali, riduce pericolosamente la catastrofe di Gaza alle ambizioni di un singolo uomo. Ignora l'ampio sostegno pubblico in Israele non solo per il genocidio di Gaza, ma per gli attacchi in tutta la regione. Le azioni militari di Israele – specialmente nel contesto della violenza settaria in Siria – possono essere intese solo come quelle di una potenza imperiale che cerca di imporre la sua volontà sulla regione attraverso la forza, l'intimidazione e la minaccia di espansione territoriale.

E ignora opportunamente una questione più profonda: perché, dopo quasi due anni di orribili filmati da Gaza, l'opinione pubblica israeliana continua a sostenere la guerra e, di fatto, a chiederne l'escalation?

Al centro del discorso pubblico israeliano oggi non c'è la moralità della guerra, ma la questione di chi debba sostenere l’onere di combatterla. Il dibattito principale riguarda l'arruolamento degli ebrei ultra-ortodossi, che finora sono stati esentati dal servizio militare e vogliono che ciò sia sancito dalla legge.

L'opinione pubblica laica e nazional-religiosa chiede "uguaglianza nel sacrificio", supponendo che la guerra debba continuare, solo in modo più equo.

Quando il partito ultra-ortodosso ashkenazita United Torah Judaism ha recentemente annunciato la sue uscita dal governo per la questione del servizio di leva, non si è trattato di una protesta contro la guerra in sé, ma piuttosto di una disputa su chi dovesse prestarvi servizio.

Contestazione globale

Questo modo di pensare arriva in un momento di crescente contestazione  internazionale. Il movimento globale di boicottaggio è penetrato nel mondo accademico con l'Associazione Sociologica Internazionale che ha recentemente chiesto di recidere i legami con la Società Sociologica Israeliana per la sua incapacità di condannare il genocidio di Gaza.

Anche i boicottaggi culturali, sebbene meno visibili, sono in aumento. Dal punto di vista politico, il sostegno degli Stati Uniti a Israele – un tempo bipartisan – è ora apertamente dibattuto in entrambi i partiti. Le discussioni spaziano da questioni etiche sul genocidio di Gaza a preoccupazioni per l'influenza sproporzionata che Israele esercita sulla politica americana.

Allo stesso tempo, per la prima volta nella loro vita, i cittadini israeliani che viaggiano all'estero si trovano di fronte a critiche globali. Tuttavia, invece di stimolare la riflessione, questo esame ha spinto molti a negare la realtà ancora più profondamente.

Per gran parte dell'opinione pubblica israeliana, il problema non è ciò che sta accadendo a Gaza, ma l'antisemitismo del mondo, sia occidentale che orientale. Ai loro occhi, il mondo si è rivoltato contro di loro, e quindi non è necessario un esame di coscienza.

La catastrofe che si sta consumando a Gaza è resa possibile da un ampio consenso pubblico, da un sistema giudiziario che la legittima e da una cultura politica che ha da tempo disumanizzato i palestinesi

Netanyahu, che ha vissuto una parte significativa della sua giovinezza negli Stati Uniti, conosce bene la politica americana. Quando dice che la guerra di Gaza non ha "raggiunto i suoi obiettivi", non si riferisce alle condizioni sul terreno, ma piuttosto alla sua posizione nei sondaggi. I recenti attacchi contro l'Iran, nonostante non siano riusciti a produrre alcun risultato strategico, hanno leggermente migliorato il suo indice di gradimento.

Peggio ancora, sia gli alleati di Netanyahu che la sua cosiddetta opposizione hanno incoraggiato e normalizzato con successo la retorica del genocidio, al punto che è diventata mainstream.

Secondo recenti sondaggi, l'82 per cento degli ebrei israeliani sostiene il trasferimento (espulsione) della popolazione di Gaza. Mancando la capacità di convincere i paesi ad accettare questi rifugiati, ciò che sta emergendo è un campo di concentramento de facto a Gaza.

In questo contesto, le discussioni su un cessate il fuoco sono strutturalmente vuote. Israele ha dimostrato – ad Hamas e ad altri – di non onorare gli accordi: né a Gaza, né in Libano, né in Siria. La diplomazia israeliana è fondamentalmente costruita sulla potenza militare e sulla capacità unilaterale di non rispettare le promesse.

Strategie spietate

Anche se l'opinione pubblica israeliana è sempre più impaziente nei confronti della guerra di Gaza, chiedendo il rilascio degli ostaggi e osservando con preoccupazione il crescente numero di morti tra i soldati israeliani, è inquietante vedere come nessuno mette in discussione le spietate strategie dello Stato, che mirano a confinare milioni di palestinesi in un'area che comprende meno di un quarto di Gaza.

C'è una discussione aperta sul rilancio del "Piano del Generale" di Giora Eiland, che raccomanda esplicitamente la morte per fame come strumento di sfollamento forzato.

Ma la catastrofe che si sta consumando a Gaza non è opera di un solo uomo. È resa possibile da un ampio consenso pubblico, da un sistema giudiziario che la legittima e da una cultura politica che si è a lungo basata sulla disumanizzazione dei palestinesi.

Nella Cisgiordania occupata, si verifica la stessa logica: i soldati, la polizia e i giudici israeliani ignorano o aiutano  attivamente i coloni nell'esecuzione di pogrom contro i palestinesi.

L'attuale crisi segna un disperato tentativo – da parte di alcuni – di "salvare Israele da se stesso" offrendo agli israeliani una scala per scendere dall'albero. La speranza è che Israele possa tornare alla sua posizione pre-Netanyahu: negoziati infiniti, processi di pace retorici e la fantasia di uno Stato palestinese che non è mai stato destinato a materializzarsi. Questa illusione ha servito bene il mondo, permettendo alle nazioni occidentali di difendere le azioni di Israele mentre fingevano che una soluzione a due stati fosse ancora praticabile.

Ma la demografia e l'ideologia sono cambiate. Israele non può tornare indietro.

L'entità della distruzione a Gaza ha riaperto il nocciolo della questione palestinese: cosa succederà quando non ci saranno più campi profughi, né territori in cui spingere le persone né paesi disposti ad assorbirle? La conversazione si sposta quindi – inevitabilmente – sul diritto al ritorno per i palestinesi espulsi nel 1948.

Incolpare Netanyahu in modo isolato è intellettualmente disonesto. Egli non è un'aberrazione, ma un prodotto della logica sionista – una logica che ha sempre visto i palestinesi come inferiori.

Senza affrontare questo sistema di convinzioni di base, la sostituzione di Netanyahu non cambierà nulla. Potremmo avere un leader meno aggressivo, più lucido, ma la violenza strutturale persisterà, solo in una forma più morbida.

Abed Abou Shhadeh è un attivista politico che vive a Giaffa. Abou Shhadeh è stato rappresentante del consiglio comunale della comunità palestinese a Jaffa-Tel Aviv dal 2018 al 2024 e ha conseguito un master in scienze politiche presso l'università di Tel Aviv

Netanyahu is not the cause of the Gaza genocide. Zionism is | Middle East Eye

Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze