Mercoledì 24/Maggio/2023
Di Ramzy Baroud
Sebbene gli Stati Uniti rimangano un forte sostenitore di Israele, ci sono alcuni segnali che indicano che il presunto "legame indissolubile" con Tel Aviv sta vacillando, anche se più nel linguaggio che nei fatti.
In seguito alla provocatoria "marcia delle bandiere" del 18 maggio, che viene effettuata ogni anno da estremisti ebrei israeliani nella città palestinese occupata di Gerusalemme Est, gli Stati Uniti si sono uniti ad altri paesi in tutto il mondo nel condannare il razzismo mostrato durante l'evento.
Il linguaggio usato dal Dipartimento di Stato americano era fermo, ma anche prudente. Il portavoce Matthew Miller non ha condannato la marcia razzista e provocatoria – che ha coinvolto importanti funzionari israeliani – ma il linguaggio usato dalle grandi folle, molte delle quali sono forti sostenitrici del governo di estrema destra del primo ministro Benjamin Netanyahu.
"Gli Stati Uniti si oppongono inequivocabilmente al linguaggio razzista di qualsiasi forma", ha twittato Miller. "Condanniamo i canti di odio come 'Morte agli arabi' durante le marce di oggi a Gerusalemme".
Accuratamente articolata in modo da non apparire come una condanna di Israele stesso, la posizione degli Stati Uniti è ancora più "equilibrata" rispetto alle posizioni precedenti, dove i palestinesi erano spesso quelli associati all'uso da parte degli Stati Uniti di parole come "condanna", "incitamento" e simili.
D'altra parte, durante la sanguinosa guerra israeliana contro Gaza, durata cinque giorni ed iniziata il 9 maggio, Washington aveva fatto ricorso allo stesso vecchio copione, quello di Israele che ha il "diritto di difendersi", travisando così completamente gli eventi che hanno portato alla guerra.
Questa posizione degli Stati Uniti sulla guerra di Israele a Gaza suggerisce che Netanyahu è il "difensore" di Israele contro la presunta violenza palestinese e il "terrorismo". Ma questo presunto campione dei diritti israeliani deve ancora essere invitato alla Casa Bianca cinque mesi dopo essere tornato al potere alla guida del governo israeliano più di destra della storia.
Alcuni vogliono credere che la decisione dell'amministrazione di Joe Biden di prendere le distanze da Netanyahu sia stata del tutto altruistica. Ma questo non può essere il caso, poiché gli Stati Uniti continuano a sostenere Israele militarmente, finanziariamente, politicamente e in ogni altro modo.
La risposta sta nei grandi errori di calcolo commessi da Netanyahu in passato, quando ha oltrepassato una linea pericolosa, mettendosi contro il Partito Democratico ed alleandosi completamente con i repubblicani. La sua tattica ha dato i suoi frutti durante il mandato del presidente repubblicano Donald Trump, ma gli si è ritorta contro quando Trump ha lasciato la Casa Bianca.
Biden è indiscutibilmente pro-Israele. Secondo le sue ripetute osservazioni, il suo sostegno a Israele non è solo politico ma anche ideologico. "Sono un sionista. Non è necessario essere un ebrei per essere sionisti", ha ripetuto, e con orgoglio, in diverse occasioni.
Ma il presidente degli Stati Uniti è anche anti-Netanyahu, un'antipatia che precede persino la storia d'amore Trump-Netanyahu. Risale soprattutto ai due mandati di Barack Obama, quando Biden era il vicepresidente.
Gli imbrogli politici di Netanyahu e gli attacchi implacabili all'amministrazione Obama dell'epoca hanno insegnato a Biden che di Netanyahu semplicemente non ci si può fidare.
Tuttavia, Biden, con un indice di gradimento storicamente basso tra gli americani comuni, non è in grado, da solo, di sfidare Netanyahu e la roccaforte israeliana a Washington attraverso la sua influente lobby.
Ma c’è anche qualcos’altro e cioè il fatto che il Partito Democratico nel suo complesso ha spostato i propri interessi da Israele alla Palestina.
Questa affermazione sarebbe stata impensabile in passato, ma il cambiamento è reale, confermato più e più volte da società di sondaggi credibili. L'ultimo risale a marzo.
"Dopo un decennio in cui i democratici hanno mostrato una crescente affinità verso i palestinesi, le loro simpatie ... ora stanno più con i palestinesi che con gli israeliani, il 49% contro il 38%", ha concluso il sondaggio Gallup.
Il fatto che tale crescente "affinità" con la Palestina abbia avuto luogo per almeno un decennio suggerisce che la posizione dei democratici è stata generazionale, non il risultato di un singolo evento.
In effetti, numerose organizzazioni e innumerevoli individui lavorano quotidianamente per creare un legame tra "affinità" e politica.
Incoraggiata dalle crescenti simpatie per la Palestina, , la rappresentante Betty McCollum da sempre sostenitrice dei diritti dei palestinesi al Congresso degli Stati Uniti, ha reintrodotto, il 5 maggio, la "Legge per la difesa dei diritti umani dei bambini e delle famiglie palestinesi che vivono sotto l'occupazione militare israeliana".
Co-sponsorizzata da altri 16 membri del Congresso, la legislazione richiede che a Israele sia proibito di utilizzare "i dollari dei contribuenti statunitensi nella Cisgiordania occupata per la detenzione militare, l'abuso o il maltrattamento di bambini palestinesi".
Due anni prima, The Intercept aveva riferito che McCollum e i suoi sostenitori stavano spingendo per impedire che gli aiuti statunitensi a Israele "sovvenzionassero una più ampia gamma di tattiche di occupazione israeliane".
Alex Kane ha scritto, questa è "un'indicazione di quanto lontano sia arrivato il dibattito sugli aiuti statunitensi a Israele negli ultimi sei anni", un riferimento al 2015, quando McCollum introdusse la prima legislazione in materia.
Da allora, le cose sono andate avanti a una velocità ancora più accelerata. L’impegno per responsabilizzare Israele ha raggiunto l'assemblea dello stato di New York.
Il 16 maggio, il New York Post ha riferito che diversi legislatori democratici hanno introdotto una legge volta a impedire agli enti di beneficenza statunitensi registrati di versare denaro per finanziare insediamenti ebraici israeliani illegali.
La legge, "Not on Our Dime!: Ending New York Funding of Israeli Settler Violence Act"( Non a spese nostre! Legge per porre fine ai finanziamenti di New York alla violenza dei coloni israeliani) , osa sfidare Israele su più fronti: il potere tradizionale della lobby pro-Israele, la messa in discussione dei finanziamenti statunitensi a Israele e l’affrontare il discorso sull’instradamento dei fondi verso gli insediamenti illegali in nome della beneficenza.
Diverse ragioni ci costringono a credere che il cambiamento nella politica statunitense nei confronti della Palestina e di Israele, sebbene lento, sfumato e, a volte, simbolico, probabilmente continuerà.
Uno è il fatto che Israele si sta orientando verso un nazionalismo di estrema destra, che è sempre più difficile da difendere da parte del governo e dei media liberali statunitensi.
Due, la fermezza dei palestinesi e la loro capacità di superare le restrizioni e la censura dei media mainstream che avevano impedito loro di avere una giusta rappresentazione.
Infine, la dedizione di numerose organizzazioni della società civile e la crescente rete di sostegno ai palestinesi in tutti gli Stati Uniti, che ha permesso a coraggiosi legislatori di spingere per un cambiamento sostanziale della politica.
Il tempo ci dirà quale direzione prenderà Washington in futuro. Ma, considerando le prove attuali, il sostegno a Israele sta diminuendo a ritmi senza precedenti.
Per coloro che sostengono una pace giusta in Palestina, questa è una buona cosa.
- Ramzy Baroud è un giornalista e l'editore del Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è "Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle prigioni israeliane". Baroud è un ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA) e anche presso l'Afro-Middle East Center (AMEC).
Not on our dime! Why US Democrats are growingly challenging Israel (palinfo.com)
Traduzione a cura di Associazione di Amicizia Italo-Palestinese