Primavera araba, palestinesi e diritto al ritorno

AIC – Alternative Information Center
06.05.2013

http://www.alternativenews.org/english/index.php/politics/opinions/6404-arab-spring-palestinians-and-the-right-of-return.html

Primavera araba, palestinesi e diritto al ritorno

di Nassar Ibrahim


Mentre il mondo arabo è teatro di cambiamenti e scontri globali, Hamas e Fatah continuano con le loro  vecchie strategie sviluppate sotto condizioni radicalmente differenti, senza far leva su tali cambiamenti per alterare le regole del gioco che governa i diritti nazionali palestinesi. La leadeship palestinese richiede l’abbandono coraggioso di manovre che hanno fallito nel realizzare la simbolica e pesante causa palestinese in tutte le sue dimensioni e nell’assicurare diritti fondamentali.
                   

             Haniyeh di Hamas e Abbas di Fatah continuano a giocare ruoli diversi (Foto: Press TV)

 

I cambiamenti tempestosi nel mondo arabo, nella regione e nel mondo stanno caratterizzando questo periodo storico, un periodo di scontri tra strategie e progetti militari, culturali, politici e sociali. Per varie ragioni il mondo arabo nella sua interezza, i suoi singoli componenti statali, le forze locali politiche e sociali insieme allo status geopolitico dell’area sono oggi il principale teatro globale di tali scontri. Il risultato deciderà probabilmente il futuro del mondo arabo, insieme ai destini delle nazioni e delle forze politiche profondamente coinvolte nella lotta.

Nel mezzo di questi scontri, che operano su vari livelli, le forze politiche globali che interagiscono tra loro riformuleranno la realtà profonda del mondo arabo: alcune forze politiche e sociali saliranno, altre cadranno. Alcuni assiomi scompariranno, altri prenderanno il loro posto.

Nel contesto di tale confronto, le strategie di intervento regionale e globale si focalizzano su due elementi fondamentali: il primo è il risultato dell’esperienza dei Fratelli Musulmani, che sono saliti al potere nel più grande Paese arabo, l’Egitto, e in Tunisia e in Libia, nel tentativo di controllare questa esperienza e ridisegnare la mappa delle alleanze internazionali.

Il secondo elemento fondamentale è la Siria, oggetto dei tentativi di distruzione della sua sovranità nazionale, con tutte le relative politiche, le opzioni e le idee panarabe e le alleanze regionali e internazionali. Dietro queste due questioni stanno gli interessi strategici globali, compresa l’imposizione dei ruoli emergenti di Paesi regionali; il controllo delle risorse energetiche e dei pozzi di petrolio trovati nelle coste libanesi e siriane; e il gas che dall’Iran, dal Caucaso e dalla Russia arriva in Europa.

In questo contesto i principali allineamenti di potere si sono cristallizzati su due fronti:

Stati Uniti, Europa, Israele e il mondo arabo reazionario, specialmente l’alleanza dei Paesi del Golfo, e la Turchia. Questa alleanza mira a imporre le sue scelte attraverso l’utilizzo di forze politiche e sociali, in particolare i businessman arabi, i broker della Banca Mondiale e le forze sociali che adottano un paradigme coloniale-democratico nel senso di dispossesso e di dipendenza su vari livello. Qui si trovano anche le tradizionali forza dell’Islam politico, insieme a wahabati, salafiti e Al Qaeda.

Sull’altro fronte stanno Russia, Cina, l’asse della resistenza (Iran, Siria, Hezbollah e quelli che restano devoti alla resistenza palestinese), insieme al BRICS che oggi rappresenta un potere umano, economico e militare enorme. Il gruppo comprende anche molti Paesi latinoamericani e chi sogna l’indipendenza e relazioni internazionali più bilanciate e realistiche. Questa alleanza è sostenuta nel mondo arabo dai movimenti progressisti, di sinistra, laici e nazionalisti, insieme alle forze sociali e intellettuali che credono nella libertà e nella fine del dominio e della subordinazione dei popoli arabi e che lottano per un cambiamento reale democratico per la giustizia, la dignità nazionale e le aspirazioni del popolo palestinese alla libertà e all’indipendenza.

Dopo oltre due anni di confronto continuo, possiamo dire ora che l’egemonia unilaterale americana sul mondo è giunta alla fine e che il mondo si sta muovendo verso un nuovo equilibrio dopo la fine della Guerra Fredda e del potere americano derivato dalla caduta del Muro di Berlino e dal collasso del blocco sovietico. Quello a cui il mondo assiste oggi è il ritorno del ruolo attivo e decisivo della Russia, della Cina e del BRICS, mentre il ruolo americano sta declinando insieme a quello del suo storico alleato nella regione, Israele. Tutto ciò mentre Europa e Stati Uniti continuano a stagnare nella crisi economica.

Come tutto questo ha a che fare con la causa palestinese in generale e con il diritto al ritorno in particolare?

La causa palestinese in ogni equazione resterà la colonna portante della scena regionale e globale, sia attraverso la sua diretta influenza che attraverso la sua assenza; ogni soluzione strategica alla luce dei sopramenzionati cambiamenti sarà in cima all’agenda, perché senza di essa è impossibile parlare di stabilità in Medio Oriente.

Il problema è che la maggior parte delle forze politiche palestinesi, in particolare le due più grandi – Fatah e Hamas – stanno ancora lavorando dentro la stessa strategia, compiendo le stesse scelte politiche. Non hanno preso in considerazione i cambiamenti radicali del mondo arabo e non hanno sfruttato tali eventi per modificare il gioco politico della causa palestinese. Non solo questo: gli indicatori politici mostrano il contrario, nel senso che Hamas si è adagiato sotto l’ombrello dei Fratelli Musulmani in Egitto al fine di dare loro sostegno al successo e non compie più pressioni per non imbarazzare nessuno. Da questo si comprende il silenzio di Hamas sull’impegno egiziano a rispettare il trattato di Camp David, la continua fornitura egiziana di gas a Israele e la chiusura dei tunnel ai confini con Gaza, le discrepanze con entità della resistenza (Iran, Siria, Hezbollah).

In questo modo possiamo anche comprendere il riposizionamento di Hamas con l’alleanza Turchia-Qatar, con tutti i significati politici e strategici e gli effetti che tale impatto ha sul movimento di Hamas.

Da parte sua Fatah si appoggia ancora sul ruolo statunitense e sui negoziati come unica opzione. Fatah non ha fornito nessun segnale politico, non ha capito e non possiede l’abilità di utilizzare i cambiamenti nel mondo arabo e nel mondo per promuovere la resistenza palestinese, per mantenere vivi i diritti nazionali del popolo palestinese e per affrontare la pressione economica e politica di Stati Uniti e Israele.

In tale contesto, sembra che gli Stati Uniti, nella recente visita di Obama nella regione prima e quella del segretario di Stato Kerry dopo, siano riusciti a raffreddare o marginalizzare la questione palestinese. Da un lato gli Usa hanno enfatizzato l’adozione delle politiche di Netanyahu e le condizioni riguardo i negoziati con i palestinesi. Dall’altro, insieme alle riserve sulle colonie israeliane, gli Usa hanno enfatizzato il loro impegno a proteggere la sicurezza di Israele che prevede anche la fornitura di ogni tipo di arma, senza alcun rispetto per i diritti del popolo palestinese.

Ancora più preoccupanti sono i rapporti circa la possibilità di raggiungere un accordo completo in Medio Oriente, nel quale il turco Erdogan e il Qatar giocheranno un ruolo chiave. Alla luce di questo, dovremmo capire la recente riaffermazione del ruolo della Giordania come tutore dei luoghi sacri di Gerusalemme e le voci crescenti sulla creazione di una confederazione della Cisgiordania con la Giordania e la rivisitazione della questione dei rifugiati palestinesi.

La traslazione politica di questo scenario mostra che ogni accordo sulla soluzione del conflitto israelo-palestinese sarà determinata dai termini specificati dall’alleanza Usa-Israele; in altre parole, ogni soluzione verrà dai limiti degli Accordi di Oslo, che furono il prodotto politico della sconfitta araba, del declino della resistenza palestinese, del deterioramento del ruolo della Russia, del silenzio della Cina e dello stato difensivo dell’asse Iran-Siria.

Tali fatti illuminano più di una luce rossa sulle imposizioni subite dal popolo palestinese. Necessitano di immediata attenzione e di un immediato intervento perché il successo di questo accordo basato sui parametri americani significherà la liquidazione dei diritti nazionali palestinesi in generale e del diritto al ritorno in particolare, insieme alla trasformazione di Gerusalemme in una collezione di meri luoghi religiosi.

Alla luce di ciò, è essenziale cristallizzare le basi del confronto che chiama le forze politiche palestinese ad essere un movimento attivo che investe nei cambiamenti delle strategie regionali e globali. Questo è necessario per rimuovere la questione palestinese dal monopolio americano e per ridefinire i termini della soluzione politica che assicuri i diritti nazionali palestinesi. Ciò non sarà archiviato a meno che le forze politiche palestinesi possiedano una visione strategica chiara per il riposizionamento della causa nel suo luogo naturale, ovvero all’interno dell’asse panaraba di resistenza regionale e all’interno del fronte progressista globale.

Non ci può essere più l’accettazione di manovre nell’area grigia. È solo attraverso tale spostamento di strategia che i palestinesi potranno tagliare via i progetti coloniali e reazionari arabi, che intendono controllare la causa palestinese, e potranno compensare le perdite della nazione araba e dei diritti del popolo palestinese.

Viviamo un periodo spartiacque e dobbiamo definire le principali opzioni richieste dagli approcci e le performance di tutte le forze politiche palestinesi e dei leader. Servono immaginazione brillante, chiarezza e coraggio e l’abbandono delle manovre strette che mancano della capacità di portare con sé la causa palestinese in tutte le sue dimensioni storiche, politiche, morali e sociali.

 (tradotto a cura di AIC - Italia/Palestina Rossa)