Non dobbiamo mai dimenticare il massacro di Deir Yassin

The Electronic Intifada
08.04.2013

http://electronicintifada.net/content/we-must-never-forget-massacre-deir-yassin/12341

 

Non dobbiamo mai dimenticare il massacro di Deir Yassin

 

Trascrivendo i vividi particolari del resoconto inciso nel tessuto della sua memoria, vengo trafitta da tutto ciò cui lei è rimasta aggrappata per 65 anni. Dal foglio al palpito, scrivo la storia sepolta nel profondo della sua coscienza per affermare la sua verità. Senza di lei, ciò non sarebbe stato affatto scritto.

di Dina Elmuti

 

Chicago - Studio le linee sul volto di mia nonna sapendo che dietro a ciascuna di esse c’è il racconto senza tempo di un dolore assoluto, la sopravvivenza e la speranza. Questa storia, con cui ebbe inizio l’ininterrotto esproprio, la sofferenza e l’oppressione del popolo palestinese, è una di quelle che si rifiutano di essere messe a tacere o dimenticate. E’ la storia di Deir Yassin.

 

 La nonna dell'autrice, Fatima Radwan (a destra) con la sorella minore Sakeena

 

Rammentate la data: venerdì 9 aprile 1948, un giorno di infamia nella storia palestinese. Al tempo del massacro di Deir Yassin, mia nonna aveva nove anni e da allora ha vissuto ogni giorno nel costante impegno di non dimenticare mai.
 

Premonizione

Il giovedì terminò come tutti gli altri nel piccolo e tranquillo villaggio. Mia nonna e la sua sorella più piccola tornarono a casa da scuola per completare il compito assegnato  intitolato Asri’ (che in arabo significa ‘affrettarsi’). Lei racconta quel particolare con emozione. Come gli altri bambini della loro età, volevano completare il compito assegnato per godere del giorno dopo libero. Tuttavia, l’eccitazione fu di breve durata. Non posso fare a meno di pensare all’ironia del titolo del compito, Asri’, che è come se fosse una sorta di premonizione. 

Il giorno dopo, intere famiglie correvano precipitosamente travolte da un vero e proprio terrore, fuggendo dalle uniche case che avevano mai conosciuto per scampare a un bagno di sangue. All’alba di quel venerdì mattina la vita, come l’avevano conosciuta, non sarebbe più stata la stessa. Deir Yassin non sarebbe più stato lo stesso.

Padri, nonni, fratelli e figli vennero allineati contro un muro e falciati da raffiche di pallottole a mo’ di esecuzione. Maestri amati vennero mutilati selvaggiamente con coltelli. Madri e sorelle vennero prese in ostaggio e coloro che sopravvissero tornarono per trovare che pozze di sangue riempivano le strade del villaggio e i bambini da un giorno all’altro furono spogliati della loro infanzia.

Le pareti delle case, che una volta se ne stavano a testimonianza di calore, di risate e di gioia, erano schizzate di sangue e segnate di memorie traumatiche. Quel giorno mia nonna perse 37 componenti della sua famiglia. Questi non sono racconti che leggerete nella maggior parte dei libri di storia. 

Simbolo amaro
 

Il massacro di Deir Yassin non fu il massacro su più larga scala, non fu il più raccapricciante. Le atrocità commesse, il livello della violenza e la complessità dei metodi e degli armamenti ingannevoli usati da Israele contro i civili negli ultimi dieci anni sono stati molto più sadici e funesti. Ma Deir Yassin rappresenta uno dei punti di svolta più critici della storia palestinese.
 

Un simbolo amaro scolpito nella fibra dell’essere e della narrativa palestinese, esso echeggia nettamente come l’evento che ha caratterizzato la nostra Nakba (catastrofe) in atto, segnata dall’esilio forzato di 750.000 palestinesi dalle loro case, che ha creato la più grande popolazione di profughi del mondo con oltre la metà che vivono nella diaspora.

 Deir Yassin, a 65 anni ed oltre, è il ricordo bruciante della continua sofferenza, della lotta e del sistematico genocidio del popolo palestinese. Quando il villaggio venne spinto dal terrore a fuggire, tumultuose ondate di panico percorsero la Palestina, preparando il progetto per l’architettura dell’attuale Israele dell’apartheid. 

Suolo sacro
 

Ho avuto la fortuna di vedere Deir Yassin e mettere piede sul suo sacro suolo. Deir Yassin resta un ricordo preciso e permanentemente cementato dello spirito che non ha mai consentito la sconfitta. Nonostante le colonie illegali, il saccheggio, la rapina e le sofferenze umane che ci sono state, la casa di mia nonna se ne sta risoluta proprio come fa lei oggi.

                

              lo zio Muhammad Radwan davanti alla casa di Deir Yassin
 

Il silenzio della sua casa e le pietre originarie messe dalle mani di mio bisnonno restano ricordi persistenti della vita che c’era una volta dietro la fredda facciata. In piedi fuori dalla casa ho studiato meticolosamente l’orizzonte e ho trovato conforto, a prescindere dalla grande stella di Davide di legno appesa alla finestra. Questo ricordo feroce ed empio della pulizia etnica che ha avuto luogo là non avrebbe mai potuto celare l’insulto, la ferita e la storia che tenta di cancellare.

In realtà è un ricordo delle ferite inflitte, un ricordo che resta molto vivo. Tutte le bandiere, gli striscioni e le stelle del mondo, tutte le verità scomode, i miti disumanizzanti della eccezionalità e litania dei crimini, non potranno mai giungere a soffocare la verità o a cancellare i ricordi.

Mia nonna è un’intrepida sopravissuta e la prova vivente che né i vecchi né i giovani dimenticheranno. Lei e i sopravissuti come lei resisteranno con una determinazione che vivrà a lungo dopo che se ne saranno andati. I loro racconti potranno non essere riportati nei libri di storia, ma hanno lasciato un’impronta indelebile che resterà stampata nei nostri cuori e nelle nostre menti.

I racconti di questi sopravissuti continueranno a scorrere nelle vene di ogni bambino palestinese che li porta nel sangue. E fino a che i nostri cuori pulseranno i simboli eloquenti della vita palestinese – la resistenza, la capacità di ripresa e la speranza – continueranno a mantenersi forti. Nessun livello di allarmismo, promessa vuota o sputare sentenze potrà mai impedire a questi racconti di resistenza di circolare, perché sentirsi a proprio agio con il silenzio e narcotizzare le nostre menti su tutto ciò che è passato non rappresenteranno mai delle alternative.

Dopo tutto, siamo figli di generazioni di resistenza. I nostri nonni e genitori sono profughi e sopravissuti e il sangue di Deir Yassin scorre nelle nostre vene. Siamo come alberi di olivo con le tenaci radici confitte nel suolo che se ne stanno incrollabili e determinati a restare sulla propria terra con pazienza e il desiderio profondamente radicato di rimanere.

Vedremo una Palestina libera e giusta perché ci daremo da fare per renderla tale. Deir Yassin potrebbe aver catalizzato la nostra catastrofe, ma 65 anni dopo continua anche a catalizzare il nostro attaccamento e l’amore duraturo per un popolo, una causa e una casa che non saranno mai abbandonate o dimenticate.

Dina Elmuti è un’assistente sociale che fa ricerche sull’impatto dello stress traumatico cronico e della violenza sulla salute fisica, mentale e psicosociale dei bambini a Chicago e in Palestina.

 Le foto sono per gentile concessione di Dina Elmuti 

(tradotto da mariano mingarelli)