L'AP è al servizio di tutti, meno che del suo popolo

Haaretz.com
12.09.2012
http://www.haaretz.com/opinion/the-pa-serves-everyone-but-its-public-1.464376

 

L’AP è al servizio di tutti, meno che del suo popolo.

I dirigenti dell’Autorità Palestinese si sentono in diritto di comportarsi come fanno i “pezzi grossi” di Stati sovrani: arricchirsi, arricchire i loro compari e creare dinastie di titolari per le cariche ad alto livello.

di Amira Hass 

La West Bank è in fiamme, e dove si trova il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas? In India, in visita ufficiale. La distanza tra New Dehli e Ramallah è una metafora del rapporto alienato tra il presidente dell’OLP – l’organizzazione che si considera come “l’unica rappresentante legale del popolo palestinese” – e coloro che pretende di governare. 
                abbas in india

 

 

Ed ecco un’altra metafora di questa alienazione: di fronte a una Muqata ristrutturata e scintillante (il palazzo “presidenziale”) c’è un piccolo prato che viene mantenuto d’un verde brillante. Al centro c’è una fontana che non funziona più. Ma un irrigatore entra in funzione una volta ogni due giorni per annaffiare il prato. E questo succede proprio nel momento in cui, a causa delle quote imposte da Israele per quanto riguarda l’acqua potabile, centinaia di migliaia di palestinesi vivono senz’acqua corrente durante i lunghi mesi estivi. 

Probabilmente, i principali consiglieri di Abbas gli hanno detto che poteva andare all’estero tranquillamente, perché la West Bank non sta assolutamente bruciando. Tutto è sotto controllo. Inizialmente, il discorso ufficiale consisteva nel preoccuparsi di elogiare le manifestazioni contro l’alto costo della vita come fossero “apolitiche”. In altre parole esse non mettono in pericolo il potere del partito Fatah di Abbas. Ma dopo che il municipio di Hebron è stato preso a sassate ed è stato appiccato il fuoco ai pneumatici davanti all’ingresso di tutti i campi profughi, proprio come durante la prima Intifada, e a Nablus i manifestanti hanno preso d’assalto l’edificio della polizia – sono arrivate subito le ammonizioni accompagnate dal sospetto che fossero al lavoro degli “elementi stranieri intenzionati ad infiammare l’atmosfera”. 

Sono fiorite le teorie del complotto. Una di queste – che si sente anche negli ambienti ufficiali – sostiene che membri di Fatah abbiano avviato scioperi e manifestazioni per giungere a ottenere, alla fine, la cacciata del primo ministro Salam Fayyad. Se ci fosse della verità in questa voce, sarebbe ancor peggio dell’alienazione del Presidente: risulterebbero gli stessi membri di Fatah talmente disconnessi dalla realtà da non sapere quanto male deriverebbe dallo stress economico, quanto profonda sarebbe la frustrazione che ne conseguirebbe? E che ogni manifestazione è un incontro che potrebbe puntare a molto di più che dare alle fiamme pneumatici e bidoni della spazzatura? 

E’ la natura degli incendi che risulta difficile da controllare. E da Jenin alle colline a sud di Hebron la gente parla dell’Autorità Palestinese come se si trattasse di un governo straniero. O di una seconda occupazione. 

L’alienazione dal popolo, insieme a un divario incolmabile tra lo stile di vita dei capi e quello di coloro che essi guidano, sono la norma di ogni regime, compresi quelli democratici. E i legami tra le grandi imprese e il governo sono ovunque iniqui e anti-democratici. Ma dal giorno in cui l’AP è stata fondata i suoi leader hanno ritenuto di avere il diritto di comportarsi come i “ragazzoni” degli stati sovrani: cioè di arricchirsi e arricchire i loro compari, e creare dinastie di titolari per le cariche ad alto livello. 

Tutto questo è stato fatto sotto l’egida dell’occupante israeliano e ha comportato il suo permesso. Ciò che domanda e ottiene in cambio l’AP è che viene a svolgere il servizio di subappaltatore di arresti e interrogatori. 

Nel 2006, l’Autorità Palestinese e Fatah hanno subito un duro colpo quando sono stati sconfitti alle elezioni. Si sarebbe potuto pensare che da questo fallimento avrebbero imparato la lezione e quindi cambiato le loro abitudini. Ma le modifiche istituzionali e fiscali che hanno apportato, dopo aver collaborato con l’Occidente per cacciare Hamas, che aveva vinto le elezioni, sono state fatte in primo luogo per compiacere gli Stati donatori. Tant’è che nel processo di “costruzione delle istituzioni di uno stato”, è peggiorata la disuguaglianza nella società palestinese. 

Ciononostante, una parte considerevole della popolazione della West Bank ancora una volta ha concesso un’opportunità all’AP, nella speranza che, in cambio, l’Occidente avrebbe costretto Israele a rispettare le decisioni internazionali e istituire uno Stato palestinese. 

Ma l’Occidente non costringe Israele a fare alcunchè. E a causa della crisi economica globale, non si può continuare a compensare le perdite che il governo israeliano ha prodotto riguardo all’economia palestinese. Eppure l’Autorità Palestinese resta attaccata alla posizione diplomatica secondo la quale l’occupazione non è alla fine, e non si è preso neppure la briga di impostare politiche economiche nazionali diverse che consentano di ridurre gli intollerabili squilibri economici, nel tentativo di ricuperare la fiducia della gente al riguardo. (Le misure che Fayyad ha annunciato ieri non sono altro che un cerotto.) 

E la gente? Si tiene le sue difficoltà economiche e una dirigenza che onora i suoi impegni nei confronti dei servizi di sicurezza israeliani. 

(tradotto da mariano mingarelli)