Abbandonare lo status quo in Palestina.

AlJazeera
05.07.2012
http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2012/07/20127565559234105.html 
 

Abbandonare lo status quo in Palestina

I palestinesi hanno protestato contro un previsto incontro tra il presidente Mahmoud Abbas e un segretario di partito israeliano. 

di Ben White  

Per l’ufficio della dirigenza dell’Autorità Palestinese (AP) è stata una brutta settimana. Le proteste dello scorso fine settimana e dei giorni successivi contro il proposto incontro tra il Presidente Mahmoud Abbas e il capo del partito Kadima Shaul Mofaz, sono state accolte con violenti attacchi da parte delle Forze dell’Autorità Palestinese.

                     after-protest

 

I maltrattamenti e le bastonate (incluso il prendere di mira i mezzi di informazione) hanno provocato l’ennesima manifestazione di martedì, nella quale venivano scanditi slogan contro Oslo, l’AP e la repressione del dissenso. Pure gruppi del tipo di Amnesty International l’hanno detto apertamente. 

Per coincidenza, sono state riportate altre due notizie: in primo nuogo, l’incarcerazione di circa 200 persone da parte dell’AP nelle ultime settimane, in particolar modo nel nord della West Bank, in secondo, la richiesta da parte di Israele al FMI, a nome di Salam Fayyad, di un prestito per evitare il collasso finanziario dell’AP. 

Questo si preannuncia essere un momento di chiarezza, e le questioni vanno molto più in profondità di quanto non possa fare l’autoritaria polizia addestrata dall’UE. E’ il momento di riconoscere che i tre pilastri dello status quo – il processo ufficiale di pace, la struttura dell’Autorità Palestinese e la concezione dei due-stati – non sono solo difettosi o in difficoltà, ma, per la loro stessa natura, sono pure di ostacolo alla realizzazione dei diritti dei palestinesi. 

Con i negoziati sospesi da lungo tempo, è normale che i politici dicano che il processo di pace è con l’acqua alla gola. Ma è il momento di un giudizio di condanna nei confronti dei negoziati diretti dal Quartetto più consistente di quanto non venga specificatamente proposto nella maggioranza dei casi. 

Immaginate un paese che per decenni ha occupato una parte consistente di territorio al di fuori dei suoi confini, creandovi colonie per il proprio popolo in spregio al diritto internazionale. Immaginate se questo stesso paese avesse armi nucleari, avesse annesso illegalmente il territorio di un altro Stato sovrano, e commettesse regolarmente atti denunciati dalle Nazioni Unite, da Amnesty e dagli altri gruppi per i diritti umani come crimini di guerra, gravi violazioni dei diritti umani e infrazioni dei divieti di discriminazione. 

Questo è Israele, ma invece di sanzioni o scalpore, ci sono “negoziati” tra l’occupante colonialista e i colonizzati – sotto la supervisione di potenze internazionali, quali gli Stati Uniti e l’Unione Europea, che procurano a Israele vari gradi di supporto militare, commerciale e diplomatico. 

In poche parole, il “processo di pace” viene usato come un sostituto del diritto internazionale, più che come un mezzo per garantire la sua attuazione. Così, la responsabilità per i crimini di guerra a Gaza viene vista come una minaccia per il processo di pace, mentre il fatto che i palestinesi entrino a far parte delle Nazioni Unite ( a parte i difetti dell’iniziativa) viene criticato come se fosse una sostituzione dei colloqui diretti mediati da USA/UE. 

Questo gioco diplomatico va avanti da 20 anni, durante i quali il regime israeliano di Apartheid si è sviluppato e ampliato. Come ha riportato Akiva Eldar su Ha’aretz: “Il processo di pace è servito come copertura per il processo di colonizzazione,” con la popolazione dei coloni nella West Bank che “è passata da 110.000 a 320.000” ed è stato “annesso de facto…. il 60% del territorio [Area C]”. 

Orbene, nel corso di due decenni di una colonizzazione senza soste, Israele è stato in grado di mantenere l’illusione di “colloqui” con “l’altra parte” – ed è qui che sorge il secondo ostacolo ai diritti dei palestinesi: l’Autorità Palestinese stessa. 

Come era chiaro ad alcuni, anche a quel momento, l’establishment dell’AP ha permesso a Israele di delegare numerose responsabilità di un occupante ad una entità “autonoma” che, secondo le parole di Rabin, Israele sempre considerato essere “meno di uno stato.” A distanza di anni, ora ci sono strati di interessi investiti nella conservazione dello status quo, dai “VIP” , l’élite economico-politica, a chi dipende da uno stipendio dell’AP (leggi, messo a disposizione dall’Occidente). 

“Insistere su ‘due Stati per due popoli’ equivale a essere complici di coloro che cercano di impedire ai palestinesi di ottenere tutti i propri diritti.” 

Gli articoli sul dissenso pubblico crescente nei confronti dell’AP hanno messo in evidenza un altro dei suoi ruoli chiave – quello di sub-contractor della sicurezza per l’esercito e l’apparato di intelligence israeliano. Anche se Amira Hass ha scritto di recente della “trasformazione dell’AP in sub-contractor dell’IDF, dell’Amministrazione Civile e dei servizi di sicurezza dello Shin Bet”, questo è nei fatti ciò che è sempre stato inteso che fosse. 

“Diamo loro i nomi e loro li arrestano”, ha dichiarato un funzionario israeliano citato nel pezzo del The Economist di quest’ultima settimana – e non mancano le prove. A detta dell’esercito israeliano, nel 2009, ci sono state 1.297 “operazioni – coordinate” AP-IDF. Nel gennaio 2010, una informativa di Wikileaks riferisce che “Fayyad e i suoi funzionari della sicurezza di grado elevato sono stati chiare sulla necessità di un maggiore coordinamento di sicurezza AP-GOI.” (Autorità Palestinese-Governo di Israele). In un'altra informativa, il ministro degli interni dell’AP ha fatto presente a funzionari statunitensi che “una pubblicità al coordinamento di sicurezza israelo-palestinese minaccia la sostenibilità della campagna per la sicurezza dell’AP”, per cui è stato “essenziale” tenerlo “fuori dalla portata della vista della gente.” 

Così come per il processo di pace ufficiale e l’AP, la decolonizzazione della Palestina è bloccata da un terzo elemento fondamentale dello status quo: la concezione della soluzione a due-Stati. Dopo Sharon, Bush e Blair, è evidente che l’unico “Stato palestinese” al quale verrà concesso di nascere sarà una striminzita riserva, a conferma finale della permanenza nella maggior parte della Israele/Palestina di privilegi etnico-religiosi ebraici. Nessun diritto per i profughi. Cittadinanza di seconda classe all’interno della etnocrazia. Il massimo che possono sperare quelli che sono all’interno del muro è un permesso di lavoro per la “zona industriale” che starà ad esprimere il culmine della “co-esistenza” ebraico-palestinese. 

Perché un viaggio all’ufficio di Salam Fayyad – sosta a Rawabi – è diventato un fatto obbligatorio nell’itinerario delle visite di gruppo della lobby di Israele? Perché il governo israeliano e gli apologeti dello Stato in Occidente, sollecitano costantemente un ritorno ai “negoziati”? Mentre abbondano i segnali che siamo in un periodo di transizione, insistere sui “due Stati per due popoli” equivale a essere complici di coloro che cercano di impedire che i palestinesi giungano a godere di tutti loro diritti. 

A questi tre pilastri – “negoziati”, AP e soluzione a due-Stati – non può essere più permesso di porre dei limiti all’immaginazione, se ne devono andare. Le domande successive sono ovvie: che cosa succede e cosa viene dopo? Proporre una soluzione è difficile, ma ci sono segnali che le cose si muovono: diversi tipi di esempi comprendono l’iniziativa per la registrazione dei votanti al PNC (Palestinian National Council), i movimenti giovanili, la campagna BDS e gli sforzi per dare una forma all’idea del ritorno dei profughi. 

Invece di porre la domanda “se non questa, cosa?” come un modo per negare o respingere l’inevitabile, una valutazione lucida di ciò che impedisce ai palestinesi di ottenere i loro diritti può essere la base per riflettere al di là dei limiti fissati da Oslo e dal mondo della “Zona Verde” di Ramallah. 

Video: Abbas calls for Arafat death investigation
              http://www.youtube.com/watch?v=rk3xttJcZJs

Ben White –è giornalista freelance, scrittore e attivista. Laureato alla Cambridge University è specializzato in Israele/Palestina 

(tradotto da mariano mingarelli)