Diritto al ritorno per i palestinesi o niente

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24.04.2012
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Diritto al ritorno per i palestinesi o niente

di Michael Warschawski
 
Al centro della questione palestinese c'è la questione dei rifugiati e non la sovranità, e il centro della soluzione al conflitto è il diritto al ritorno dei profughi.
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All'inizio di questo mese ho partecipato alla conferenza annuale internazionale di Bil'in. Nel corso degli anni, questa conferenza si è trasformata in un importante incontro internazionale in cui attivisti ed attiviste di tutto il mondo discutono i mezzi per resistere all'occupazione coloniale israeliana.
Anche se mi era stato chiesto di parlare di "normalizzazione e di cooperazione israelo-palestinese", seguendo le mie osservazioni, la discussione si è incentrata principalmente sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi. "Al centro della questione palestinese si trova la questione dei rifugiati e non la sovranità", ho detto, "e al centro della soluzione - il ritorno dei profughi".

Una delle molte implicazioni negative del processo di Oslo fu la creazione dell'idea, completamente falsata, che il conflitto israelo-palestinese fosse principalmente una questione di territorio e confini, e nulla più. Tuttavia, il conflitto è anche questione di deportazione di massa e di espropriazione di un intero popolo dalla propria terra-patria.

Inoltre questo non è un conflitto tra due stati, ma l'attuazione di un progetto coloniale, il cui obiettivo è quello di creare uno Stato ebraico basato sulla distruzione della Palestina. Tutti i tentativi israeliani di "compromesso" miravano a ricevere un riconoscimento internazionale per quello che era già stato raggiunto in quel momento, con l'intenzione di andare avanti. "Il Negev non scappa", ha affermato una volta David Ben Gurion a chi lo aveva criticato per aver accettato il piano di partizione delle Nazioni Unite, che non aveva incluso il Negev nel territorio dello Stato ebraico. Questo è anche il modo in cui egli ha inteso la linea di cessate il fuoco nel 1949, che ha lasciato la Città Vecchia di Gerusalemme al di fuori dei confini dello Stato di Israele.

Gli strateghi sionisti, da Ben Gurion passando per  Ariel Sharon, hanno capito la dimensione dinamica del progetto sionista, e hanno trattato tutti gli accordi di compromesso come soluzioni temporanee per portare avanti il loro progetto coloniale.

Il fatto è che il processo coloniale continua anche all'interno di quella che viene definita come Linea Verde – la giudaizzazione della Galilea e del Negev, le leggi di immigrazione per gli ebrei, una serie di leggi imminenti per rafforzare il carattere ebraico dello stato. Tutto questo annulla il carattere apparentemente ingenuo della sinistra sionista in materia di "uno stato normale che deve fare la pace con i suoi vicini": Israele non possiede confini ufficiali, perché si vede ancora nel processo di creazione dello stato ("la guerra di indipendenza non è ancora finita" ha affermato una volta Ariel Sharon). I fatti sul terreno sono ciò che determinano i confini di Israele e pertanto è necessario più tempo (cinquant'anni, secondo Sharon), perchè Israele possa definire i suoi confini definitivi.

Qual è il legame tra tutto questo e la questione dei rifugiati? La necessità di decolonizzazione! Senza la decolonizzazione di Israele, continueremo ad essere in un processo di colonizzazione e in un regime coloniale, non in uno "stato" e certamente non in uno Stato democratico. La decolonizzazione di Israele non è semplicemente una questione di un cambiamento di politica o dell'annullamento di una legge, ma un cambiamento strutturale sia nel regime che nella sua mentalità. Al centro di questo cambiamento mentale - il riconoscimento dei palestinesi come popolazione indigena, la cui legittimità viene prima di quella di un israeliano come residente i cui diritti sono stati acquistati in un violento processo di espropriazione.

Il diritto di ritorno è in primo luogo il riconoscimento della "Palestinità" della terra, e questa è una condizione essenziale non solo per una soluzione fondata sulla giustizia, ma anche per la liberazione degli israeliani dalla paura. La paura che tormenta continuamente la psiche israeliana è la paura dei "fantasmi" della Nakba, che, a differenza dei nativi americani nel Nord America, sono ancora in vita - sia all'interno che all'esterno delle nostre frontiere.

Solo il diritto al ritorno  permetterà di liberare il popolo israeliano dalla paura e dal comportamento violento associato a questo. In questo senso, la questione del ritorno dei profughi palestinesi non è una questione secondaria che può essere messa in disparte mentre tutti sono impegnati nella creazione di uno Stato e nella definizione dei suoi confini, ma è il cuore della questione e la chiave per una soluzione. Mentre a Oslo si è cercato di spingere la questione dei rifugiati alla fine dei negoziati, la logica richiede che si ponga la questione del ritorno al vertice delle nostre priorità e all'inizio del programma politico. E uno che sostiene che "gli israeliani non accetteranno mai" deve accettare il fatto che allora non ci sarà una soluzione e il conflitto continuerà.