I contestatori israeliani non si rendono conto delle connessioni tra neoliberismo e occupazione

Stumble Upon
13.08.2011
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I dimostranti israeliani ignorano il legame tra neoliberismo e occupazione. 

di Max Ajl 

                     bambina-tendopoli a gerusalemme

Una bambina in una tendopoli improvvisata durante una manifestazione a Gerusalemme, 31 luglio 2011 

Il tutto è cominciato a metà luglio, quando Dafni Leef, una regista di Tel Aviv, si è scontrata  un aumento di affitto tale che non se lo poteva permettere . Invece di spostarsi in un nuovo appartamento, si è trasferita in una tenda sul Rothschilld Boulevard, l’arteria più elegante della città,  e ha creato un evento Facebook per invitare i suoi compatrioti di unirsi a lei. Lo hanno fatto: prima in centinaia sparsi qua e là – poi sabato 30 luglio,  in più di 300.000 persone solo a Tel Aviv, con tende che spuntavano come funghi in tutto il paese, sfidando consapevolmente il neoliberismo di stato.

           

 

E le “proteste delle tende”, soprannominate J14 (o su Twitter, #J14) in onore della data del loro inizio il 14 luglio, non sono partite dai settori più colpiti dalla disfunzione economica. Non nei  centri di popolamento sgangherati del Negev, come Sderot, né nella parte meridionale di Tel Aviv abitata da indigenti e  immigrati, ma nel nord benestante della città, da coloro che erano andati alla Hebrew Unuversity e alla Ben Gurion University, nelle facoltà frequentate dall’élite del paese, da quelli che avevano fatto il servizio militare richiesto, i figli della borghesia o di quella in declino, che avevano preventivato una strada facile verso un futuro ricco e ora si  scontrano con le macerie di un accordo sociale andato in frantumi. 

Le proteste sono cominciate  in risposta al rapido incremento del prezzo del formaggio fresco, per spostarsi poi alla crisi abitativa, infine a quella generale. E' un paese costellato di milionari, ma senza un sistema di trasporto pubblico funzionante; produce droni ad alto livello tecnologico che vende agli eserciti di tutto il mondo, ma un terzo della forza lavoro percepisce il salario minimo; il suo  nome in alcuni ambiti evoca ancora il “socialismo” mentre, per le disuguaglianze, è la seconda democrazia industrializzata del mondo in classifica. Alle manifestazioni, le richieste, i reclami, i  fischi e le preoccupazioni sono tutte incentrate su massaggi del tipo:

“Pericolo, costruzione – per i ricchi”
“Bibi, svegliati, le donne sono più importanti” (in ebraico, fa  rima)
“La gente vuole case popolari.”
"Stato sociale,ora!"
"La gente chiede giustizia sociale!"
“La risposta alla privatizzazione? Rivoluzione!” 

La demografia delle manifestazioni governa l’insieme: sono iniziate con quelli di formazione universitaria, i neolaureati della classe media, ma l’estensione alle cittadine di sviluppo indica che sono a contatto con una base socio-economica più ampia, che comprende il sottoproletariato arabo-ebraico, Questo può costituire fino al 90% della popolazione delle pericolose città di confine come i comuni del nord di Israele, dove li ha posti deliberatamente l’élite bianca europea, con l'ansia di colmare i limiti territoriali del nuovo stato di Israele, e salvaguardarne così i confini. 

I sondaggi indicano che l’87 % degli israeliani sostiene la protesta. Tra loro c’è il 98% degli elettori di Kadima e il 95% del Labor Party, le roccaforti della classe media e medio-alta. Ma pure il Likud di Bibi Netanyahu, che tende a trarre sostegno dai settori  mizrahi più poveri, supporta le proteste, ad indicare l’ampiezza – se non la profondità – del sostegno popolare nei confronti di coloro che sono fuori, nelle strade. 

Ciò che fino a ora risulta per lo più assente sono le richieste di porre fine all’occupazione. Tale silenzio parla eloquentemente all'insieme della società israeliana, in cui una richiesta di mettervi fine  e di smantellare la struttura giuridica razzista è percepita come un attacco alla religione di stato: il nazionalismo militarista. Tale appello sarebbe “politico”, in contrasto con le proteste in atto, esclusivamente di natura “sociale”. 

E’ ancora presto, ma due aspetti risultano chiari. Uno, questo movimento non manderà in frantumi la struttura di potere israeliana. Due, rappresenta una prima frattura – un’anteprima di future lacerazioni – entro il sionismo. 

Sul primo punto, uno sbaglio sarebbe meraviglioso. Non si poteva prevedere la caduta dello Scià di Persia dal Trono del Pavone, nel 1977, prima che mischie sulle strade durate per  mesi non lo mandassero via al volo. Nel Caracazo, le rivolte nazionali contro le misure neoliberiste di austerità venezuelane non era prefigurata l’ascesa di Hugo Chavez, del 1989. Le rivoluzioni sono intrinsecamente imprevedibili, come le persone si muovono al di fuori dei tranquilli flussi e riflussi, dei cicli quotidiani della  vita, passando a un tempo messianico. In tali momenti, la fede nel proprio potere, una sorta di “effervescenza collettiva”, può creare opportunità che nessuno avrebbe potuto prevedere o creduto possibili solo poche settimane prima; il cambiamento radicale diventa una sorta di miraggio che si vuole trasformare all’improvviso in realtà. Tali scintille di creatività umana, insieme alla propensione alla libertà, accendono fiammate all’interno di strutture designate a spegnerle. 

Tuttavia, le fratture all’interno di tali strutture sono reali. L’appartamento medio è inavvicinabile per il 90% della popolazione;  Danny Ben Shahar, ricercatore universitario sui problemi abitativi, chiama questo una “bomba sociale a orologeria”,  che in parte  consegue all’inflazione abitativa legata a una élite transnazionale del jet-set ebraico che, in estate, svolazza a Tel Aviv e a Gerusalemme, stando negli “appartamenti fantasma”, poi se ne ritorna a Parigi e a Los Angeles. L’inflazione non si limita al mercato immobiliare. Così ha riferito il presidente della Histadrut Labor Federation, Ofer Eini, : “Se una volta ero in grado di andare al supermercato e fare un acquisto per  700 NIS, oggi pago il doppio. E questo non è legato all’Indice dei Prezzi al Consumo (CPI). Se il valore del CPI sale del 3%, i prezzi al supermercato aumentano del 30%. Chi trae vantaggio da questi aumenti è il governo”. 

Che sia il “governo” a beneficiare degli aumenti dei prezzi è dubbio. L’inflazione potrebbe essere incoraggiata in parte dal governo, ma in termini storici, quella israeliana ha portato a ridistribuire l'influenza economica trasferendola dalle classi sociali basse e medie alle alte sfere. La classe superiore, fortemente saldata ai circuiti transnazionali del capitale, è la reale beneficiaria,  dietro la sottile verniciatura dello stato e dei politici che spinge in carica. E spesso non si preoccupa della patina: in mezzo a un’economia soggetta ai cartelli, i prezzi sono spinti sempre più in alto dalle società che li fissano, mentre i salari non riescono a mantenere il passo con gli aumenti. 

E, naturalmente, L’Hidrastud è una “federazione sindacale” solo di nome: in realtà, favorisce un processo di accumulazione strettamente legato all’apparato statale,  regolando i salari e – in modo manifesto - scaricando imprese statali a personaggi con connessioni politiche del settore privato in un saccheggio dei beni comuni che viene chiamato eufemisticamente “privatizzazione”. Come sempre, lo stato non si interessa dei diseredati. Vigila sugli interessi dei possidenti, e si occupa di loro con grande cura e competenza: al momento, dieci grandi gruppi d’affari controllano il 30% del valore di mercato delle aziende pubbliche, mentre 16 hanno il controllo sulla metà del denaro dell’intero paese. 

Quello che fa Eini è rammentare ai manager dello stato che la coesione sociale israeliana si sta logorando, con le tasse tra le più alte del mondo occidentale in rapporto alla spesa sociale, e lo sollecita a rispondere. 

Si possono vedere le proteste in corso come il risultato di un processo in cui l’egualitarismo relativo – non è mai stato “socialismo” – dei primi anni dello stato israeliano è stato sostituito da un crescente accentramento e privatizzazione della ricchezza sociale. Fino alla metà degli anni 1970, l’élite israeliana è stata capace di accrescere il proprio potere e di sdebitarsi con i ranghi inferiori della gerarchia sociale del paese, cominando in modo sapiente il redistribuire e il dispossedere. Il malcontento sociale israeliano è stato disinnescato e diffuso tramite la colonizzazione, il militarismo e le misure alternative di assistenza sociale, sia sostanziali che simboliche, con la caratteristica comune di risolvere i problemi sociali interni israeliani alle spalle della popolazione autoctona: i palestinesi. 

Si osserva una tendenza di questo tipo  nella decisione di militarizzare, iniziata nel periodo pot-fondativo, saldando gli immigrati recenti alla “nuova classe” israeliana con connessioni statali, che occupava le posizione più elevate dell’Hidrastud e di altre istituzioni statali, con lo sciovinismo e il culto dello stato. 

In seguito, nel 1967, l’élite israeliana ha reagito al malessere economico che affliggeva gli immigrati dal Nord Africa con l’entrata in guerra, spronando l’occupazione della West Bank e di Gaza. E più tardi ancora, il progetto delle colonie ha cominciato a raccogliere una base sociale costituita dagli ebrei-arabi mizrahi, con l’assenso tacito ed esplicito delle élite sia politiche che sociali. I coloni  per  stile di vita, che abitano appena al di là della Linea Verde o negli insediamenti che cingono Gerusalemme Est, sono per lo più mizrahi, come lo è la truppa che costituisce la base delle Forze di Difesa Israeliane (IDF). Sono le classi inferiori israeliane a sostenere  con più forza il progetto delle colonie, e sono state le loro lamentele socio-eonomiche ad essere affrontate nel modo più a buon mercato possibile – il motivo per cui le colonie sono costruite in territorio palestinese è che la terra di minor prezzo è quella  appena rubata. 

Un’altra motivazione è che, nella misura in cui monta la pressione sociale per alloggi a prezzi accessibili o per l’erogazione di welfare da parte dello stato, allentarla è solo in parte un problema di distribuzioni correnti statali. Un secondo aspetto del medesimo problema è quello delle future assegnazioni, promesse allo stesso modo  da governi laboristi e del Likud. La gente può aspirare al basso costo della terra o delle abitazioni nelle colonie, che non possono sperare di avere nei centri urbani divenuti inabbordabili. I sondaggi mostrano un sostegno popolare israeliano schiacciante per mantenere le colonie e l’occupazione dei territori. Chi risponde ai sondaggi è forse appena consapevole del ruolo assunto dall’espandere le colonie nel cementare la coesione sociale israeliana, allentando la pressione sociale delle classi inferiori.

 Un’ulteriore ragione per mantenere l’occupazione è che sia l’esercito che i coloni sono profondamente coinvolti nel progetto di colonizzazione; i coloni che occupano sempre di più posizioni di prima fila nelle unità di élite che sarebbero incaricate di far ritirare la popolazione, secondo quanto contempla la soluzione a due-stati. Le colonie sono un problema, ma anche un sintomo di questioni più profonde, ciò a cui certamente non equivalgono è la delirante descrizione loro applicata allo stesso modo dai 'liberal' israeliani e dai realisti americani: di “generatrici” di tutti i peccati. La destra israeliana fa sistematicamente notare che la stessa logica che propugna la fine dell’occupazione potrebbe essere applicata anche a tutto il processo di formazione dello stato di Israele – che se la presa di Lidda, Acri e Ashdod era giustificata nel 1948, allora era legittima anche l’occupazione della Giudea e della Samaria nel 1967. C’è del vero nella loro tesi: se la colonizzazione israeliana è stata condonabile nel 1948, perché risulta improvvisamente condannabile nel 1967? 

E poi c’è una verità più profonda: il ruolo sociale in Israele del convincimento che le azioni israeliane sono giuste. In mezzo allo strambo guazzabuglio di blocchi sociali - haredi ultra-ortodossi; ebrei dell’Europa centrale e orientale;  immigrati dai quartieri ultra-religiosi di Brooklyn;  ebrei etiopi, iracheni, curdi e d’Algeria,  russi di recente immigrazione, dei quali dal 15 al 20%, forse anche 50%, neppure sono ebrei – il sionismo è un tegumento che tiene insieme una società  fissipara  in cui  oltre il 25% della popolazione non è neppure nata in Israele. Una società unita dal nazionalismo è una che difficilmente nota la divisione che conta di più: quella del gap in costante crescita cresce tra ricchi e poveri. L’abbandono della colonizzazione potrebbe risultare un solvente per il legame nazionalista della società israeliana;  è per questo  che l’élite temporeggia circa una soluzione definitiva:  preferisce la stasi di un processo di pace, lunga sul processo e breve sulla pace, a un ritiro di 250.000 – o 500.000 – coloni  che potrebbe smembrare la società israeliana lungo le faglie economiche ed etniche. 

Ci sono pure altri motivi per cui l’occupazione continua. Chi è ai vertici delle forze armate, così come chi ha investimenti nell’edilizia o  beneficia di manodopera palestinese a basso costo, è investito nell’iniziativa  coloniale; se c’è una cosa che l’élite israeliana non vuole è una faida al suo interno. Tra la frazione dell’élite che ha investito nel progetto coloniale e l’ampio sostegno popolare di cui gode, non c’è da meravigliarsi che continui. Malgrado il fatto che la maggior parte dell’élite israeliana tragga uno scarso beneficio economico diretto  dal progetto di colonizzazione, costa meno mantenere l’occupazione che porvi fine  – almeno per l’élite di Israele, e almeno per ora. E’ la matrice costi-benefici che le manifestazioni J14 possono influenzare indirettamente. Questo evidenzia che l’occupazione, e, soprattutto, il militarismo che l’ha generata e che la procrea, si basano  su divisioni etniche, e le ricreano, così da distogliere l’attenzione popolare da quella che è fra tutte la divisione più profonda: quella tra ricchi e poveri. Ed è proprio lungo questa fissura che avvengono le manifestazioni J14. 

Così, da un lato, nonostante l’idiosincrasia israeliana nell'insistere che le proteste sono “sociali” e non “politiche”, queste sono chiaramente aperte al confronto politico. Riunendosi, parlando, scherzando, facendo teatro di strada e affrontando la polizia, i manifestanti sono al centro di una battaglia aperta tra gli israeliani di classe povera e media e la connessione stato-élite. Ciò è sorprendente non solo perché colma la frattura storica tra mizrahi e ashkenazidi – una delle tante divisioni sociali intra-israeliane che l’élite usa per conservare il potere – ma anche perché i manifestanti non soltanto emulano gli egiziani, ma esprimono con chiarezza il loro pensiero sui principali mezzi di informazione , echeggiando pubblicamente e sfacciatamente all’esempio arabo, sostenendo che la primavera araba è sbocciata nell’estate israeliana. Come ha suggerito uno della classe media israeliana: “Dobbiamo fare come in Egitto. Yalla, Tahrir, Jihad”.   Esaltare l’esempio egiziano manda in frantumi i tabù sociali israeliani, e questo è uno degli aspetti più suggestivi e meno notati delle proteste. A Gaza City, un amico una volta mi chiese se gli israeliani nella regione si considerassero  turisti o se fossero qui per rimanervi. In maniera fin troppo parziale, queste proteste delle tende cominciano, forse, ad abbozzare il barlume di una risposta a questa domanda. 

Orbene, in mancanza di una richiesta di porre fine all’occupazione, le manifestazioni non possono inglobare lo strato sociale più strutturalmente svantaggiato entro la comunità israeliana – i palestinesi del ’48. Né possono attirarsi il supporto passivo dei palestinesi dei Territori Occupati e della Diaspora. In mancanza di una richiesta di questo tipo, c’è un qualcosa di strano e irreale nelle proteste di giustizia sociale, come una fotografia nella quale tutte le tonalità del rosso sono colate all’esterno, lasciandola fredda e inanimata. 

Nel frattempo, per i palestinesi sotto pluridecennale occupazione, le complessità del malcontento sociale interno israeliano e le sfumature della mobilitazione hanno suscitato comprensibilmente scherno e fischi. Il costo del pane di una famiglia ebrea di Ashkelon è un problema reale, ma, nella gerarchia della sofferenza, non può considerarsi pari all’esperienza dell’oppressione vissuta da una famiglia in un campo profughi di Gaza City che viveva ad Ashkelon, quando si chiamava Majdal, da dove è stata “lavata via” nel 1948 e che ha perso la panetteria nella distruzione dell’attacco 2008 – 2009, al quale ha dato aperto appoggio la maggior parte di quegli israeliani che ora si lagnano per l’alto prezzo del prezzo del pane. 

Vista da fuori, la lacuna a riguardo dei palestinesi, risulta una carenza sociologicamente stridente, pari a quella dei braccianti agricoli poveri di prima della guerra che chiedevano  un salario minimo senza battere ciglio nei confronti degli uomini scuri in catene che lavorano i campi vicini ai loro. Ma che una società razzista produca un movimento di protesta razzista è quasi inevitabile. I movimenti di protesta devono cominciare con il materiale umano di cui dispongono, non con quello che vorrebbero avere. Come chiede lo storico Staughton Lynd, “Chi erano i lavoratori che hanno fatto la rivoluzione russa? Sessisti, nazionalisti, per la metà analfabeti. Chi erano gli operai della polacca Solidarnosc? Antisemiti qualunque. Quel tipo di lotta comincia a trasformare la gente “, una trasformazione che si vede in forma embrionale nella solidarietà mizrahi-ashkenazita all'interno delle proteste stesse. Inoltre, la gente articola la  resistenza all’oppressione – in un primo momento – nei termini in cui questa appare loro. Per l'israeliano medio, per quelli alle manifestazioni, l’occupare non è legato alla propria esperienza di oppressione; fa parte invero del sostenere il sentimento sionista e del saldare legami collettivi intra-ebraici, tanto che i cittadini ebrei di Israele o non si rendono conto dell’oppressione all’interno della comunità o comunque non intervengono. 

Ma non c’è alcuna forza che sviluppa una coscienza radicale, e tanto per cominciare, non c’è ragione di credere che le condizioni siano mature per il risveglio di una coscienza di questo tipo. Finora, la leadership è appena abbozzata, ma l’Unione degli Studenti di Tel Aviv ha assunto un ruolo centrale: ha impedito attivamente che si parlasse di occupazione, ed è stata cauta nell'evidenziare la triade fondamentale delle ingiustizie che sono nel cuore ed alla base della società israeliana: l’occupazione, la negazione di pari diritti per la minoranza palestinese di Israele, e la questione dei profughi. 

Tuttavia, la scorsa settimana ha visto qualche magro sviluppo nei riguardi delle rivendicazioni palestinesi. Sul Boulevard Rothschild è stata piantata una tenda battezzata “1948”, nella quale sono stati ospitati attivisti israeliani, sia palestinesi che ebrei, che hanno discusso dei diritti e delle questioni palestinesi. Tra le richieste dei manifestanti ci sono due questioni fondamentali per i palestinesi del 1948: il riconoscimento dei villaggi non riconosciuti dei beduini del Sinai, e l’estensione dei confini municipali di villaggi e città in modo da consentire il loro naturale sviluppo. Ma, nel più ampio paesaggio “non-politico” della protesta israeliana, tali richieste sono solo degli sprazzi. 

La sensazione sembra essere quella per cui l’introduzione del tema dell’occupazione equivarrebbe a politicizzare le proteste, il che porterebbe alla loro frattura,percfhè il governo sarebbe in grado di liquidarle come un sobillare della sinistra  sediziosa. E l’intero paese, dato che disprezza la sinistra, si allineerebbe dietro alle posizioni del governo. 

Anche se gli organizzatori della protesta delle tende sono disposti ad azzardare una mossa di cambiamento totale – cosa che è improbabile facciano (anzi, nonostante la mobilitazione in corso, qualcosa a cui sono stati educati ad opporsi) – tale richiesta produrrebbe effetti imprevedibili nella classe inferiore israeliana che beneficia dell’occupazione, sia materialmente che nel regno del capitale simbolico: lo si misura nel grado di razzismo e di odio verso i palestinesi, la loro principale arena di competizione per il prestigio sociale all’interno di Israele. La tragedia della sinistra israeliana, invero, sta nel fatto che è proprio tra quelle classi inferiori che si trova il più forte sostegno all’occupazione e al razzismo anti-arabo. Si tratta di quei settori che compongono la base sociale dei partiti di destra Likud e Shas. 

Alcuni suggeriscono che, se le proteste crescono, il bilancio della difesa – il nucleo del militarismo israeliano e una parte fondamentale del frammento più bellicoso dell’élite al potere – sarà ridotto. Un trasferimento di risorse statali dal militarismo a infrastrutture sociali  può non avere l'inteto di aiutare i palestinesi, ma li sosterrà comunque, indebolendo l’ingranaggio tecnologico dell’oppressione e dell’occupazione che schiaccia inesorabilmente la società palestinese. Secondo i dati forniti dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), il 16% del prodotto interno lordo israeliano (PIL) è destinato alla spesa militare, gran parte della quale viene incanalata a favore di chi possiede i complessi industriali militari di Israele,  sempre più privatizzati. L’occupazione non è, strettamente parlando, necessaria al sostegno della spesa militare, ma la pace e i suoi dividendi  mal si adatterebbero a una società costruita  e sostenuta dalla guerra  e da un costante flusso di armi e di investimenti provenienti dagli Stati Uniti, destinati all’esercito . 

Le proteste potrebbero prendere diverse direzioni: potrebbero esaurirsi per il ritorno a casa di organizzatori e partecipanti appartenenti alle classi inferiore e media scontenti, domi, annoiati e stanchi. Potrebbero strappare al governo alcune vittorie sotto forma di riorientamento delle spese dalla guerra al welfare. Potrebbero cercare di intrecciarsi con l’occupazione, e poi sparire nel fragore  di una destra che risorge. Oppure potrebbero tracciare le connessioni tra i sussidi stratosferici di Israele per l’investimento in alta tecnologia, la privatizzazione degli impianti industriali di proprietà dello stato, lo sventramento del patto sociale, l’ininterrotta militarizzazione, le continue guerre, i razzi che cadono nel sud e nel nord di Israele lanciati dai palestinesi sulla cui persecuzione, oppressione, omicidio e impoverimento il complesso militare israeliano trae profitti. Di fronte a tale scelta, le classi inferiori israeliane hanno altrettante probabilità di optare per la reazione xenofoba, riducendosi a una marmaglia di sediziosi di destra, come di orientarsi verso la rivoluzione. 

Il dilemma della classe superiore,  un po’ ambivalente nei confronti dell’occupazione ma del tutto dedita al liberismo, è più contorto. Ciò che combatterà, a tutti i costi, è la fine delle disuguaglianze economiche in Israele, in quanto con tali ingiustizie  ingrassa. Per tali motivi, ogni vittoria strutturale in termini di spesa dello stato, ogni riorientamento della spesa dal militare alla casa, getterà le basi per altre vittorie. Forse più importante delle stesse vittorie strutturali sarà il loro effetto sulla coscienza israeliana. Questo è il motivo per cui il governo pagherà qualsiasi prezzo pur di dirottare, interrompere o disinnescare queste proteste, se la pressione che creano  diventa troppo grande per essere ignorata.

Pagherebbe il prezzo perchè una vittoria tale offrirebbe un insegnamento pericoloso agli esseri umani che costituiscono gli ingranaggi, le pulegge, le leve, tutto il macchinario ronzante del sistema di apartheid: che occupazione e razzismo sono un mezzo di controllo sociale non solo su una società palestinese vacillante e frantumata, ma sulle stesse classi sociali inferiori israeliane. 

A settembre, i palestinesi si mobiliteranno in massa nella West Bank e a Gaza a sostegno della risoluzione che la Palestina diventi Stato e Israele richiamerà in servizio i riservisti per reprimerli – i riservisti che ora stanno nelle tende sul Rothschild Boulevard. E gli uomini che se ne stanno in quelle tende o vi  rimarranno a chiedere giustizia o si dirigeranno con le armi in mano nella West Bank per negare giustizia ai palestinesi. Che agli organizzatori delle tende piaccia o no, l’occupazione sarà causa di una spaccatura determinante. 

E vi è poco motivo di aspettarsi che quelli delle tende scelgano la giustizia economica invece del canto ammaliatore della fedeltà allo stato e all’occupazione. Nella  capacità di ignorareche il canto di sirene e di combinare l'opposizione all'occupazione con l' opposizione al neoliberismo sta la capacità di Israele di trasformarsi da un fastidio impacciato ad un componente della regione. E nell' incapacità di resistere a quel canto ammaliatore sta il sentiero che porta a reprimere  la resistenza palestinese, alla prossima guerra e ai disastri regionali. 

(tradotto da mariano mingarelli)