J14: non c'è bisogno di menzionare l'occupazione - è il capitalismo, stupido

+972mag.com
14.08.2011
http://972mag.com/j14-no-need-to-bring-up-the-occupation-it%E2%80%99s-the-capitalism-stupid/

 

J14: E' inutile tirare in campo l’occupazione – è il capitalismo, scioccone!

 Con il crescere degli appelli perchè J14 affronti l’”elefante in salotto” - l’occupazione (shhh!), di cui evidentemente nessuno vuol parlare, quel che  importa capire è che non c’è alcun elefante. 

di Ami Kaufman

                              beer-sheva-2

manifestazione a Beer Sheva, 13 agosto 2011

 

Ultimamente si è fatto appello alla sinistra, e anche qui su +972, perché il movimento #J14 parli dell’elefante nella tenda: l’occupazione. 

Queste richieste rivelano non solo che si fraintende la società israeliana, ma mostrano anche quello che secondo me è un malinteso su che cosa è veramente #J14. 

Lasciatemi cominciare da qui. In che cosa consiste J14? Bene, lo slogan che lo caratterizza è “il popolo richiede giustizia sociale.” Serve pure a innescare per gli appelli  da sinistra: “Bene, come si può parlare di giustizia sociale, quando non c’è giustizia per i palestinesi.” 

Purtroppo, si può. 

1. Giustizia sociale? Non proprio. 

Anche se i manifestanti reclamano “giustizia sociale”, quello che stanno realmente chiedendo è “più denaro!” – per quanto penoso possa sembrare. Ciò che veramente gridano è: “Eilà! Che ne dite di  un po’ meno di capitalismo e un briciolo di più di socialismo?” Non scordiamoci di ciò che ha dato il via a queste manifestazioni: Daphne Leef non riusciva a pagare l’affitto e mise su  una pagina Facebook. E' il massimo della finanza a cui si arriva. 

Questa rivoluzione è tutta una questione di denaro. Certo, ci sono anche elementi di “giustizia” (migliore istruzione per tutti, servizi sanitari per tutti, migliore tassazione,  fine del processo di privatizzazione dilagante e altro ancora) – ma il motore del movimento è il fatto che la gente si rende conto che sistema li sta fregando. Dà troppo ai ricchi, e poco a loro. Sono quello che Guy Rolnik di Haaretz chiama “i disconnessi”: 

“Li abbiamo chiamati disconnessi in quanto non hanno avuto mai una qualche possibilità di collegarsi ai nodi del potere e al centro del discorso. La protesta delle tende è la prima volta che molti hanno aperto gli occhi, si sono uniti e hanno deciso di esprimersi. Improvvisamente si sono resi conto che la loro vita – il futuro economico e sociale – è stato oscurata dalla cortina fumogena della sicurezza e dalla disputa tra destra e sinistra, tra religiosi e laici. Si sono resi conto che la storia della “nazione-sul-blocco-di-partenza” dell’elevata tecnologia che produce mobilità sociale e crescita è importante – ma utile solo a un piccolo gruppo.” 

Non potrei essere più orgoglioso quando dico che gli israeliani sono in prima linea in una delle più importanti battaglie che si combatte in tutto il globo terracqueo. E’ la battaglia dei "disconnessi " contro il “capitalismo impazzito”. Cerchiamo di essere chiari – l’occupazione è un crimine, ma il “capitalismo impazzito”, diretto da Wall Street, da mostruose, enormi imprese multinazionali super potenti e da paesi occidentali lo è aqltrettanto: ha causato morte e miseria estrema in così tante nazioni e continenti, che a confronto sembrano minori le morti e le distruzioni provocate dal conflitto israelo/palestinese. 

Mostrami un altro paese che ha fatto scendere in strada il 5% della sua popolazione per questa battaglia. Avanti, fammi vedere. 

Gli israeliani stanno combattendo un dittatore non meno spietato, non meno scaltro di Hosni Mubarak, di Bashar al-Assad e di Muammar Gheddafi. Combattono il sistema silenzioso di un capitalismo senza scrupoli, di un sistema che è tutto numeri, cifre e attività tossiche che ronzano da qualche parte in una sfera irraggiungibile proprio sopra le loro teste. Non lo capiscono perché è troppo complicato. Solo pochi eletti lo comprendono. Non no. Siamo disconnessi. 

2. A Bruxelles! 

Ma noi siamo non solo i “disconnessi”, come ci chiama Rolnik. Siamo pure gli “indignados” di Spagna che, mentre parliamo, sono in marcia verso Bruxelles. Siamo anche i greci che si rivoltano contro i guasti del loro governo. Siamo anche i “teppisti” di Londra – sì, c’è una ragione per cui sono là fuori (non giustifico i disordini, ma  cerca di capire che cosa significano). Sono stati disconnessi da decenni. E siamo gli americani, il cui disgusto verso Wall Street ha mandato Barak Obama alla Casa Bianca; gli strabilianti americani che un anno e mezzo fa si son finalmente levati in piedi a Madison, nel Wisconsin, e sei mesi fa hanno preso possesso della loro capitale. 

E' tutto globale e si diffonde. Riguarda il denaro, la distribuzione della ricchezza, il “capitalismo impazzito”. 

E’ il capitalismo che tutti abbiamo infine cominciato a capire dopo il crollo del 2008. E’ la “consapevolezza economica” che il mondo sta sviluppando, e che cresce molto, molto velocemente in Israele. Qui, un tempo, c'era  un quotidiano finanziario, il Globes, e ora con il The Market e il Calcalist, sono tre. Per non parlare degli innumerevoli spettacoli di economia e di consumatori in prima serata alla televisione. Gli israeliani oggi vedono con molta più facilità dove se ne va tutta questa ricchezza. Guardiamo il cielo per vedere la “economia a cascata”promessa – ma le gocce di pioggia sembrano stare lassù tra le nuvole. 

Come ha detto ieri al Wall Strret Journal il noto economista professor Nouriel Rubini, noto anche come “Dr. Catastrofe”, vi è una linea che collega il tutto: 

“Stiamo assistendo a dimostrazioni di massa in economie sviluppate, come nel caso di Israele, dove un aumento dei prezzi delle case e l’inflazione hanno causato il malcontento nella classe media. Lo stesso accade in Gran Bretagna. Chi è povero e disperato, lì o in Egitto, tende  a prendere parte agli scontri”. 

3. Criticarmi? Per che cosa?!

 Eppure c'è chi ha il coraggio di rimproverarci perché vogliamo una fetta della torta. A chi hadei problemi con alcuni dei manifestanti che continuano a cunsumare drink ai bar e mangiare sushi, che ci rimprovera per l'egoismo  di voler migliorare le nostre condizioni materiali, rispondo: Per favore, non essere così paternalistico. Che cosa vi aspettavate esattamente, dopo averci fatto il lavaggio del cervello per decenni con commedie, soap opera, programmi di cucina, pubblicità, dopo averci insegnato che se avessimo lavorato abbastanza sodo un giorno saremmo diventati ricchi e avremmo abitato in una supervilla in un quartiere residenziale? Che non vogliamo mangiare sushi? Che non dobbiamo desiderare una supervilla? Un attimo, dovremmo ora diventare degli hippy con i capelli  lunghi? Ci statvate solo provocando? Mostrandoci la caramella prima di buttarla via? 

Non mi vergogno a dirlo: voglio più soldi! Ne voglio di più, accidenti! Gli Issac Tshuva(1) ne hanno a sufficienza, i Rupert Murdoch pure, e così tutti gli altri! Voglio più soldi! Non voglio essere ricco sfondato, voglio solo dire “sì” a mio figlio quando mi chiede se può prendere lezioni di piano! Voglio dire al dentista “OK, mettile l’apparecchio”. Perché dovrei pure pensarci su due volte, per gridarlo ad alta voce? 

Non c'entra solo il denaro : si tratta di capire finalmente che ci hanno presi in giro. Quindi c'entra pure la dignità - quella di noi tutti, che siamo stati ingannati  troppo a lungo. 

4. Non per amore di Mordechai 

Così,  risolto ora il primo equivoco, andiamo al cuore della sfuriata – il fraintendere la società israeliana, e perché l’occupazione non deve essere affrontata dal J14. 

Non fraintendetemi – potrebbe finire come effetto di questa rivoluzione, ma come conseguenza. Inshallah! Potrebbe davvero finire perché gli israeliani diranno “più all’istruzione, meno alle colonie, di più alla sanità, meno agli haredi.” Ma non perchè hanno a cuore i palestinesi. O i loro diritti. O la  giustizia. In un certo qual senso, l’occupazione potrebbe terminare, come si dice in Israele “ non per amore di Mordechai, ma per odio di Aman”. In cui Aman è il “Capitalismo impazzito”. 

Sul serio, apri gli occhi. Non finirà perché improvvisamente gli israelianiprendono a cuore i diritti dei palestinesi o pensano che dovremmo parlarne sul Boulevard Rothschild! Ha! Non farmi ridere. Come se potessero curarsi dei palestinesi meno di quanto hanno fatto negli ultimi 45 anni di occupazione. Pensate davvero che agli israeliani, solo perché vanno cantando “giustizia sociale”, improvvisamente ne possa fregare qualcosa? “Ingenuo” è un eufemismo. 

5. J14 come specchio della società israeliana 

Le possibilità che gli israeliani comincino a non infischiarsene dei palestinesi diminuiscono con il passare delle settimane. Dato che le proteste si diffondono sempre più e che vi partecipa una parte crescente della società israeliana, vengono a essere sempre più uno specchio di ciò che questa è oggi  – la società che ha scelto Benjamin Netanyahu come primo ministro, e a cui va bene la Knesset più di destra e razzista nella storia israeliana. Perciò, davvero,quali sono le probabilità che l’occupazione divenga un argomento delle tende di Afula, Bet Shemesh, Kiryat Shmona e Netanya? Zero via zero, amici miei. Uno zero tondo tondo. 

Si deve capire:  non c’è un elefante in salotto. In realtà,  c’è, ma è invisibile, dall'altra parte della barriera, della Linea Verde. Agli israeliani piace così. Non è che si tema di sussurrare il termine “occupazione”. Sanno perfettamente che c'è, e a loro va bene. ( In realtà, se c'è un elefante in salotto è probabilmente Karl Marx; si teme di  ammettere che su molte questioni aveva ragione. Ma non dire che te l'ho deto io….) 

Come ha riferito la settimana scorsa, lo psicologo  politico Daniel Bar, l’occupazione fa arrabbiare gli israeliani: 

“Per anni,  sicurezza e conflitto israelo-palestinese hanno relegato disagio economico e sociale ad un posto secondario. Anche se c’è una connessione molto stretta tra queste due questioni, non sono raccordate nella mente della maggior parte della società ebraica. Non solo non si prova alcuna dissonanza al riguardo, ma  addirittura si si arrabbia quando si collegano le difficoltà personali ai temi della pace e della sicurezza”. 

Quindi, per semplificare il modo in cui funziona un cervello israeliano: J14 = economia, occupazione = sicurezza. Per gli israeliani, la differenza non potrebbe essere maggiore. Si tratta di mele e arance. Non mescolare le due cose. Non si può. E perché dovrebbero? Sarebbe come chiedere ai manifestanti contro la sentenza Roe v. Wade sulla Collina del Campidoglio di affrontare il tema delle guerre in Iraq e in Afghanistan. 

Persino gli arabi che intervenivano alle varie manifestazioni, da quello che ho sentito (forse ne ho persi alcuni), non hanno affrontato direttamente l’occupazione – o addirittura ne hanno taciuto il termine. Piuttosto hanno evidenziato come pure loro sono vittime del capitalismo che per loro è ancor più duro per via delle politiche israeliane, di come viene distribuita la ricchezza. Ma, di nuovo, l’attenzione è sul denaro, su come il sistema frega tutti – allo stesso modo. 

6. Come fai, sbagli

Sono impressionato da queste proteste, che affrontano quella che ai miei occhi è la battaglia più importante che viene combattuta in tutto il mondo. Certo, va bene criticare questa rivoluzione. Ma datele un’opportunità, per l’amor di Cristo. L’accollarsi un demone enorme come il “Capitalismo impazzito” richiederà più di un paio di settimane. Perché continuo ad avere la sensazione, che un sacco di gente non potrà mai dare agli israeliani il credito che dovrebbero meritare? -E' un portare agli estremi  il “come fai, sbagli”. 

Oltre alla lotta mondiale, gli israeliani – ebrei e arabi insieme – ora sono nel mezzo di una delle battaglie più difficili che siano mai state combattute qui, in Israele: quella di premere perché tali difficoltà economiche e sociali siano messe al primo posto nel discorso politico israeliano - e la sicurezza al secondo. Non vedo l’ora di arrivare al giorno in cui Israele risulterà un paese “normale” in cui destra e sinistra sono divisi su questioni socio-economiche e non per ridicole affermazioni relative a chi possiede un centimetro di terra. Non vedo l’ora che giunga il giorno in cui ci si preoccupa più dei soldi che dei luoghi sacri. 

Mi dispiace, perciò, se non stiamo parlando di occupazione: è un crimine orribile; che sta trasformando Israele in uno stato di apartheid. 

Ed è un peccato che la maggior parte degli israeliani non combatta contemporaneamente le due battaglie. E’ una vergogna che la maggior parte di noi ne abbia scelto una sola. 

Ma spero che quella scelta ora dagli israeliani alla fine possa  anche far vincere la "battaglia non combattuta"”,  soffocando l’occupazione con il privarla dei fondi. 

E, soprattutto, sono molto orgoglioso del fatto che noi israeliani abbiamoil coraggio di sollevarci e di prendere parte a una delle più grandi battagliein corso. 

(1) - Issac Tshuva , magnate israeliano del gas

(tradotto da mariano mingarelli)