MARX VENTUNO
N.3 – 4 2001 – ANNO XIX
Palestina: situazione bloccata
di Michele Giorgio
Due mesi dopo la firma delle intese del Cairo, Hamas e Fatah sono fermi allo stesso punto, mentre un intero popolo chiede l’unità nazionale e una piattaforma politica per tutti i palestinesi.
Washington non andrà mai contro Tel Aviv quando Israele lancia l’allarme su un presunto pericolo per la sua esistenza posto dalla presenza di Hamas in un esecutivo palestinese.

“Ci attendevamo oggi un giorno diverso, storico, per il quadro politico interno palestinese [...] oggi il presidente Mahmud Abbas (Abu Mazen) avrebbe dovuto incontrare il leader del politburo di Hamas Khaled Meshaal e proclamare la formazione di un governo di unità nazionale. Ma questo incontro non c’è stato. E l’annuncio del rinvio del meeting è stato accompagnato da scambi di accuse tra le due parti”.
Con queste parole, colme di amarezza, cominciava lo scorso 21 giugno l’editoriale apparso su al Quds, il più diffuso dei quotidiani pubblicati nei Territori occupati palestinesi. Frasi che ben sintetizzano la delusione di tutti i palestinesi che a fine aprile avevano festeggiato l’annuncio a sorpresa che, grazie alla mediazione del nuovo governo egiziano (post-Mubarak), Fatah, il partito del presidente Abu Mazen, e Hamas avrebbero firmato il 4 maggio al Cairo uno storico accordo di riconciliazione, mettendo fine a quattro anni di tensioni e scontri seguiti alla presa di potere da parte del movimento islamico nella Striscia di Gaza. In quei giorni di festa un po’ tutti avevano fatto riferimento agli effetti positivi sui palestinesi della “primavera araba” e attribuito il merito principale dell’intesa Fatah-Hamas alla campagna “15 marzo” per la “riconciliazione nazionale” avviata nei Territori occupati da giovani attivisti ispirati dai loro coetanei egiziani protagonisti della rivolta di Piazza Tahrir.
Le ragioni della paralisi
Tuttavia, nubi nere si sono addensate subito sulla riconciliazione Fatah-Hamas, rendendo inapplicabili i principi dell’accordo sottoscritto da Abu Mazen e Meshaal. Qualche giorno fa un altro quotidiano di proprietà palestinese, Al-Quds al-Arabi, edito a Londra, ha riferito che Egitto e Turchia hanno avviato un tentativo congiunto per ridurre le differenze tra Fatah e Hamas, e per trovare un compromesso praticabile tra la posizione di Abu Mazen, che intende riconfermare l’attuale primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) in Cisgiordania Salam Fayyad e quella di Hamas, che nel futuro esecutivo vuole solo nomi nuovi.
Ma è fuorviante circoscrivere alla nomina del primo ministro il problema che, almeno sino ad oggi, ha impedito l’applicazione dell’accordo del 4 maggio. Ben più profonde sono le ragioni della paralisi che vanno dalle pressioni internazionali (in particolare quelle di Barack Obama) ai ricatti economici all’Anp, dall’intransigenza di Hamas nel voler conservare il controllo di Gaza all’incapacità dei vertici di Fatah di accettare la condizione di “partito non di maggioranza”, quindi non egemone, nella rinnovata Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) che sarebbe dovuta nascere dalle intese del Cairo.
I sei punti dell'accordo di riconciliazione
L'accordo di riconciliazione impegna le due maggiori fazioni palestinesi a una serie di passi che si condensano in sei punti principali:
1) Formazione di un governo provvisorio formato da personalità indipendenti che avrà il compito di preparare, entro un anno, le elezioni presidenziali, legislative e per il Consiglio Nazionale Palestinese dell’Olp (organo che rappresenta i palestinesi della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e della Diaspora), nonché di attuare i piani di ricostruzione di Gaza, risolvere i problemi interni e amministrativi causati dalla scissione palestinese, unificare le istituzioni dell'Anp in Cisgiordania e quelle di Hamas a Gaza.
2) Costituzione di una Commissione elettorale centrale formata da persone designate dalle due fazioni.
3) Costituzione consensuale di un Consiglio Supremo per la Sicurezza, formato da ''professionisti'', con l'intento di preparare una riforma che riunifichi e integri i servizi di sicurezza gestiti separatamente dalle fazioni rivali (fino alle elezioni, comunque, le questioni concernenti la sicurezza resteranno nelle mani di Hamas a Gaza e dell'Anp in Cisgiordania.
4) Costituzione di una commissione per una ristrutturazione dell'Olp, al fine di includervi anche Hamas (capo della commissione sarà Abu Mazen).
5) Liberazione di tutti i detenuti politici nelle mani delle due parti rivali con una commissione che esaminerà le liste dei detenuti e verificherà caso per caso le ragioni della loro detenzione.
6) Riconvocazione del Consiglio Legislativo (il Parlamento dell'Anp) che non si è più riunito dal giugno del 2007.
L'accordo prevede inoltre che la conduzione dei negoziati di pace con Israele sarà esclusivamente del presidente Abu Mazen.
I nodi controversi
A prima vista il nodo dei negoziati con Israele potrebbe apparire il più ostico, considerando l’opposizione di Hamas al riconoscimento dello Stato ebraico. Al contrario, è la questione meno rilevante. Meshaal al Cairo aveva fatto capire in modo sufficientemente chiaro che la sua organizzazione riconosce uno Stato palestinese nei confini del 1967, quindi accanto a Israele. Certo, non è la soluzione definitiva alla quale aspira Hamas (che per ideologia e credo religioso punta alla “liberazione” di tutta la Palestina storica), ma gli islamisti negli anni passati hanno detto in più di un’occasione che rispetteranno l’eventuale approvazione da parte della maggioranza dei palestinesi (anche nella Diaspora) di un compromesso territoriale con Israele. Per Hamas Abu Mazen può andare avanti con il negoziato anche perchè, ripetono i leader del movimento islamico, è destinato a fallire a causa dell’intransigenza di Israele.
Gli Usa non andranno mai contro Israele
Piuttosto il primo e fondamentale punto critico dell’intesa del 4 maggio è la cronica debolezza di Abu Mazen, incapace di opporre una posizione sufficientemente ferma di fronte alle imposizioni di Stati Uniti ed Europa, oltre che degli occupanti israeliani. Il presidente palestinese non ha assorbito il duro colpo ricevuto a fine maggio quando in due occasioni Barack Obama, prima al Dipartimento di Stato e poi di fronte alla conferenza annuale della lobby filo-Israele AIPAC, ha bocciato categoricamente l’idea di una proclamazione unilaterale dell’indipendenza palestinese alle Nazioni Unite (a settembre) e descritto addirittura come un “ostacolo alla pace” un esecutivo Fatah-Hamas. È stato un brusco risveglio per il presidente dell’Anp e dell’Olp che, senza alcun motivo concreto, credeva che l’amministrazione statunitense avrebbe sposato le ragioni e le aspirazioni palestinesi. Le amministrazioni Usa, democratiche e repubblicane, passano ma la politica degli Stati Uniti in Medio Oriente continua deciderla sempre Israele anche se ora alla Casa Bianca c’è un presidente nero che aveva vanamente alimentato speranze ben diverse.
“Abu Mazen – spiega l’analista Mouin Rabbani – credeva di cavarsela annunciando la nascita di un governo tecnico, mentre la questione centrale è un’altra: Washington non andrà mai nella direzione opposta a quella di Tel Aviv quando Israele lancia l’allarme su un presunto pericolo per la sua esistenza, posto dalla presenza di Hamas in un esecutivo palestinese. Gli Usa probabilmente sanno che questa intransigenza va superata ma non andranno mai contro Israele”.
L’ambigua posizione della Ue
Più aperta ma solo in apparenza è stata la posizione europea. Il 5 maggio l'Alto rappresentante per la politica estera della Ue, Catherine Ashton, attraverso la sua portavoce aveva giudicato una “opportunità” l'accordo di riconciliazione fra Fatah e Hamas e le altre undici fazioni palestinesi. E aveva affermato che “L’Ue studierà i dettagli dell'accordo e prevede di assumere una posizione alla prossima riunione dei ministri degli esteri”. Toni morbidi che avevano tranquillizzato Abu Mazen. Ma quando Obama ha “dettato” la linea occidentale, appiattendola ancora una volta sulle posizioni di Israele, l’Ue è stata veloce ad ingranare la retromarcia e nel far sapere all’Anp che il suo generoso e vitale contributo economico annuale all’Anp cesserà o diminuirà drasticamente di fronte ad un governo palestinese che non accetterà apertamente i principi dettati dal Quartetto: riconoscimento di Israele e degli accordi sottoscritti in passato e la fine proclamata della lotta armata (termini accettabili da Hamas di fatto, ma non ufficialmente).
Fayyad troppo vicino agli Usa e ai servizi israeliani
La paralisi intorno al nome del primo ministro è perciò diventata l’alibi di Abu Mazen per evitare o rinviare il più possibile, in attesa di “tempi migliori”, la realizzazione dell’accordo di riconciliazione. Affermare da parte di Abu Mazen che Fayyad – sgradito ad Hamas perché troppo vicino agli Usa e perché fautore della collaborazione attiva con i servizi di sicurezza di Israele contro gli attivisti islamici (veri e presunti) – con il suo passato di ex funzionario del Fondo monetario internazionale, per la sua politica di riforme economiche e i successi nel contenimento dei fenomeni di corruzione, continua ad essere il miglior premier palestinese è ingannevole. Stati Uniti e Ue chiederanno comunque a qualsiasi governo dell’Anp di garantire prima di tutto la sicurezza di Israele. Insistere su Fayyad serve solo ad impedire la formazione del nuovo esecutivo, visto che Hamas pare disposto a valutare la candidatura di altre personalità con caratteristiche professionali simili al primo ministro dell’Anp in carica, a partire da quella di Muhammed Mustafa, presidente del Fondo Palestinese di Investimento.
Le divisioni interne a Hamas
Allo stesso tempo non si può sottovalutare l’atteggiamento di Hamas arrivato all’intesa con Fatah profondamente spaccato tra la direzione politica e l’ala militare, nonostante la tanto decantata disciplina del movimento. Non è un mistero che la scelta “moderata” di Meshaal sia stata accolta con favore da una buona parte della leadership politica di Hamas ed abbia però generato forte rabbia tra i comandanti delle forze di sicurezza. Si racconta a Gaza city della furia con la quale Ahmed Jaabari, capo dei reparti di massima sicurezza di Hamas e uno dei protagonisti della “presa di Gaza”, si precipitò nell’ufficio del premier islamico Ismail Haniyeh per proclamare urlando la sua totale contrarietà all’accordo raggiunto da Meshaal con Fatah e Abu Mazen. Dopo quattro anni di controllo totale su Gaza, l’ala militare di Hamas non è disposta a fare compromessi sulla sicurezza di quel territorio che ormai considera “suo”. Non è ininfluente anche la considerazione di Gaza come un “emirato islamico” non dichiarato, in buona parte della base del movimento islamico palestinese. Una situazione sul terreno che riduce i margini di manovra della leadership politica.
Così due mesi dopo la firma delle intese del Cairo, Hamas e Fatah sono fermi allo stesso punto, mentre un intero popolo chiede l’unità nazionale e una piattaforma politica per tutti i palestinesi.