Palestina: Perchè il 5 giugno è importante

Alternativenews.org (AIC)
31.05.2011

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Perché il 5 giugno è importante?

di Joe Catron 

Il 5 giugno, anche se non sarà decisivo per l’esito del movimento palestinese per il diritto al ritorno, condizionerà però il prossimo capitolo nella saga palestinese. Il 15 maggio è stato un momento isolato o il precursore di una prolungata e sistematica futura lotta, una terza Intifada che impegnerà Israele contemporaneamente dal di dentro, su tutti i confini, e nel resto del mondo? 
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                                            Il 15 maggio, migliaia di palestinesi marciano verso il valico di Erez, a Beit Hannoun, Gaza 

 

 

Sono rimasto a bocca aperta quando il primo proiettile ha colpito un giovane in piedi a pochi passi avanti a me. Guardandolo accasciarsi a terra, ho respirato a fatica e ho lottato contro l’istinto naturale di fuggire. "Allahu Akbar!", ha urlato la folla intorno a me. "Yalla, Shebab!" Una mezza dozzina di altri uomini - nessuno dei quali poteva avere più di vent'anni, sembrando la maggior parte molto più giovane - si è precipitata in avanti, per recuperare il loro compatriota caduto e portarlo rapidamente verso un'ambulanza in attesa. Una sottile scia di sangue ha segnato il loro percorso, ed è terminata in una piccola pozza scura, dove è caduta la prima delle molte vittime da arma da fuoco del giorno.

  

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                          Palestinesi che trasportano coloro che sono stati feriti dalle pallottole israeliane il 15 maggio a Gaza 

Migliaia di profughi e di altri palestinesi si erano radunati nel nord della Striscia di Gaza, al valico di Erez. Una imponente e massiccia struttura militare fatta di barriere di cemento e torrette con mitragliatrici: il muro di confine che separa i residenti della Striscia di Gaza dal 78% della Palestina occupata dallo Stato di Israele nel 1948. Ai due terzi degli abitanti di Gaza, costituiti da profughi, è vietato persino il ritorno nelle case da cui , in quello stesso anno erano stati espulsi con la forza, insieme alle loro famiglie. I palestinesi in tutto il mondo ogni 15 maggio ricordano questa Nakba, o catastrofe, con incontri e manifestazioni, ripromettendosi, un giorno, di ritornare. 

Ma quest'anno sarebbe stato diverso. Incoraggiati dalle insurrezioni popolari contro le dittature in tutta la regione araba, i palestinesi sarebbero risoluti a commemorare il 63° anniversario della pulizia etnica di 711.000 persone dal loro paese facendo la storia, invece di ricordarla. 

La mattina del 15 maggio, il giorno della Nakba, decine di migliaia di palestinesi si sono raccolti ai confini di Israele e dei territori occupati, decisi a marciare in direzione delle case e della patria loro negata da generazioni. A Beit Hanoun, per la presenza di una folla enorme hanno camminato dagli autobus, costretti a fermarsi a chilometri dall'incrocio. Molti sono rimasti al posto di blocco che precede l'incrocio. Altri si sono spinti in avanti, gli occhi fissi sul cancello lontano. 

La risposta israeliana è arrivata rapidamente. Proiettile dopo proiettile sono penetrati nella folla dei manifestanti disarmati, ognuno trovando il proprio obiettivo. Colpi di artiglieria hanno colpito le dune di sabbia intorno a noi e, dopo diverse ore, i lacrimogeni hanno sibilato attraverso l'aria. 

Oltre un centinaio di persone sono state ricoverate con ferite gravi mentre, altrove lungo il confine, un ragazzo di 17 anni è stato ucciso dal fuoco dell’artiglieria. Il resto di noi è fuggito per i gas lacrimogeni, ferito dall’esplodere del cemento e delle granate, e con macchie di sangue che colano da arti, da corpi e da volti squarciati tutt’attorno. 

Eppure i manifestanti continuavano ad arrivare. Dopo ogni ritirata dovuta ai gas, alle armi da fuoco, o ai botti fragorosi dell'artiglieria, c'era un'altra ondata. Solo quando la brutalità assoluta delle forze israeliane ebbe ridotto sufficientemente il numero di coloro che erano in grado di far pressione in avanti, la forza della folla ha cominciato ad attenuarsi. 

E in qualche modo, nell'atmosfera generale è rimasta una gioia contenuta, ma tangibile. Il segno della vittoria era ovunque, e i sorrisi erano frequenti non solo in coloro che correvano per trasportare i manifestanti feriti per le cure mediche del caso, ma anche nei giovani uomini e donne che questi trasportavano. Tutti sembravano intuire che stavano facendo qualcosa di storico, che stavano chiudendo un capitolo della lunga e dolorosa lotta palestinese per la libertà per aprirne un altro che forniva una maggiore speranza per un lieto fine. 

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Altrove, la violenza inflitta ai manifestanti pacifici è stata anche peggiore. Al confine tra la Siria e le alture del Golan occupato, il fuoco israeliano ha fatto quattro morti, mentre, in Libano, dieci hanno subito la stessa sorte. Centinaia, se non migliaia, sono stati gravemente feriti. 

Ma, come nel caso dei profughi di Beit Hanoun, anche quelli provenienti dal Libano e dalla Siria si sono rifiutati di farsi dissuadere dalla repressione militare. Decine di questi ultimi hanno attraversato le barriere israeliane, e hanno trascorso delle ore nei villaggi delle alture del Golan occupate che li avevano accolti, prima di abbandonarli sotto la protezione dei loro ospiti siriani. Uno, Hassan Hijazi, ha fatto tutto il cammino verso la casa di Jaffa da cui la sua famiglia era stata cacciata nel 1948. Prima di arrendersi alla polizia israeliana, il ventottenne ha detto ai giornalisti, "Non ho avuto paura e non ho paura. Sull’autobus per Jaffa, mi sono seduto accanto a soldati israeliani. Mi sono reso conto che avevano più paura di quanta ne avessi io." 

Neanche i sette milioni di altri rifugiati palestinesi come Hijazi hanno paura. Domenica, 5 giugno, ritorneranno ai confini creati per escluderli, e forse li oltrepasseranno. Come il 63° giorno della Nakba, la 44° ricorrenza della Naksa, la ricaduta - l'occupazione israeliana della Striscia di Gaza e della West Bank del 1967, e la conseguente espulsione di altri 300.000 profughi - promette una commemorazione, come mai successo prima. 

Il 5 giugno, non sarà decisivo per l’esito del movimento palestinese per il diritto al ritorno. Tale risultato è stato già determinato da decenni di lotta popolare delle organizzazioni di base che è culminata con la storica mobilitazione del 15 maggio. Il suo carattere definitivo si intravede nelle rimostranze riportate sui media occidentali come la Reuters, secondo le quali "i palestinesi che domenica si sono aperti un varco attraverso la frontiera di Israele hanno riportato indietro l'orologio del conflitto in Medio Oriente, mettendo al centro la questione dei profughi che molti avevano creduto che i negoziati avrebbero eliminato”, e viene confermato dalla balbettante insistenza di sionisti come Benjamin Netanyahu secondo il quale "non si verificherà. Tutti sanno che non succederà." 

All’improvviso, questi si sono trovati costretti a difendere non solo gli eccessi brutali del loro sistema, ma l’assoluto razzismo della pulizia etnica, l'esclusione e l'apartheid su cui si basa la sua esistenza, li ha posti in una situazione scomoda e senza precedenti. Non hanno ragione di aspettarsi che diventi più facile nei prossimi mesi, in quanto nuove ondate di profughi che ritornano sospingeranno la loro lotta per la giustizia più vicino al centro dell'attenzione mondiale. 

Ma il 5 giugno darà forma all’abbozzo di questo prossimo capitolo della saga palestinese: la sua intensità, la sua lunghezza, e ciò che ne consegue. Il 15 maggio è stato un momento isolato, o uno forse adatto per un’ occasionale ripetizione? Oppure è stato il precursore di una consequenziale futura lotta, di una terza Intifada che impegnerà Israele contemporaneamente dall’interno, su ogni confine, e in tutto il mondo? 

I palestinesi hanno ampiamente dimostrato la loro capacità di resistere all'occupazione nel lungo periodo, mentre la rete di solidarietà globale che li sostiene ha reagito ad atrocità come la strage di 1.400 palestinesi durante l'Operazione Piombo Fuso e dei nove passeggeri sulla prima Freedom Flotilla. Se questi due movimenti ora sono in grado di organizzarsi e mobilitarsi più efficacemente, cogliendo l'opportunità unica di prendere l'offensiva e mantenerla, la lotta per la libertà palestinese potrebbe rivelarsi più rapida e più decisiva di quanto molti di noi avevano osato sperare. 

Joe Patron risiede a Brooklin , New York; attualmente è un attivista di International Solidarity Movement a Gaza 

(tradotto da barbara gagliardi)