Alternativenews.org
25.05.2011
La dimensione culturale del diritto al ritorno
di Marta Fortunato

Il 15 maggio, in occasione del 63° anniversario della Nakba, migliaia di rifugiati palestinesi hanno cercato di varcare le frontiere del Libano e della Siria per entrare in Palestina.
Si è trattato principalmente di giovani, nipoti o pronipoti dei profughi del 1948, una generazione che, anche se non ha mai visto coi propri occhi la Palestina, ha dimostrato di essere pronta a tutto, persino a morire. Quattordici di loro sono stati uccisi dai proiettili dell'esercito israeliano.
Cosa ha spinto migliaia di giovani, nati e cresciuti da rifugiati fuori dalla Palestina, a compiere un atto simile? Cosa significa vivere in esilio, essere rifugiati palestinesi? Che significato ha assunto il diritto al ritorno per i palestinesi all'interno e all'esterno della Palestina?
Il diritto al ritorno non è una questione che riguarda solo i rifugiati palestinesi, ma è qualcosa di più vasto, è una questione palestinese, umana, globale. Ogni giorno in Palestina ci sono nuovi profughi, nuovi palestinesi che vengono scacciati dalle loro case, dai loro villaggi a causa della costruzione del muro dell'Apartheid e dell'avanzamento delle colonie. Ed è una questione umana ed internazionale perché i palestinesi sono la popolazione con il maggior numero di rifugiati, 7.5 milioni in tutto il mondo.
Il politologo Nassar Ibrahim, direttore dell'Alternative Information Center, prende le distanze da analisi politiche che partono dall'assioma dell'implementazione del diritto internazionale: egli ritiene che sia possibile avvicinarsi al concetto di diritto al ritorno attraverso da un'analisi sociale e culturale, partendo dal cambiamento che è avvenuto nel modo di vivere e di relazionarsi dei palestinesi prima e dopo la Nakba.
Durante la prima metà del XX secolo, la Palestina era una regione sviluppata economicamente, in particolare dal punto di vista agricolo. Una moderna rete di trasporti la collegava ai paesi vicini rendendola un'importante snodo commerciale. Cuore pulsante del paese era la realtà del villaggio. Gli abitanti avevano sviluppato un legame speciale con la terra, poiché essa rappresentava la principale fonte di vita e di sostentamento.
L'unità socio-economica di base era costituita dalla famiglia allargata. La famiglia tradizionale palestinese nei villaggi consisteva infatti di tre o quattro generazioni e i parenti più stretti, i quali vivevano nella stessa casa e si dividevano i principali doveri domestici e le responsabilità economiche. All'interno di questo nucleo vi era una gerarchia sociale in cui l'autorità spettava al padre che sosteneva economicamente la famiglia, mentre la madre era la maggior responsabile dei figli. Caratteristica fondamentale della famiglia allargata era l'interdipendenza dei suoi membri e la protezione sociale di cui godevano: tutto avveniva all'interno di questa istituzione, dall'educazione dei figli alla protezione sanitaria.
Anche all'interno del villaggio le relazioni erano basate sulla fiducia e sulla cooperazione tra gli abitanti, e il villaggio costituiva una realtà socio-economica compatta.
Nel 1948, con l'espulsione forzata dalla Palestina di oltre 750.000 palestinesi da parte dell'esercito israeliano, questi solidi legami di fiducia e cooperazione sono stati distrutti ed intere famiglie sono state separate e divise. Migliaia di palestinesi sono stati costretti a fuggire nei paesi vicini, soprattutto in Libano, Giordania e Siria, abbandonando le loro case e la loro terra.
I palestinesi si sono così ritrovati in una realtà completamente diversa e nuova, a vivere da rifugiati in campi profughi dove i legami sociali e famigliari non esistevano più, in cui gli spazi fisici e psicologici erano diversi. Il sistema della famiglia allargata è stato spezzato, non c'era più spazio per accogliere i nuovi membri, che in questo modo erano meno dipendenti e legati alla famiglia. Nello stesso tempo anche la struttura gerarchica all'interno della famiglia è stata modificata: le donne nel campo profughi dovevano essere donne forti poiché si trovavano nelle stesse condizioni degli uomini; tutti assieme, mariti, mogli, figli e figlie dovevano unire gli sforzi per sopravvivere.
Anche la percezione dello spazio è stata modificata: nei campi tutto era in comune, lo spazio non era più privato ma sociale. Secondo le parole di una ragazza palestinese che viveva in un campo della Siria, “La nostra finestra nel campo era anche la finestra del vicino”. Lo spazio era delimitato, aveva confini precisi, non era come nel villaggio in cui le terre circostanti non avevano confini, in cui ognuno riusciva a trovare un proprio spazio senza invadere quello dell'altro. A partire dal 1948 inizia quello che Kanafani definisce “il tempo degli scontri”, una fase in assieme allo spazio si annullano anche i legami sociali esistenti prima della Nakba, che ponevano ogni singolo palestinese in un determinato ruolo sociale all'interno di una determinata società.
Come la vita da rifugiati ha condizionato il comportamento dei palestinesi?
Prima di visitare la Palestina abbiamo conosciuto questa terra attraverso gli occhi e i racconti dei rifugiati nei campi profughi di Siria e Libano: la Palestina per loro rappresenta una terra che amano e sognano, una sorta di paradiso dal quale sono stati scacciati e verso dove desiderano tornare.
Il campo di Yarmouk, a Damasco, è una realtà completamente separata e diversa da quella siriana, sembra di entrare in un limbo, in un luogo di attesa di ascendere al Paradiso. I nostri amici sono giovani, sono i nipoti dei profughi del 1948, non hanno mai visto la Palestina se non attraverso foto, filmati, racconti di amici. Null'altro. Forse non sanno nemmeno che i loro villaggi di origine ora sono stati distrutti, che al posto delle loro case sorgono città israeliane. Nessuno parla di occupazione, dei quotidiani episodi di violenza ed umiliazione di cui sono vittima i palestinesi poco più a sud.
“Quando arrivi in Palestina bacia la terra. Fallo per me” ci ha detto 'Ali, un ragazzo del campo profughi di Nahr al-Bared (Libano) quando gli abbiamo detto che saremmo andati in Palestina. “Se morirò in questo campo, voglio che le mie ceneri vengano portate verso la terra che amo, verso la mia terra”. Nahr al Bared è un luogo non luogo al tempo stesso. Luogo fisico e geografico dove quotidianamente si cerca di ricominciare a vivere, ma soprattutto non luogo, distante dalla realtà libanese e ancor di più da quella palestinese.
All'interno della Palestina la realtà è diversa: ogni giorno si resiste contro l'occupazione, contro l'esercito israeliano, contro l'avanzamento del muro dell'Apartheid. La Palestina non è la terra paradisiaca che i rifugiati immaginano e sognano, ma un luogo di quotidiano conflitto, di oppressione. C'è maggiore attenzione per i particolari, per ogni singola realtà, si resiste per ogni centimetro di terra. I palestinesi in questa terra hanno una maggior coscienza politica, sono nati e cresciuti sotto occupazione, sono stati arrestati, picchiati o maltrattati dall'esercito israeliano, e sono testimoni di continue violazioni dei diritti umani e di umiliazioni fisiche e psicologiche.
Per i rifugiati all'esterno della Palestina, la patria ha assunto un significato diverso, più elevato, è diventato un modello, un'idea.
“Cos'è la patria?” si domanda Kanafani nel suo libro Ritorno ad Haifa. “E' la casa che abbiamo abbandonato? L'albero di ulivo che ci è stato sottratto?”. Niente di tutto questo: è un'idea, è qualcosa di sacro, è un sogno, una questione per la quale lottare e morire.
Com'è avvenuto il 15 maggio, quando quattordici persone sono state uccise ai confini con Libano e Siria. “Ci hanno sparato proiettili veri” racconta Mohammad, un ragazzo di 21 anni di Yarmuk, “tre martiri abitavano nel mio campo profughi”.
Questi ragazzi sono morti mentre inseguivano un sogno, un'idea di Palestina che esiste solo nelle loro menti, che non ha nessun legame con un ricordo del passato.
Per i più anziani, profughi del 1948, la Palestina è diventata la terra idilliaca che hanno perduto, dove le relazioni familiari e sociali erano molto forti e la cooperazione tra gli abitanti del villaggio rappresentava la forza sociale ed economica.
La Palestina assume le sembianze di una donna perfetta, di una madre dalla quale si è stati separati e verso la quale si desidera tornare: Ho nostalgia del pane di mio madre, del caffè di mia madre, della carezza di mia madre (Darwish, A mia madre).
Il ritorno non è più qualcosa di materiale ma diventa un'idea astratta, l'idea di Palestina che è sempre stata immaginata. La chiave stessa, che molti bambini hanno innalzato durante le commemorazioni per la Nakba come simbolo dello stato di rifugiati, non è più il mezzo per entrare nella vecchia casa ma è diventata un'immagine sacra, santa, una reliquia da conservare ed adorare.
Il concetto di presente e passato si rovescia: presente è quello che non esiste più, che non è mai davvero esistito se non per i più anziani, il presente è la Palestina, la speranza nel diritto al ritorno.
“Pensavo che la casa fosse più bella della strada per raggiungerla, invece è esattamente il contrario” (Darwish). Ormai la maggior parte dei rifugiati non ha una casa da ricordare, una chiave da conservare, ma la Palestina è solo frutto di fantasia, è un'idea proiettata verso il futuro, che ha perso qualsiasi legame con la realtà. E in questo contesto il ritorno viene inteso come la strada per tornare in Palestina ha assunto un valore sacro.
Così il diritto al ritorno si trasforma da questione politica a questione sociale e culturale. E' un'idea, un sogno, un oggetto sacro. Ed è proprio per questo che i palestinesi non rinunceranno mai a questo diritto.