Gli USA e i loro alleati fanno di tutto per impedire la democrazia

 Znetitaly.altervista.net
12.05.2011
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Gli USA e i loro alleati faranno di tutto per impedire la democrazia  

Source: Democray Now!

 di  Noam Chomsky e Amy Goodman  

AMY GOODMAN: Volge ora il venticinquesimo anniversario di FAIR, Fairness and Accuracy in Reporting [Equità e accuratezza nel giornalismo], il gruppo di osservazione dei media di New York che ha appena celebrato i venticinque anni dei rapporti che è andato diffondendo, documentando i pregiudizi e le censure sui media e vagliando le pratiche dei media che emarginano le posizioni di interesse pubblico, di minoranza e dissenzienti. Uno di coloro che hanno parlato alle centinaia di persone riunite per festeggiare FAIR è stato il dissidente politico e linguista di fama mondiale Noam Chomsky. Quella che segue è una parte di quel che ha avuto da dire.

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NOAM CHOMSKY: Gli Stati Uniti e i loro alleati faranno tutto il possibile per impedire una democrazia autentica nel mondo arabo. La ragione è semplicissima. Nella regione una schiacciante maggioranza della popolazione considera gli Stati Uniti come la principale minaccia ai suoi interessi. Di fatto l’opposizione alla politica USA è così alta che una considerevole maggioranza ritiene che la regione sarebbe più sicura se l’Iran disponesse di armi nucleari. In Egitto, il paese più importante, è l’80 per cento. Percentuali simili altrove. Nella regione ci sono alcuni che considerano l’Iran una minaccia: circa il 10 per cento. Beh, chiaramente gli Stati Uniti e i loro alleati non vorranno governi che corrispondano alla volontà dei loro popoli. Se ciò accadesse, non solo gli Stati Uniti non controllerebbero la regione, ma ne sarebbero cacciati fuori. Dunque ciò è ovviamente un insulto intollerabile. 

Nel caso di WikiLeaks c’è un interessante digressione al riguardo.  Le rivelazioni di WikiLeaks che hanno ottenuto la massima pubblicità – titoli, commenti euforici, ecc. – sono state quelle relative al sostegno degli arabi alla politica USA nei confronti dell’Iran. Citavano commenti di dittatori arabi. Sì, dichiaravano di appoggiare la politica statunitense nei confronti dell’Iran.  Non c’era alcuna menzione degli arabi, della popolazione araba, perché non conta.  Se i dittatori ci appoggiano e la popolazione è sotto controllo, dov’è il problema? Questo è imperialismo. Ma se funziona, dove sta il problema? Fino a quando sono in grado di controllare la popolazione, benissimo. Possono avere delle campagne di odio: i nostri amici dittatori le terranno sotto controllo.  Questa è la reazione non solo del corpo diplomatico del Dipartimento di Stato o dei media che ne hanno parlato, bensì della comunità intellettuale in generale.  Non ci sono commenti al riguardo. Di fatto la copertura di questi sondaggi è esattamente pari a zero negli Stati Uniti, letteralmente.  Ci sono alcuni commenti in Inghilterra, ma pochissimi. Semplicemente non importa quel che il popolo pensa, fintanto che è sotto controllo. 

Bene, da queste osservazioni si può concludere piuttosto rapidamente, piuttosto agevolmente, quali saranno le politiche.  Le si potrebbero quasi sillabare.  Così, nel caso di un paese ricco di petrolio con un dittatore affidabile, obbediente, vengono lasciate le redini sciolte.  L’Arabia Saudita è il più importante. Ci sono stati – è il più repressivo, estremista, forte centro del fondamentalismo islamico – missionari che hanno diffuso l’islamismo ultraradicale dei jihadisti e così via. Ma è un paese obbediente, affidabile e dunque può far quel che gli pare.  Era stata pianificata una protesta in Arabia Saudita. La presenza della polizia è stata così schiacciante e intimidatoria che nessuno, letteralmente, è stato disposto a dimostrare nelle strade di Riyadh. Ma è andato bene così. Lo stesso in Kuwait. C’è stata una piccola dimostrazione, repressa molto rapidamente, nessun commento. 

In realtà il caso più interessante sotto molti aspetti è il Bahrein. Il Bahrein è molto importante per due motivi. Un motivo, che è stato riferito, è che è la base portuale della Quinta Flotta statunitense, la principale forza militare delle regione. Un altro, e più fondamentale, motivo è che il Bahrein è per circa il 70 per cento sciita e si trova propria al di là della strada, rispetto all’Arabia Saudita orientale, che anch’essa è a maggioranza sciita e capita che quella sia la regione dove si trova la maggior parte del petrolio saudita. L’Arabia Saudita, ovviamente, è la maggiore risorsa energetica; lo è dagli anni ’40.  Per un curioso caso della storia e della geografia, le maggiori risorse energetiche mondiali si trovano per lo più in regioni sciite. Sono una minoranza in Medio Oriente, ma capita che siano dove sta il petrolio, proprio attorno alla parte settentrionale del Golfo.  Si tratta dell’Arabia Saudita orientale, dell’Iraq del sud e dell’Iran sud-occidentale. E per lungo tempo c’è stata la preoccupazione, tra i pianificatori, che potesse essere una svolta in direzione di una qualche tacita alleanza in queste regioni sciite che si muovessero verso l’indipendenza e controllassero il grosso del petrolio mondiale. La cosa è ovviamente intollerabile. 

Così, tornando al Bahrein, c’è stata una rivolta, una tendopoli nella piazza centrale, come a Tahrir Square. Le forze militari dirette dai sauditi hanno invaso  il Bahrein, dando alle forze di polizia del paese la possibilità di reprimerla violentemente, di distruggere l’attendamento e distruggere anche la Perla, che è il simbolo del Bahrein; hanno invaso i principali complessi ospedalieri, gettato fuori i pazienti e i medici; hanno arrestato costantemente, ogni giorno, attivisti per i diritti umani, li hanno torturati, occasionalmente una specie di botta sul petto, ma non granché. E’ proprio il principio di Carothers.  Se le azioni corrispondono ai nostri obiettivi economici e strategici, tutto va bene. Possiamo avere della retorica elegante, ma quel che conta sono i fatti. 

Bene, quelli sono i dittatori ricchi di petrolio obbedienti. E quanto all’Egitto, paese molto importante ma non un centro … non un centro principale della produzione di petrolio? Beh, in Egitto e in Tunisia e in  altri paesi di quella categoria c’è una strategia di gioco che viene utilizzata di routine, così comunemente che bisogna essere virtualmente dei geni per non percepirla.  Ma quando si ha un dittatore preferito …  – quelli di voi che possono pensare di dedicarsi alla carriera diplomatica dovrebbero apprenderlo – quando c’è un dittatore preferito e finisce nei guai, lo si sostenga il più a lungo possibile, pieno sostegno il più a lungo possibile. Quando diventa impossibile sostenerlo – come, ad esempio, quando forse l’esercito gli si rivolta contro o la classe imprenditoriale gli si rivolta contro – allora lo si mandi via da qualche parte, si rilascino altisonanti dichiarazioni sul proprio amore per la democrazia e poi si cerchi di ripristinare il vecchio regime, forse con nomi nuovi.  E la cosa viene fatta di continuo. Non funziona sempre, ma viene sempre tentata:  Somoza, Nicaragua; Scià in Iran; Marcos nelle Filippine; Duvalier ad Haiti; Chun nella Corea del Sud; Mobutu in Congo; Ceasescu è uno dei favoriti dall’Occidente in Romania; Suharto in Indonesia. E’ assolutamente routine. Ed è esattamente quel che sta avvenendo in Egitto e in Tunisia. OK, li appoggiamo fino alla fine … Mubarak in Egitto, fino alla fine, continuiamo ad appoggiarlo. Non funziona più? Allora via a Sharm el-Sheikh. Si tira fuori tutta la retorica, si prova a restaurare il vecchio regime. E’ su questo che verte il conflitto proprio ora.  Come ha detto Amy, non sappiamo quali saranno gli sviluppi futuri, ma sappiamo quel che sta succedendo. 

Bene, c’è un’altra categoria. L’altra categoria comprende un dittatore ricco di petrolio che non è affidabile, che è un missile impazzito.  E’ la Libia. E lì c’è una politica diversa: cercare di avere un dittatore più affidabile.  Ed è esattamente quello che sta accadendo. Ovviamente lo si descrive come intervento umanitario.  E’ un altro quasi universale storico.  Controllate la storia: virtualmente ogni ricorso alla forza, da parte di chiunque, è sempre accompagnato dalla retorica più nobile. E’ sempre assolutamente umanitario. Compreso Hitler che invade la Cecoslovacchia, i fascisti giapponesi scatenati nella Cina nord-orientale. Mussolini in Etiopia, in effetti. Praticamente non vi sono eccezioni. Dunque si presentano le cose così e i media e i commentatori presenti fanno finta di non notare che il discorso non … non contiene informazioni, perché è un riflesso automatico. 

E poi … ma in questo caso avrebbero potuto aggiungere qualcos’altro, che è stato ripetuto in continuazione, è cioè che gli Stati Uniti e i loro alleati sono intervenuti in risposta a una richiesta della Lega Araba.  E naturalmente dobbiamo riconoscere l’importanza di ciò.  Incidentalmente la reazione della Lega Araba è stata tiepida ed è stata ben presto ritirata, perché non le è piaciuto quel che stavamo facendo.  Ma lasciamo perdere. Nel contempo la Lega Araba ha prodotto … ha diffuso un’altra richiesta. Ecco il titolo di un giornale: “La Lega Araba chiede la Zona d’Interdizione al Volo per Gaza”. Sto citando, di fatto, dal Financial Times di Londra. Questo non è stato riferito negli Stati Uniti. Beh, per essere precisi, è stato riferito dal Times di Washington, ma fondamentalmente bloccato negli Stati Uniti, come i sondaggi, come i sondaggi dell’opinione pubblica araba; non il tipo giusto di notizie. Così “La Lega Araba chiede la Zona d’Interdizione al Volo per Gaza” non va d’accordo con la politica USA, cosicché non dobbiamo osservare e onorare la notizia e quella scompare. 

Ora, ci sono alcuni sondaggi che vengono riferiti. Eccone dunque uno del New York Times di un paio di giorni fa. Cito. Dice: “Il sondaggio ha rilevato che la maggioranza degli egiziani vuole annullare il trattato di pace con Israele del 1979 che è stato la pietra angolare della politica estera egiziana e della stabilità della regione”.  In realtà questo ciò non è molto accurato.  E’ stato la pietra angolare dell’instabilità della regione ed è esattamente per questo che il popolo egiziano vuole abbandonarlo. L’accordo ha essenzialmente eliminato l’Egitto dal conflitto arabo-israeliano.  Ciò significa che ha eliminato l’unico deterrente all’azione militare israeliana. E ha lasciato libero Israele di ampliare le sue operazioni – operazioni illegali – nei Territori Occupati e di attaccare il suo vicino settentrionale, il Libano. Poco dopo Israele ha attaccato il Libano, ha ucciso 20.000 persone, ha distrutto il Libano meridionale, ha cercato di imporre un regime vassallo, non ce l’ha fatta del tutto. E ciò è stato capito. Così la reazione immediata al trattato di pace in Israele è stata che ‘ci sono cose lì che non ci piacciono, dovremo abbandonare i nostri insediamenti nel Sinai, nel Sinai egiziano. Ma c’è un lato buono, anche, perché ora l’unico deterrente è sparito; possiamo usare la forza e la violenza per conseguire i nostri altri obiettivi.’ Ed è esattamente quel che è successo. Ed è esattamente per questo che il popolo egiziano si è opposto ad esso. Capiscono tutto questo, come lo capisce chiunque nella regione. 

D’altro canto il Times non mentiva quando ha detto che ha portato alla stabilità della regione. E il motivo sta nel significato del termine “stabilità” nella sua accezione tecnica.  La stabilità è … è un po’ come la democrazia.  Stabilità significa conformità ai nostri interessi. Così, per esempio, quando l’Iran cerca di estendere la sua influenza sull’Afghanistan e l’Iraq, suoi vicini, quella si chiama “destabilizzazione”.  E’ parte della minaccia costituita dall’Iran.  E’ destabilizzare la regione. Però quando gli USA invadono quei paesi, li occupano, li riducono mezzi distrutti, ciò è per conseguire la stabilità.  Ed è cosa molto comune, addirittura al punto che è possibile scrivere – ex redattore di Foreign Affairs – che quando gli Stati Uniti hanno rovesciato il governo democratico in Cile e istituito una dittatura perversa, è stato perché gli USA hanno dovuto destabilizzare il Cile per conseguire la stabilità. E’ tutto in un’unica frase, e nessuno lo ha notato, perché è corretto, se si intende il significato del termine “stabilità”. Sì, si rovescia un governo parlamentare, si installa una dittatura, si invade un paese e si uccidono 20.000 persone, si invade l’Iraq e si uccidono centinaia di migliaia di persone … e tutto per portare stabilità. L’instabilità è quando qualcuno si mette di mezzo. 

(Traduzione di Giuseppe Volpe)