Ted Snider - Cavalcvare l'onda della rivolta


Znetitaly.altervista.org
13.03.2011
http://znetitaly.altervista.org/traduz2/sneider-rivoluzioni.html

Cavalcare l’onda della rivolta  

di Ted Snider 

La recente ondata di rivolte sembra aver preso di sorpresa gli Stati Uniti. Secondo le testimonianze, il presidente Obama  ha detto al direttore dei Servizi Segreti Nazionali che era deluso dalle varie agenzie americane  di intelligence che non erano riuscite a prevedere  questa ondata. Noam Chomsky ha detto che secondo lui la delusione di Obama era genuina. Questo fallimento sembrava evidente poiché era chiaro che l’America stava recuperando  i primi giorni delle rivolte in Tunisia e in Egitto. 

 

Ma i modelli di reazioni alle varie rivolte fanno pensare alla possibilità che l’America abbia recuperato e capito un modo di cavalcare le onde della rivolta a suo vantaggio. Questa  sembra essere una gamma di repliche.. Quando il regime che viene attaccato è un alleato, l’America appoggia il dittatore e spera che il mondo non noti neanche le proteste nelle strade. Se questo sistema si dimostra ingestibile, l’America appoggia il dittatore fino all’ultimissimo minuto invece di dichiarare  che stanno appoggiando i tentativi democratici. A un certo punto, può anche essere successo che a  qualcuno l’ondata di democrazia potesse essere utile: riusciva a  mandare via un leader che l’America voleva fosse spodestato In questo caso, l’america   sosteneva  la rivoluzione. Talvolta l’America potrebbe anche scappare davanti all’ondata, e cercare di dirigere le sue forze verso un leader che vuole venga  mandato via, sperando che questo apparirebbe essere semplicemente come la caduta inevitabile dell’ultimo dittatore. 

Secondo quanto dicono i media occidentali, l’ondata di rivolte è cominciata in Tunisia e in Egitto. E questo è successo soltanto perché una precedente sollevazione che venne soppressa  riuscì a passare inosservata. Noam Chomsky fa notare che la prima rivolta islamica avvenne nel novembre 2010 nel Sahara occidentale. Più di 30 anni fa, dato che questa regione stava per ottenere l’indipendenza dalla Spagna colonialista, il Marocco, con un atto di fagocitosi internazionale, l’ha inghiottita annettendola al suo  paese. Sia l’ONU che la Corte Internazionale di Giustizia, hanno in favore del diritto di autogoverno del Sahara occidentale. Gli Stati Uniti e la Francia, però, hanno contrastato l’abilità capacità dell’ONU di agire in base alle sue risoluzioni e gli Stati Uniti hanno continuato ad appoggiare la monarchia del Marocco. 

Chomsky dice che in novembre le truppe del Marocco hanno soffocato  proteste importanti nel Sahara  occidentale. Durante una telefonata del 2 marzo, Stephen Zunes, professore di politica e di studi internazionali all’Università di San Francisco, mi ha raccontato che i dimostranti del Sahara occidentale erano 20.000, un numero enorme, per un paese con una colazione così scarsa. Le proteste in quel paese sono andate avanti per anni e, sebbene non siano state violente, Zunes ha detto che le dimostrazioni svoltesi lo scorso novembre sono state soffocate brutalmente. Sebbene Zunes ritenga che le proteste in Marocco non abbiano, probabilmente, incoraggiato le successive proteste Islamiche, dal momento che il Sahara occidentale è ignorato nel mondo arabo come lo è da noi, tuttavia pensava  che questa protesta fosse dello stesso tipo di quelle successive.  Zunes dice che non conosce uno stato di polizia peggiore o più repressivo di quello del Sahara occupato dal Marocco. Come i dimostranti in Tunisia, Egitto e altrove,  afferma che le proteste nel Sahara occidentale erano a favore della giustizia economica e della democrazia. 

In altre parole, le proteste in Marocco erano proprio del tipo che gli Stati Uniti e i loro alleati avrebbero dovuto appoggiare.  Ma non lo fecero. Chomsky dice che la Francia ha bloccato il tentativo dell’ONU di svolgere un’inchiesta sulla repressione delle proteste fatta dal governo. L’occidente è riuscito così bene a proteggere la monarchia del Marocco che questo evento  è stato a mala pena sussurrato sulla stampa occidentale. 

Perché? Zunes mi ha detto,  durante la conversazione telefonica, che gli Stati Uniti sono stati dalla parte del regime del Marocco contro i dimostranti, malgrado la natura della protesta che era a favore della democrazie e della giustizia economica, per ricompensare e proteggere un amico leale e alleato di lunga data nella guerra al terrore e durante la guerra fredda. La monarchia del Marocco è considerata dagli Americani quella che lealmente  ha fatto da argine contro un movimento nazionalista di sinistra. 

I nazionalisti fanno sì che le loro  risorse nazionali  vadano alla popolazione del loro paese, non all’America. E, come testimonia una lunga linea di nazionalisti da Allende e Mossadq a Chavez, i nazionalisti non sono i governanti preferiti dall’America.  Lo sono, invece, quelli che li tengono fuori. E quindi per questo non abbiamo mai sentito parlare della repressione brutale dei pacifici dimostranti del Sahara occidentale. 

E  non sono solo queste le proteste delle quali non abbiamo avuto notizie. Decine di migliaia di iracheni  in tutto il paese sono scesi nelle strade per dimostrare. Per reazione, il governo di Nouri al-Malik, appoggiato dagli Stati Uniti, ha imprigionato centinaia di giornalisti, artisti, intellettuali e avvocati per reprimere le dimostrazioni. I soldati iracheni hanno sparato sulla folla e hanno azionato i cannoni ad acqua  contro di loro. Almeno trenta persone sono state uccise. Alcuni giornalisti hanno riferito di essere stati ammanettati, bendati e picchiati. L’ambasciata degli Stati Uniti ha minimizzato sia la violenza che la dura reazione contro  le manifestazioni. Sebbene ci sia stata una certa informazione su questa storia, è stata  comunque molto scarsa. Come per il Marocco, il motivo è chiaro: l’Iraq è un amico e il governo è un governo appoggiato dagli Stati Uniti. 

In Bahrein, la pacifica protesta del 14 febbraio, è stata repressa con arresti di massa e botte. Il 17 febbraio una squadra antisommossa della polizia  ha attaccato i dimostranti addormentati uccidendone quattro e ferendone centinaia. Dato che la protesta è  continuata il giorno dopo in modo tranquillo, la polizia ha fatto un altro attacco uccidendo un altro protestante e ferendone molti altri. 

I dimostranti cercano una vera monarchia costituzionale, le dimissioni del primo ministro, maggiori libertà civili, e un parlamento realmente eletto. Sebbene il Bahrein abbia un parlamento, di fatto è governato dal repressivo dittatore, appoggiato dagli Stati Uniti, Re Hamad ibn Isa Al Khalifa la cui famiglia ha governato il Bahrein per circa 200 anni. Il primo ministro, zio del re, il primo ministro che è stato al potere  per quasi  40 anni, l’incarico più lungo del mondo. Il governo e repressivo e pratica anche la tortura. La Camera alta del parlamento è nominata dal re e deve approvare tutti glia atti legislativi della camera bassa che non ha alcun potere. Il re ha diritto di veto, può fare le leggi e cambiare la costituzione. La famiglia reale ha 20 dei 25 seggi del parlamento. 

Quale è stata la replica dell’America all’insurrezione? Come è accaduto  in Marocco e in Iraq, il Bahrein ha lottato per avere una parte di  notizie e gli Stati Uniti non hanno parlato del Bahrein. Nella conferenza stampa del 15 febbraio, Obama non ha neanche nominato il Bahrein, sebbene gli arresti di massa e i pestaggi si erano verificati proprio il giorno prima. Il 23 febbraio, il Capo degli stati Maggiori Riuniti,    ammiraglio Mike Mullen, ha portato a termine la sua visita in Bahrein dove ha riaffermato il forte impegno degli Stati Uniti alle relazioni con il Bahrein, quelle stesse relazioni  “grazie” alle quali erano stati usati  contro la loro popolazione i carri armati e gli  aeroplani fabbricati negli Stati Uniti – e ha definito la replica del Bahrein contro i dimostranti “molto misurata”. Mulled ha messo in risalto la loro “collaborazione” e “amicizia”. Lo stesso giorno anche  il Segretario alla difesa, Robert Gates,  ha dato pieno appoggio alla dittatura di Khalifa. Gli Stati Uniti hanno continuato ad appoggiare il regime e a invocare “stabilità” e “riforme”: queste due parole che neanche a mala pena sono due parole in codice che stanno per  stare dalla parte della dittatura. 

Perché in questo momento? Per tre ragioni: la popolazione del Bahrein è per il 70% sciita, sebbene la famiglia al potere, il governo e l’élite siano sunniti. Gli sciiti sono stati per lungo tempo vittime di discriminazione. Il Bahrein è situato tra l’Arabia Saudita sannita e l’Iran sciita ed è considerato dagli Stati Uniti come una   zona strategica di controllo sul potere e l’influenza dell’Iran. Il Bahrein è fisicamente collegato all’Arabia Saudita da una strada rialzata. L’Arabia Saudita, alleata degli Americani, sta facendo pressioni sul Bahrein perché metta fine alle manifestazioni poiché teme che queste stimoleranno il piccolo movimento pro-democrazia esistente in Arabia Saudita e incoraggeranno la  popolazione sciita a ribellarsi. 

Come  non è una sorpresa che l’Iran sia un altro dei motivi che stiamo esaminando, così neanche il secondo motivo dovrebbe sorprenderci: il petrolio. Il Bahrein non solo possiede ancora la sua piccola fornitura di petrolio ma è una fonte importante di gas naturale e un importante centro di raffinazione. Ancora più importante  è il fatto che il Baherein è strategicamente situato tra l’Arabia Saudita e l’Iran, e occupa anche una posizione strategica  sullo stretto di Hormuz, un importante blocco potenziale  per la fornitura mondiale di petrolio. E’ importante conservarsi il Bahrein tranquillo  per controllare il petrolio. 

Terzo motivo: la flotta americana  è di stanza in  Bahrein   e questo fa sì che  questo piccolo regno insulare sia uno degli alleati più  determinanti della rete di alleati degli Stati Uniti. Di fatto, Stephen Zunes riferisce che  militari  americani controllano circa il 20% del territorio del Bahrein. La quinta flotta è stata importante in Iraq e lo sarebbe per qualsiasi futura azione in Iran ed è importante per la protezione dello Stretto di Hormuz. 

Gli Stati Uniti usufruiscono di un trattato di libero scambio con Il Bahrein al quale nel 2010 hanno fornito 19 milioni di dollari di aiuti militari. 

Ancora una volta, come in Marocco e in Iraq l’America è stata a fianco di un alleato e di un amico molto importante, invece di sostenere  un movimento a favore della democrazia e ha dato scarsa voce a quello stesso  movimento sui mezzi di informazione. 

Le cose  in Egitto sono  state diverse perché erano  troppo grandi  e il l’impulso era troppo potente  per essere contenuto o ignorato. L’intento era però lo stesso. Hosni Mubarak  e il suo regime erano amici. Erano laici, tenevano il nazionalismo arabo si opponevano all’Iran e appoggiavano Israele. E quindi l’America seguì  un disegno  riconosciuto da tempo come appoggio a un dittatore. Parlando della  Cuba degli anni ’50, John Prados storico della sicurezza nazionale ed esperto della CIA, dice:”  Gli sforzi di Washington di sostenere  le dittature, e poi obbligare Batista a fare riforme che potessero allontanare Castro, non lasciarono dubbi ai Cubani sulla politica degli Stati Uniti”. In seguito  Eisenhower avrebbe sostenuto le dimissioni di Batista a favore di una leadership  cubana  non così radicale come quella di Castro….”. Appoggiare il dittatore, incoraggiare le riforme invece che rimuoverlo e poi cercare il prossimo miglior  leader: questi sono schemi usuali in Egitto e che, ancora una volta, non lasciano dubbi circa la politica americana di sostegno ai dittatori. Ancora, il regime minacciato è un regime amico, l’America spera che la marea non lo sommerga  invece di appoggiare immediatamente le aspirazioni democratiche di un popolo represso. 

Quando chi protesta prende di mira un regime che non è un alleato, ma un nemico, la reazione  degli Stati Uniti è di trarre vantaggio dalla marea  di protesta che ora gli è utile. E’ successo così in Iran. Hillary Clinton,  si è tenuta stretto Hosni Mubarak fin quando ha potuto, dicendo “Considero davvero il presidente Mubarak e la signora Mubarak amici della mia famiglia”, e il Vice presidente Biden diceva: “Mubarak è stato nostro alleato in molte cose….Non lo definirei  un dittatore”; ora   la stessa HIllary Clinton  dice del  popolo iraniano, in una classica riscrittura della storia in senso orewelliano: “Meritano gli stessi diritti che hanno visto  messi in atto  in Egitto” aggiungendo che gli Stati Uniti appoggiano chiaramente e direttamente  le aspirazioni della gente che scende in piazza a protestare”. 

Se Hillary Clinton  vuole realmente che il popolo iraniano e il popolo egiziano abbiano le stesse possibilità, allora l’America dovrebbe tenersi stretto Mahmoud Ahmadinejad il più a lungo possibile, lodarlo come partner, come forza di stabilità, come amico personale e politico, e poi aiutarlo a reprimere il suo popolo fornendogli miliardi di dollari di aiuti militari. Quell’appoggio chiaro e diretto per il popolo egiziano  ha impiegato molto a essere messo in atto, perché l’America non è passata dalla parte del  dittatore a quella dei  dimostranti favorevoli alla democrazia  finché non è stato chiaro che il dittatore se ne stava andando e che per  gli Stati Uniti non c’era più scelta. E anche adesso, non si capisce bene se proprio le aspirazioni degli Egiziani scesi  nelle strade a protestare siano  quelle che Hillary Clinton sta appoggiando. 

Ahmadinejad, al contrario di Mubarak, al-Maliki e i re di Bahrein e Marocco, non è amico dell’America. E quindi quell’onda si può cavalcare.  Quando una protesta è contro un nemico dell’America, l’America smette di nuotare contro corrente, ne ottiene vantaggi e cavalca l’onda: dichiara il suo appoggio immediato ai dimostranti, riconoscendo che grazie all’ondata di insurrezioni si potrebbe eliminare un governante nemico. 

E la stessa cosa vale per la Libia. Gheddafi non è un amico dell’America. Decenni di ostilità americana sono seguiti, tra le altre cose, alla nazionalizzazione dell’industria del  petrolio quando Gheddafi prendeva  il controllo della nazione. E il nazionalismo, come abbiamo visto, non è mai un sentiero rapido verso l’amicizia americana. Quando il popolo della Libia si è sollevato, gli Stati Uniti hanno si sono messi rapidamente dalla loro  parte,  congelando  tutto il patrimonio di Gheddafi (negli Stati Uniti) e limitando i suoi  gli spostamenti a una velocità che avrebbe fatto girare la testa a Mubarak. Gli Stati Uniti erano perfino desiderosi di appoggiare per la prima volta la Corte Penale Internazionale (anche se ancora si sta proteggendo da questa), deferendo Gheddafi a quella istituzione per presunti  crimini contro l’umanità. L’onda di proteste in Libia è un’altra di quelle che gli Stati Uniti vogliono cavalcare. 

Come la CIA  ha scoperto innumerevoli volte, le rivoluzioni raramente sono in grado di iniziare dall’esterno senza un appoggio maggioritario all’interno, sebbene ci siano rare eccezioni, come l’Iran nel 1953 e il Guatemala nel 1954. Quindi l’impressione, in questo caso, non è che gli Stati Uniti abbiano dato inizio a una di queste insurrezioni, è invece semplicemente che gli Stati Uniti abbiano forse  trovato uno schema di reazione che riesce a tirare fuori  il meglio dalle insurrezioni. 

Chavez non è un dittatore. E’stato eletto nel 1998 e poi rieletto nel 2006 con una schiacciante maggioranza del 63% in elezioni giudicate libere e corrette. In quegli anni epoca  ha vinto una dozzina di elezioni e referendum   nazionali. Ma nessuna di queste ha impedito che gli  Stati Uniti dipingessero Chavez come un dittatore. E recenti storie apparse  su media hanno cercato di  inserire il nome Chavez in questa ondata di regimi che affrontano le rivolte.  Kiraz Janicke e Frederico Fuentes riferiscono che il Segretario di stato britannico ha dichiarato che Gheddafi era scappato in Venezuela: questa è un’affermazione ovviamente falsa, che, tuttavia, ha avuto l’effetto di mettere in relazione Chavez con il brutale dittatore libico. Riferiscono anche che il Miami Herald ha scritto che “Mentre in Medio Oriente si stanno eliminando  i dittatori come se fossero  tessere su una scacchiera di domino, il presidente a vita Hugo Chavez, sta dando segnali di preoccupazione per il suo stesso  modo di governare dispotico”.

E, fatto ancora più  sconvolgente, il presidente Obama ha chiesto cinque milioni di dollari al Congresso per finanziare i gruppi contrari a Chavez. Che cosa fa Obama quando interferisce nella politica interna di un sovrano e di uno stato democratico?  Il dipartimento di stato per il bilancio riguardante le operazioni all’estero dichiara pubblicamente che questo finanziamento durerà fino alle elezioni nazionali del 2012 in Venezuela con priorità assoluta,  sfidando quindi direttamente la legge venezuelana che proibisce il finanziamento straniero dell’attività politica. 

L’America, quindi, può fare di più che cavalcare l’ onda venezuelane; forse potrebbe evitarla, dando così un ultimo esempio nella gamma di repliche (di cui si parlava all’inizio dell’articolo, N.d.T) che fanno pensare alla possibilità che l’America abbia trovato un modo per tirare  fuori il meglio da una situazione che l’ha trovata impreparata. 

Traduzione di Maria Chiara Starace