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“BAMBINI DELLA CATASTROFE”, INTERVISTA ESCLUSIVA A JAMAL KANJ
Elias Harb : Intervista esclusiva con Jamal Krayem Kanj, autore di Bambini della catastrofe.
Lo scrittore Jamal Kanj parla della vita nel campo di Nahr El Bared, in Libano. Nel suo recente libro “Bambini della catastrofe: viaggio da un campo profughi palestinese verso l’America”, racconta uno spaccato di vita tra i rifugiati palestinesi e gli eventi che hanno portato alla creazione dello Stato di Israele.
La storia di un profugo palestinese: dall’infanzia nel campo di Nar El Bared, all’OLP, poi l’immigrazione, una nuova vita come ingegnere negli Stati Uniti, e il viaggio di ritorno nella Palestina storica.
ELIAS HARB: Nel tuo libro, descrivi gli aspetti personali della vita dei profughi. Puoi dirci cosa ha ispirato il tuo “Bambini della catastrofe”?
JAMAL K. KANJ: Gli americani e l’Occidente in generale non conoscono abbastanza quella che è la storia dei Palestinesi. Superficialmente e sul piano emotivo, prevale un’empatia maggiore verso Israele, ma ciò è dovuto principalmente alla mancanza di comprensione del lato umano della vicenda palestinese. Bisogna inoltre riconoscere che la relazione particolare che si è creata tra Israele e l’Occidente è profondamente radicata in una lunga storia di abominevole antisemitismo occidentale, culminato nel’Olocausto. Da qui, è stato un misto di empatia, senso di colpa e istituzioni religiose negli Stati Uniti e in Europa che hanno giocato un ruolo fondamentale nel dare forma ad una prospettiva asimmetrica del conflitto israelo-palestinese. Avendo vissuto oltre 30 anni negli Stati Uniti, dopo aver lasciato il campo, ho scoperto che la maggior parte della gente tende a non capire quando si usano argomentazioni intellettuali e storiche per spiegare il punto di vista palestinese. Allo stesso tempo, mi sono reso conto che la maggioranza comprende meglio, e ascolta di più se gli argomenti intellettuali o politici vengono presentati all’interno di un’esperienza personale. In questi 30 anni, quasi ogni persona che ho incontrato a livello sociale, è diventata coscientemente o incoscientemente più vicina alla questione palestinese.
In sintesi, è stata la forte convinzione che noi, come palestinesi, abbiamo una storia carica di significati da condividere con il resto del mondo, specialmente l’Occidente, la prima fonte di ispirazione per questo libro. Attraverso le sue pagine, spero di portare tutti quelli che no ho avuto “l‘onore” di conoscere personalmente, a condividere gli aspetti personali della storia palestinese.
EH: Puoi brevemente illustrare il ruolo della Gran Bretagna nel favorire la colonizzazione della Palestina?
JKK: Mentre l’Organizzazione Mondiale Sionista (WZO) fu creata in Europa alla fine dell’Ottocento, il piano di colonizzazione della Palestina non iniziò se non negli anni Venti e Trenta. Una delle principali ragioni è che fino al 1917, oltre alla Palestina, il sionismo aveva in mente altre opzioni per realizzare il progetto della Terra Promessa, come l’Uganda, Cipro, il Sinai e aree dell’Argentina.
Praticamente cercarono di prendersi qualsiasi proprietà fosse messa in vendita da parte di un potere coloniale. Ma nel novembre del 1917, con l’intento di alterare la significativa e influente opinione pubblica ebraica negli Stati Uniti sulla Guerra (in quel periodo, l’Organizzazione Sionista aveva un rapporto molto stretto con il Kaiser tedesco e aveva il suo quartier generale in Germania), il Ministro degli Esteri britannico, inviò una lettera al banchiere ebreo, il barone Walter Rothschild, promettendogli una madrepatria ebraica in Palestina. Nel 1920, e in qualità di nuovo potere occupante, la Gran Bretagna nominò Herbert Samuel, un sedicente sionista inglese, Alto Commissario per la Palestina. Sotto il suo mandato, l’immigrazione ebraica in Palestina crebbe esponenzialmente e a differenza dei residenti ebrei prima presenti, la nuova ondata di immigrati europei scelse esclusivamente comunità ebraiche, lontane dalla popolazione nativa palestinese e anche dagli stessi quartieri ebraici. Grazie ai cospicui fondi forniti dal Fondo Nazionale Ebraico (JNF), cercarono di acquistare terra ad ogni costo. Come oggi avviene per le proprietà a Gerusalemme Est o a Hebron.
Ma allora come oggi, le organizzazioni sioniste fallirono nell’acquisire grandi proprietà, laddove erano in mano palestinese. Vale la pena di sottolineare che il JNF possedeva meno del 7% della Palestina quando le Nazioni Unite votarono il piano di spartizione della terra tra nativi e immigrati ebrei. La maggior parte di terra acquistata dai sionisti si deve ai proprietari assenti, soprattutto proprietari feudali libanesi, nelle aree nord della Palestina storica.
La politica aggressiva di conquista coloniale della proprietà terriera, insieme alla creazione di nuove comunità, provocò un divario politico e culturale tra i nativi e i colonizzatori. Tutto si complicò dal momento che questa nuova comunità europea avviò alleanze con il potere coloniale. In risposta, i palestinesi diedero vita nel 1936 ad uno dei più lunghi scioperi civili nella storia della Palestina, uno sciopero che durò più di 6 mesi in protesta al mandato britannico e alle sue politiche che stavano modificando l’assetto demografico della popolazione locale, favorendo l’immigrazione di coloni dall’Europa. Dopo aver fallito nella repressione della protesta civile, la Gran Bretagna facilitò e armò gruppi ebraici militari che aiutarono a reprimere la popolazione locale. Sono questi stessi gruppi a prendere poi la forma della Haganah, il nucleo del futuro esercito israeliano, e a diventare una parte integrante ufficiale della forza militare congiunta ebraica-inglese, volta a reprimere i nativi palestinesi. Per dare un’idea del livello di resistenza palestinese contro il potere coloniale inglese e il suo strumento sionista, basta pensare che prima di lasciare la Palestina, l’Inghilterra aveva più eserciti militari in questa area di quanti ne avesse dispiegati in tutta l’India.
EH: Come i sionisti sono stati in grado di cacciare i palestinesi dalla loro terra?
JKK: In breve, grazie a campagne sistematiche di terrore, ben organizzate dai gruppi paramilitari sionisti. La campagna di terrore ebbe come risultato l’espulsione di 805,067 palestinesi e la distruzione di 531 villaggi, rispettivamente circa l’85% della popolazione indigena e circa il 92% della terra. Ma come ho messo in luce nel libro, un elemento ugualmente importante per la campagna di terrore sionista fu il fatto che il 50% (413,790) dei profughi sopramenzionati, fu costretta ad abbandonare le loro case, mentre ancora la Palestina era un protettorato inglese. Un esempio è il tristemente noto massacro di Deir Yassin, che ebbe luogo il 9 aprile 1948, un mese prima che le truppe inglesi lasciassero la Palestina. Quando, secondo quanto anche riportato dalle indagini ONU, l’organizzazione ebraica dell’Irgun, per ordini diretti di Menachem Begin, massacrò civili palestinesi del villaggio. Per giustificare l’assassinio di donne e bambini, Begin spiegò che “ Il massacro non era soltanto giustificato, ma che non ci sarebbe mai stato Israele senza la vittoria di Deir Yassin.” Purtroppo, Begin divenne il futuro Primo Ministro di Israele e vinse il premio Nobel.
Ma la più ampia campagna sionista di pulizia etnica della Palestina fu condotta da Ben Gurion (in assoluto il primo Ministro Israeliano) che trasformò le operazioni militari, anche in termini di terminologia, in vere e proprie operazioni di pulizia etnica, usando nomi come matateh (scopa), tihur (pulizia), biur (un’espressione della Pasqua ebraica che indica l’eliminazione del lievito) e niku (la parola ebraica per ripulita).
Questo era il piano che Joseph Weitz, capo del Fondo Nazionale Ebraico, ha descritto nelle sue memorie, “cancellare la traccia di ogni villaggio, di ogni comunitàù (beduina). Il transfer deve avvenire verso l’Iraq, la Siria e la Transgiordania”.
EH: Cosa accadde ai vecchi villaggi e città palestinesi?
JKK: A partire dal 1948, il Fondo Nazionale Ebraico (JNF)(che possiede l’85% della terra in Israele) ha condotto un piano per ricoprire i villaggi palestinesi distrutti con una vera e propria riforestazione ambientale, promuovendo il rimboschimento di migliaia di alberi in Israele. Il JNF vanta che “…siano stati piantati oltre 240 milioni di alberi sulla terra di Israele.” Il JNF comunque non ha mai rivelato agli inconsapevoli donatori che almeno 86 di queste foreste e parchi sono costruiti sulle rovine di villaggi palestinesi distrutti. Un esempio, il famoso parco israeliano Canada Park, è stato costruito sulle rovine dei villaggi etnicamente ripuliti di Emmuas, Yalu e Bayt Nuba; gli alberi della foresta a Biriya crescono sopra le fondamenta del villaggio di Amuka ; la città di Reihaniyeh è seppellita sotto il parco di Ramat Menashe Park e le rovine di Ajur fanno da fertilizzante al verde di Park Britain. Laddove il JNF non ha piantato foreste al posto dei villaggi, come parte della storia israeliana, ha conferito nomi ebraici rimpiazzando i nomi originali delle città palestinesi. Cosi, Tel Rabi divenne Tel Aviv, Lubya si è strasformata in Lavi, Al Zeeb in Gesher Haziv, Saffuriyya in Tzippori e Beit Jala in Gilo.
EH: Dopo la Nakba del 1948, Israele ha lasciato i profughi palestinesi soli?
JKK: Il sionismo pensa che la mera esistenza dei palestinesi, sia sotto occupazione che all’interno dei campi profughi, possa rappresentare una negazione di tale ideologia, un’ideologia sionista che nega il popolo palestinese come identità nazionale collettiva. Come ho scritto nel libro, il campo o i campi simbolizzano il distacco della Palestina dalla terra, il campo diventa una piccola Palestina. Ho spiegato a lungo questo parallelo, che era stato ben compreso dall’ideologia sionista. Da allora, Israele ha mantenuto una campagna di terrore sui campi e di repressione attraverso l’occupazione per forzare i palestinesi ad arrendersi e alla sconfitta. Gli israeliani hanno sempre tentato di mantenere il punto: noi abbiamo vinto, voi avete perso, dovete accettarlo e basta.
In ogni caso, gli israeliani hanno fallito nella comprensione di quanto possano le persone essere legate alla terra, per ragioni che vanno al di là del patrimonio religioso, un rapporto che nella storia moderna il popolo israeliano non ha avuto. Credo che attraverso la propria storia di oppressione nell’Europa cristiana, gli ebrei avessero accettato la sconfitta e abbiano vissuto psicologicamente come comunità sconfitta fino all’Olocausto. Io non sono uno psicologo, ma credo che utilizzando attraverso l’occupazione e i campi profughi come forme di repressione, il sionismo stia cercando di rispecchiare la propria esperienza di sconfitta psicologica sul popolo palestinese.
Con enorme delusione però per l’ideologia sionista, l’identità del profugo è diventata espressione di identità nazionale e sfida, piuttosto che privazione e accondiscendenza. Come lo scrittore israeliano Danny Rubinstein ha scritto dei palestinesi nel suo libro: “ogni popolo nel mondo vive in un luogo. Per i palestinesi, il luogo vive in loro stessi”.
EH: Puoi dirci cosa significa essere un profugo?
JKK: A parte il terrore israeliano e il piano economico, non sono sicuro di aver compreso allora cosa significasse non essere profughi. Su un piano politico, era molto chiaro e come tutti gli altri ragazzini che erano nati nel campo, mi resi conto quando ero ancora molto giovane che ero vittima della ingiustizia umana. Mi veniva ricordato ogni giorno che ero nato in Libano, in un paese straniero, senza diritto di cittadinanza. E non incolpo necessariamente il Libano di questo, la colpa dovrebbe ricadere sull’entità che ha strappato la casa dei miei genitori e che mi ha reso una uomo senza stato. La colpa dei miei genitori è stata solo quella di appartenere ad una religione differente. Diversamente da Israele, il Libano ci ha dato un luogo da chiamare temporaneamente casa. Incolpo comunque il Libano per aver privato i palestinesi dei loro diritti economici e politici. I profughi palestinesi, che vivevano o erano nati in Libano, non potevano possedere una proprietà, e gli era negato l’accesso a oltre 70 professioni. Una legge che è stata recentemente modificata e che ha ridotto il numero delle professioni vietate.
Come ho spiegato nel libro, dal punto di vita emotivo, vivevamo una vita relativamente normale all’interno del campo. Il tessuto familiare, molto solido, permetteva di sopravvivere. Anche con il poco che ci era concesso nel campo, non mi ricordo di aver patito sul piano emotivo. Dal punto di vista filosofico, non è possibile che ti manchi ciò che non conosci. In altre parole, non senti la mancanza di ciò che non hai mai avuto. La vita nel campo era una vita normale, sulla base di ciò che avevamo, non sulla base di ciò che ci è mancato.
EH: Perchè credi che i tuoi genitori evitino conversazioni riguardanti la Nakba?
JKK: Per i profughi palestinesi in generale e per me in particolare, perdere la propria casa costituisce un’esperienza al di là di ogni possibile immaginazione. Nel profondo, credo si sentissero in colpa, dovevano provar vergogna, e sentirsi responsabili per essersene andati invece che morire sulla loro terra, ma ancora di più credevano di essere stati ingannati dai sionisti e di aver creduto invano nella giustizia internazionale. Per loro, parlare della Nakba era come aggiungere altro sale sulla ferita; non ero sicuro se volevano cancellare del tutto il ricordo, per ridurre l’angoscia o invece semplicemente evitarlo.
Allo stesso tempo però erano molto felici di parlare della Palestina, della terra, della loro vita prima di diventare profughi. Sembravano pacificati, quando riportavano alla memoria i piccoli dettagli della vita a casa. Una persona dovrebbe trovarsi nei loro panni per comprendere a fondo un trauma che va avanti per tutta una vita.
EH: In “Bambini della catastrofe”, scrivi che i profughi palestinesi in Libano rappresentano un caso unico e particolare. Perché sono cosi diversi dai profughi palestinesi in altri paesi arabi?
JKK: Come ho spiegato prima e più approfonditamente nel libro, mentre tutti i profughi palestinesi hanno sofferto per lo stesso terribile dramma, dall’avere una terra e una casa a ritrovarsi senza identità e senza stato, i profughi in Libano hanno rappresentato un caso particolare. Dall’inizio i profughi palestinesi in Libano sono stati trattati come stranieri, privati dei diritti sociali, politici e lavorativi. Diversamente dai profughi in Cisgiordania o Giordania, che hanno visti garantito il diritto di cittadinanza, e da quelli siriani che hanno pieno diritto di residenza, in Libano è stato loro proibito di esercitare oltre 70 professioni (la legge è stata modificata appunto recentemente). Il governo libanese ha istituito anche regole speciali per limitare la libertà di movimento dei profughi e la possibilità di costruire o di possedere proprietà nel paese.
La democrazia confessionale libanese che mette insieme 18 gruppi religiosi, ha certamente contribuito a rendere la situazione ancora più complessa. La presenza dei profughi palestinesi è stata sempre considerata da alcuni libanesi un fattore che avrebbe potuto modificare gli equilibri di un paese così piccolo.
EH: Nell’estate del 2007, il tuo campo, Nahr el Bared, è stato completamente distrutto in seguito agli scontri tra l’esercito libanese e il gruppo conosciuto con il nome di Fatah al Islam. Ci sono state altre ragioni che hanno portato alla distruzione del campo e agli avvenimenti che hanno interessato i residenti?
JKK: La distruzione di oltre 6000 case avrebbe facilmente potuto essere evitata, ma come suppongo, la distruzione del campo era lo scopo stesso. I campi hanno una densità abitativa molto alta, oltre 40.000 persone vivono in un’area più piccola di un miglio quadrato. Fatah al Islam aveva meno di 300 combattenti (un portavoce dell’organizzazione ha dichiarato alla stampa libanese, un numero di 98). Le loro posizioni difensive erano nella parte nord del campo, mentre all’inizio degli scontri, l’esercito libanese ha bombardato il campo in maniera indiscriminata e non si è limitato a colpire le posizioni di Fatah el Islam.
Secondo Amnesty International e altre organizzazioni in difesa dei diritti umani, l’esercito libanese ha deliberatamente dato fuoco ad alcune abitazioni e molte altre case sono state distrutte nelle settimane seguenti, quando gli scontri erano già terminati. La mia conclusione nel libro è che c’erano almeno tre motivi perché il campo venisse distrutto: il processo di pace in Medio Oriente, il settarismo libanese e ragioni di tipo economico. Per non parlare del possibile aiuto israeliano attraverso il network di spie che lavoravano con l’esercito libanese. Nel 2009, il Libano arrestò un maggiore dell’esercito, che giocò un ruolo importante nella direzione dei bombardamento di Nahr el Bared, lavorando per conto di Israele.
Tre anni dopo, i residenti del campo sono ancora senza casa e aspettano dal governo libanese e dalla comunità internazionale le promesse che sono state loro fatte: la ricostruzione del campo, in modo da riavere le loro case.
EH: C’è stato un commovente incontro tra i tuoi cugini (i figli Amsha) che non avevi mai incontrato, quando sei stato a Gerusalemme, all’ospedale Hadassah. Puoi dirci perché non le avevi incontrate prima?
JKK: Devo dire che quell’incontro è stato molto importante sia per la mia che per la loro vita. Come tante altre famiglie palestinesi, mio nonno è stato sempre lontano da sua sorella Amsha, a artire da quel maggio del 1948. Sono entrambi morti in seguito, lei nel paese che non c’è mai stato, mio nonno nel campo profughi. Amsha ha lasciato tre figlie che sono rimaste in quello che poi é diventato Israele. Sebbene una risoluzione delle Nazioni Unite chieda a Israele di consentire il ritorno dei profughi alle loro case, Israele non ha mai applicato tale risoluzione, lasciando intere famiglie separate tra loro e private delle loro case. Il nostro incontro non era stato pianificato, ma è stato piuttosto il destino a farci incontrare 50 anni dopo. Nel 1996 ho fatto degli esami nel reparto emergenza dell’ospedale Hadassah, e quando i miei cugini (i figli di Amsha) lo hanno saputo, sono stati al capezzale del mio letto in ogni momento. Una sezione del libro descrive come, anche in uno stato di semicoma, li riconobbi, prima ancora che mi si presentassero.
Sfortunatamente, vivono meno di 200 miglia lontani dal campo dove sono cresciuto, ma quando li ho incontrati nel reparto emergenza, il mio viaggio era stato un viaggio di oltre 10.000 miglia, perchè venivo dagli Stati Uniti. Io sono stato fortunato, molti altri non hanno mai avuto l’occasione di rincontrare i propri cari.
EH: Pensi che si possa intravvedere una luce alla fine del tunnel del dramma dei profughi palestinesi in generale, e in Libano in particolare?
JKK: Incontrare i profughi, citando lo scrittore israeliano sopra menzionato, significa scoprire che la Palestina vive dentro di loro. Comunque in questo momento non sono ottimista. La destra israeliana ha dirottato le politiche del paese, anche se nemmeno la sinistra ha fatto in passato di meglio. Più la leadership palestinese tenta di scendere a compromessi, e più Israele allontana il diritto al ritorno, come del resto è stato dimostrato dalla richiesta di riconoscimento di Israele come stato ebraico. La luce alla fine del tunnel verrà solo quando la comunità internazionale si assumerà gli impegni presi per una pace giusta che assicuri il diritto al ritorno dei profughi palestinesi e consenta loro di esercitare il proprio diritto in un paese che chiamano casa.
L’articolo è apparso in versione originale (inglese) su Intifada Palestine.
