Il dibattito sulla non-violenza.

Palestine Chronicle
21.10.2010

http://palestinechronicle.com/view_article_details.php?id=16348

Il dibattito sulla violenza: insegnare dell'oppresso come combattere l'oppressione
di Ramzy Baroud

Un'attivista americana una volta mi diede un libro in cui aveva descritto e sue esperienze in Palestina. Il volume, composto in gran parte da foto, documentava il suo viaggio della West Bank occupata, piena di fili spinati, posti di blocco, soldati e carri armati. Esso, inoltre, evidenzia come i palestinesi resistono pacificamente all'occupazione, in contrasto con la rappresentazione fattane dai mezzi di comunicazione che collegano prevalentemente la resistenza palestinese alla violenza.

british_palestine_riot_36                                                                                                         Rivolta palestinese durante il Mandato Britannico  
Più di recente, ho ricevuto un libro che glorifica la resistenza non-violenta e che fa riferimento ai palestinesi auto-proclamatisi “combattenti non violenti”, come ai “convertiti”. Il libro riporta diversi esempi di come sono avvenute queste "conversioni". A quanto pare un fattore chiave è stata la scoperta che non tutti gli israeliani sostengono l'occupazione militare. I combattenti si sono resi conto che un ambiente che permettesse a israeliani e palestinesi di lavorare insieme sarebbe migliore per i palestinesi in cerca di mezzi più efficaci per conquistare la liberazione.

 

 

Un sacerdote americano mi ha anche spiegato come la resistenza non-violenta stia crescendo in modo impressionante. Mi ha mostrato degli opuscoli che aveva preso durante una visita ad un'organizzazione di Betlemme, che insegna ai giovani i pericoli della violenza e la saggezza della non-violenza. L'organizzazione e i suoi fondatori tengono seminari e workshop e invitano i relatori, provenienti da Europa e Stati Uniti, a condividere le loro conoscenze in materia con gli studenti (per lo più profughi). 

Ogni tanto, un articolo o un video o la copertina di un libro con il messaggio che i palestinesi stanno imparando la non-violenza, che i palestinesi stanno rispondendo positivamente agli insegnamenti della non violenza. 

Per i media e il pubblico progressisti e di sinistra, le storie che lodano la non-violenza sono elettrizzanti, si infiammano nella speranza che sia possibile una lotta meno violenta, che gli insegnamenti di Gandhi siano importanti non solo in India, in un tempo e in uno spazio specifico, ma in tutto il mondo, in qualsiasi momento. 

Queste immagini e questi racconti portano alla domanda: dove è il Gandhi palestinese? Poi, portano alla risposta: il Gandhi palestinese già esiste in numerosi villaggi della Cisgiordania, al confine con il Muro israeliano dell'Apartheid, nelle persone che affrontano pacificamente i carnivori bulldozer israeliani mentre si mangiano la terra palestinese. 

In una dichiarazione relativa alla recente visita fatta dal gruppo degli Elders per il Medio Oriente, l'indiana Ela Bhatt, un avvocato gandhiano della non violenza, ha spiegato il suo ruolo in questa sua ultima missione con gli Elders: "Io sarò lieta di tornare in Medio Oriente per testimoniare l'appoggio degli Elders a tutti coloro che sono impegnati in una resistenza all'occupazione che sia creativa e non-violenta - israeliani e palestinesi”. 

Per alcuni, l'accento sulla resistenza non-violenta è una strategia di successo creata dai media. Sarà sicuramente molto più facile per Charlie Rose ottenere l'attenzione del pubblico discutendo di come palestinesi e israeliani organizzano sit-in congiunti che non parlando della resistenza armata di alcuni gruppi militanti che combattono ferocemente l'esercito israeliano 

Per altri, sono le convinzioni ideologiche e spirituali a incentivare il loro coinvolgimento nella campagna non-violenta, che ci è riferito stia crescendo ampiamente in Cisgiordania. Questa crescita sembra essere guidata in gran parte da sostenitori occidentali. 

Sul versante palestinese, il marchio della non-violenza può anche essere utile. Ha fornito una via d'uscita per molti di quelli che erano impegnati nella resistenza armata, in particolare durante la seconda Intifada palestinese. Alcuni combattenti, affiliati al movimento Fatah, per esempio, sono stati coinvolti in progetti artistici e teatrali, dopo aver commerciato in fucili automatici ed essere stati per anni in testa alle liste israeliane dei ricercati. 

Politicamente, il termine viene usato dal governo della Cisgiordania come una piattaforma che permette di continuare a parlare di moqawama, in arabo resistenza, ma senza impegnarsi in una lotta armata costosa che, certo non andrebbe giù bene, se adottata da un governo non eletto ritenuto 'moderato' sia da Israele che dagli Stati Uniti. 

In modo sottile o esplicito, in Palestina, la resistenza armata è sempre condannata. Il governo di Fatah di Mahmoud Abbas la definisce ripetutamente “inutile”. Alcuni insistono sul fatto che è una strategia controproducente. Altri la trovano moralmente indifendibile. 

Il problema con la questione della violenza è che esse è una pessima rappresentazione della realtà. Questa, inoltre, svia l'attenzione dalla violenza dell'occupazione israeliana – con il suo uso quotidiano e letale in Cisgiordania, e con una ferocia indicibile a Gaza - la concentra esclusivamente sui palestinesi. 

In base ad una falsa rappresentazione della realtà, i palestinesi hanno utilizzato la resistenza non-violenta in massa per generazioni - fin dal lungo sciopero del 1936. La resistenza non violenta è stata, e continua ad essere, fonte di guadagno per la moqawama palestinese, dal tempo del colonialismo britannico fino all'occupazione israeliana. Allo stesso tempo, alcuni palestinesi hanno combattuto violentemente, costretti da un grande senso di urgenza e dalla violenza estrema praticata nei loro confronti dai loro oppressori così come molti indiani combatterono violentemente, anche durante il tempo in cui le idee del Mahatma Gandhi erano in piena fioritura. 

Coloro che semplificano la storia dell'India coloniale, stanno facendo la stessa cosa ai palestinesi. 

Travisare la storia spesso porta a una erronea valutazione del presente, e quindi, ad una errata ricetta per il futuro. Per alcuni, i palestinesi non otterranno mai la libertà, sia che essi rispondano all'oppressione in modo non-violento, violento, con la sfida politica o con la sottomissione assoluta. L'onere di elaborare una soluzione sarà sempre su di loro, e dovranno farlo in modo creativo e in modo tale da soddisfare la nostra sensibilità occidentale e la nostra selettiva interpretazione degli insegnamenti di Gandhi. 

Violenza e non-violenza sono per lo più decisioni collettive che si formano, alimentate da specifiche condizioni politiche e socio-economico e da particolari contesti. Purtroppo, la violenza dell'occupante ha un ruolo enorme nella creazione e manipolazione di queste condizioni. Non è sorprendente che la seconda Intifada palestinese sia stata molto più violenta della prima, e che la resistenza violenta in Palestina abbia guadagnato una spinta enorme dopo la vittoria che ha ottenuto la resistenza libanese nel 2000, e di nuovo nel 2006. 

Questi fattori devono essere analizzati seriamente e con umiltà, e la loro complessità dovrebbe essere presa in considerazione prima di esprimere qualsiasi giudizio. Nessuna nazione oppressa deve far fronte alle richieste che i palestinesi affrontano costantemente. Ci può ben essere un migliaio di Gandhi palestinesi. Può non essercene nessuno. Francamente, non dovrebbe importare. Solo l'esperienza unica del popolo palestinese e la sua autentica lotta per la libertà può produrre ciò che i palestinesi, come collettività, ritengono opportuno per loro stessi. Questo è quello che è successo con il popolo di India, Francia, Algeria e Sud Africa, e in molte altre nazioni che hanno cercato e finalmente raggiunto la loro libertà. 

Ramzy Baroud (www.ramzybaroud.net) è un editorialista di agenzia internazionale, e curatore del PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro My Father Was a Freedom Fighter: Gaza's Untold Story (Pluto Press, Londra), ora disponibile su Amazon.com.

(tradotto da barbara gagliardi)