L’accordo tra Beirut e Tel Aviv è impunità dai crimini di guerra

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Pasquale Porciello Il Manifesto 5.7.2026

 

La denuncia di sei ong Nessun ritorno per gli sfollati né compensazione. E Israele continua a distruggere

Continua a destare perplessità e indignazione l’accordo quadro sottoscritto da Israele, Libano e Stati uniti al Dipartimento di Stato di Washington il 26 giugno scorso. Sei organizzazioni – Amnesty International, Human Rights Watch, il Centro libanese per i diritti umani, Legal Agenda, Reporter senza frontiere e l’Unione dei giornalisti in Libano – le hanno messe nero su bianco in un comunicato congiunto venerdì. L’accordo «rischia di tradire le vittime di crimini di guerra in Libano. (…) Alcune parti del testo sembrano mirare a impedire alle vittime di gravi crimini internazionali di cercare giustizia presso sedi internazionali; altre paiono accettare lo sfollamento forzato, prolungato e a tempo indeterminato, di decine di migliaia di residenti di vaste aree del Libano meridionale occupate dalle forze israeliane», secondo i sei firmatari.

La bandiera israeliana su una casa distrutta vicino a Taybeh

L’ATTENZIONE CADE in maniera particolare sui punti 3 e 13 dei 14 formulati nel quinto ciclo di incontri diplomatici diretti tra Libano e Israele, che per la prima volta dal 1983 si siedono allo stesso tavolo. Nella terza clausola si legge che solo «una volta confermati l’avvenuto disarmo dei gruppi armati non statali e lo smantellamento delle relative infrastrutture in tali aree, le Laf (Forze armate libanesi, ndr) ne assumeranno la piena ed effettiva responsabilità di sicurezza; avranno quindi inizio gli interventi di ricostruzione sostenuti a livello internazionale e i civili libanesi potranno fare ritorno in sicurezza in queste zone, poste sotto il controllo esclusivo delle autorità statali libanesi». A tal proposito le organizzazioni denunciano che «ai sensi del diritto internazionale umanitario, deve essere consentito alle persone di fare ritorno una volta cessate le ostilità o venute meno le ragioni del loro sfollamento» e che quindi il punto 3 dell’accordo «viola ulteriormente il diritto internazionale e il divieto di sfollamento forzato, condizionando il ritorno dei residenti in zone specifiche lungo il confine, attualmente occupate da Israele».

Con la tredicesima clausola, con cui «Israele e il Libano si impegnano ad adottare misure in buona fede che dimostrino intenzioni positive, inclusa la cessazione di ogni azione ostile o avversa nelle sedi politiche o giuridiche internazionali», emerge una rinuncia de facto del Libano a denunciare nelle sedi opportune le violazioni israeliane nel paese ampiamente documentate sia da attori terzi come Unifil, Amnesty e altre ong, che dallo stesso governo libanese. Violazioni che, stando ai trattati internazionali e alla convenzioni di Ginevra, costituiscono crimini di guerra, come l’uccisione di giornalisti e di soccorritori, lo sfollamento forzato, l’attacco a civili e a infrastrutture civili, l’utilizzo di fosforo bianco e glifosato, solo per citarne alcuni.

PUNTI CHE SUSCITANO ulteriore scalpore se a sottoscriverli è un governo, quello libanese, il cui primo ministro è stato presidente della Corte internazionale di giustizia dell’Aja prima del suo incarico.

Il ministero della salute libanese ha pubblicato venerdì un nuovo bilancio delle vittime libanesi in questa fase della guerra cominciata il 2 marzo: 4.303 morti e 12.199 feriti. Israele ha ucciso 130 soccorritori dal 2 marzo, almeno 240 dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023, mentre sono 27 i giornalisti e gli operatori uccisi in quasi tre anni di guerra.

La denuncia si aggiunge alle tante contestazioni dell’accordo anche da parte di gruppi politici distanti da Hezbollah e a favore del disarmo del partito armato, come quello del leader druso Walid Jumblatt, che lo aveva definito «trilaterale nella forma e unilaterale nella sostanza» e ne aveva parlato come di una resa totale.

Intanto Israele procede con la sua opera di distruzione del sud del Libano, come a Haddatha e Kunine (Bint Jbeil) e a Kfar Tebnit (Nabatieh) e consolida l’occupazione attraverso operazioni militari come a Khiam (Marjayun), a Beit Yahun (Bint Jbeil) e nella periferia di Tiro. Ad Ali el-Taher (Nabatieh) l’artiglieria israeliana ha bombardato lo strategico passaggio di cui ancora non è riuscita a prendere possesso.

HEZBOLLAH ha al momento scelto di non rispondere al fuoco israeliano, ma è uno scenario che potrebbe mutare da un momento all’altro. Il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha giudicato l’accordo «nullo», mentre il premier israeliano Benjamin Netanyahu assieme al suo governo ha ribadito più volte che l’esercito israeliano «non si ritirerà dal Libano