30 Maggio 2026
Netanyahu ordina di portare al 70% il controllo di Gaza, violando gli accordi di cessate il fuoco di ottobre. Due milioni di palestinesi compressi in macerie. Il ministro Katz annuncia espulsioni. La comunità internazionale prende nota e tace.
Gaza senza la tregua: il cessate il fuoco è carta straccia
Giovedì 28 maggio, durante una conferenza organizzata dalla Ein Prat Leadership in un insediamento coloniale israeliano in Cisgiordania occupata — dettaglio geografico che non è neutro — Benjamin Netanyahu ha dichiarato pubblicamente di aver ordinato all’esercito di estendere il controllo israeliano sul 70% della Striscia di Gaza, lasciando intendere che l’obiettivo finale potrebbe essere persino totale. Le sue parole, diffuse in video dall’emittente Channel 12, non lasciano spazio a interpretazioni: «Prima di tutto il settanta per cento. Partiamo da questo». Il condizionale non esiste nel suo vocabolario; esiste la progressione numerica. Eravamo al 50%, siamo passati al 60%. Ora la direttiva è arrivare al 70%.
Questi numeri vanno letti in relazione a ciò che avrebbe dovuto essere il quadro giuridico dell’accordo. L’accordo di cessate il fuoco raggiunto in autunno avrebbe dovuto riportare le truppe israeliane entro una linea di demarcazione chiamata “linea gialla”, che assegnava a Israele circa il 53% del territorio di Gaza in vista di un suo ritiro. Il cessate il fuoco mediato da Stati Uniti, Qatar ed Egitto — con Trump che si era presentato come garante personale degli accordi di Sharm el-Sheikh — è diventato, nelle parole dello stesso Netanyahu, una raccomandazione non vincolante. Il primo ministro israeliano interpreta il cessate il fuoco come un consiglio, non una prescrizione. Un distinguo semantico con conseguenze materiali di proporzioni enormi.
Due milioni di persone in cento chilometri quadrati
Le conseguenze umanitarie di questa progressione territoriale non sono proiezioni ipotetiche: sono già in corso. Secondo varie organizzazioni di diritti umani, il progetto nasconde in realtà un piano a lungo termine di pulizia etnica, attuato rendendo insopportabili le condizioni di vita nella Striscia. In questi mesi l’esercito israeliano ha continuato a bombardare Gaza: gli attacchi hanno ucciso oltre 850 persone da quando è in vigore il cessate il fuoco.
Dall’inizio della guerra, il 7 ottobre 2023, 72.819 persone sono state uccise e 172.894 ferite, secondo il ministero della Salute di Gaza. Oltre due milioni di palestinesi sarebbero compressi in poco più di 100 chilometri quadrati se l’obiettivo del 70% venisse raggiunto — in un territorio già ridotto a un paesaggio di macerie sistematicamente demolite dall’IDF nella propria zona di controllo. Il Post + 2
Non si tratta di effetti collaterali imprevisti di una strategia militare: è la strategia. Il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito che esistono piani per espellere centinaia di migliaia di palestinesi “al momento giusto e nel modo giusto”. Una dichiarazione pronunciata alla luce del sole, senza eufemismi, da un ministro in carica di uno Stato che riceve finanziamenti, forniture militari e copertura diplomatica dall’Occidente. Il diritto internazionale qualifica il trasferimento forzato di popolazioni civili come crimine di guerra; Katz lo annuncia come punto programmatico.
La geometria del potere interno
Netanyahu non agisce nel vuoto. La sua posizione interna è quella di un premier sotto processo per corruzione, ricatto e frode, che governa grazie a una coalizione tenuta insieme da forze nazionaliste religiose — Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich — che considerano Gaza un territorio da annettere e i palestinesi un problema demografico da risolvere. L’escalation permanente non è dunque solo una scelta strategica verso Hamas: è anche la valvola di pressione che tiene in piedi il governo. Ogni avanzamento territoriale consolida una coalizione altrimenti instabile; ogni tregua rischia di aprire crisi politiche interne.
Dall’altra parte dell’opposizione israeliana, Naftali Bennett e Yair Lapid non contestano l’occupazione in quanto tale, ma la sua gestione: troppo lenta, troppo esposta diplomaticamente, incapace di produrre risultati definitivi. È un’opposizione che gioca sul terreno del nemico, accettandone le premesse e contestandone solo l’efficienza. Il che, dal punto di vista della popolazione civile di Gaza, cambia pochissimo.
Quello che resta, al fondo di questa geometria, è un cessate il fuoco che Al Jazeera ha documentato essere stato violato oltre 2.400 volte, un accordo internazionale trattato come carta straccia dal suo stesso firmatario, e una comunità internazionale che continua a invocare la soluzione dei due Stati mentre fornisce le armi per rendere quella soluzione strutturalmente impossibile. Netanyahu non ha bisogno di annunciare l’annessione formale di Gaza: la sta costruendo un punto percentuale alla volta, davanti a tutti, con la certezza che non succederà nulla. Finora ha avuto ragione.
Netanyahu annuncia di volere il 70% di Gaza. Il cessate il fuoco era solo un consiglio - Kulturjam