Foto: Coloni israeliani intenti a bloccare la raccolta di olive nel villaggio di Sa'ir, in Cisgiordania – foto Ap
Terra rimossa Sulle violenze dei coloni e la pulizia etnica l’ombra del programma del Fondo nazionale ebraico per giovani israeliani problematici
Milioni di euro, raccolti da filiali in giro per il mondo, sono stati investiti negli ultimi anni per trasferire giovani israeliani problematici all’interno delle colonie illegali della Cisgiordania occupata. Soprattutto nelle cosiddette «fattorie d’insediamento», divenute una delle forme di occupazione ed espropriazione più diffuse nella Cisgiordania palestinese.
SPUNTANO come funghi, da nord a sud, fondate da poche famiglie o, sempre più spesso, da piccoli nuclei di giovani e giovanissimi estremisti ultrareligiosi. Anche se ufficialmente non riconosciute neanche dal governo di Tel Aviv, i coloni vengono protetti dai soldati israeliani e ricevono fondi da associazioni nazionali e internazionali per dedicarsi soprattutto all’invasione di terre palestinesi. La principale occupazione di quelli che in Israele vengono definiti «i giovani delle colline» è la pulizia etnica, il furto di bestiame dai villaggi, le aggressioni alle famiglie di pastori palestinesi, la distruzione di abitazioni e infrastrutture. Il resto del tempo lo dedicano a pascolare le capre sui terreni dei villaggi e trasformare pochi prodotti caseari che rivendono in Israele e addirittura all’estero.
I PROGRAMMI di «recupero» si rivolgono a giovani che già vivono all’interno degli insediamenti ma anche a coloro che abitano in Israele, finanziando di fatto un reclutamento di adolescenti a rischio. Abbandono scolastico, piccoli precedenti penali, famiglie difficili, sono le caratteristiche che permettono a diverse organizzazioni – molte delle quali con lo scopo dichiarato di sottrarre terra ai palestinesi – di ricevere fondi per organizzare «formazione lavorativa» e sociale nelle colonie illegali. In teoria, alla fine dei programmi di «reinserimento» i ragazzi dovrebbero ritornare alle proprie case ma nella pratica, secondo il quotidiano israeliano Haaretz, molti di loro scelgono di rimanere e di dedicarsi allo sfollamento violento dei palestinesi.
A FINANZIARE i programmi è la risorsa economica più importante controllata dal movimento internazionale sionista: Keren Kayemet LeYisrael (Kkl), il Fondo nazionale ebraico (Jnf). Il Jewish National Fund è nato insieme al progetto sionista, quarantasette anni prima della fondazione d’Israele, con lo scopo di acquisire terreni nella Palestina storica. Ancora oggi Kkl-Jnf raccoglie fondi globalmente attraverso filiali e organizzazioni ad esso collegate e regolarmente registrate in diversi Paesi.
In Italia la Kkl ets si presenta sul suo sito web come un ente che «investe le proprie risorse in un ampio programma ambientale, operando non solo nel Paese ma come ponte per la pace». Tuttavia, insieme ad altre, la ong israeliana Peace Now denuncia da anni il coinvolgimento del Kkl-Jnf nell’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, attraverso il finanziamento di milioni di shekel per l’acquisizione di terreni tramite operazioni opache e spesso segrete. L’ente ha mantenuto in decenni un ruolo attivo nel sostegno agli sfratti delle famiglie palestinesi a vantaggio dei coloni israeliani, collaborando con gruppi estremisti per la promozione di progetti turistici e infrastrutturali discriminatori.
NELL’EDITORIALE principale del 2 ottobre 2023 Haaretz definiva, polemicamente, il Jnf il «Fondo nazionale di insediamento e annessione», specificando il continuo consolidamento del «suo ruolo di attore chiave nell’impresa degli insediamenti e nel conseguente «saccheggio e spossessamento dei palestinesi in Cisgiordania», in preparazione di una futura annessione. «Come tutti gli altri attori coinvolti negli insediamenti – si legge nell’editoriale – anche il Jnf sembra considerare leciti tutti i mezzi. E se non lo sono, lo saranno retroattivamente in futuro».
Secondo un’indagine diffusa nel 2024 dalle organizzazioni israeliane Peace Now e Kerem Navot, il Fondo nazionale ebraico ha destinato 4,7 milioni di shekel (circa 1 milione e 300mila euro) a programmi di «assistenza giovanile» negli avamposti illegali a partire dal 2021. Quasi l’intera cifra è stata devoluta ad Artzenu (la nostra terra) – l’organizzazione che ha reclutato volontari per uno degli avamposti più violenti della Cisgiordania occupata – e Mateh Binyamin, che controlla le colonie nel centro della regione. Coloni armati e incappucciati indossavano magliette con i loghi di Artzenu e del Jnf durante i raid contro i villaggi palestinesi a sud di Hebron.
A SEGUITO delle inchieste delle ong, a metà aprile il Fondo ebraico ha dichiarato di aver deciso di sospendere il finanziamento ai programmi di Artzenu e Mateh Binyamin ma che continuerà a sostenere i progetti all’interno di altre «fattorie» di occupazione, come quella di Lechatchila, che toglie terra e libertà alla comunità palestinese di Wadi Qelt, tra Gerusalemme e Gerico.
05/05/2026
Finanzia e annetti, i giovani delle colline con i soldi del Jnf | il manifesto