Amira Hass
Internazionale 1658 | 27 marzo 2026
Un attacco a una sinagoga della diaspora è l’immagine speculare della pretesa di Israele
di rappresentare ogni ebreo ed è quindi molto stupido
Israele è pericoloso per gli ebrei, proprio perché
si presenta come il rappresentante di tutte
le generazioni del popolo ebraico.

Quando insieme agli Stati Uniti bombarda l’Iran e
schiaccia il Libano in una morsa, costringendo
centinaia di migliaia di persone a lasciare
le proprie case, lo fa nel nome di tutto il popolo ebraico,
non solo nel nome dei suoi cittadini ebrei. Mentre
continua la guerra di annientamento e vendetta contro
i palestinesi, ormai confinati nel 48
per cento della Striscia di Gaza, si pone
come ambasciatore per gli ebrei di tutto
il mondo.
Quando lascia campo libero ai coloni
e ai mista’arvim (unità antiterrorismo
sotto copertura) per massacrare i palestinesi,
ha in mente gli ebrei della diaspora
che verranno a stabilirsi nel suo
territorio o per lo meno investiranno lì
le loro ricchezze. Quando accelera l’espulsione
dei palestinesi dalla Cisgiordania
e li rinchiude nelle enclave che
progettava da tempo, Israele lo fa pensando ai milioni
di ebrei che potrebbero ancora essere costretti a scappare
e a emigrare finalmente nel paese quando l’antisemitismo
aumenterà.
Dal 3 al 14 marzo ci sono stati almeno sette episodi
di violenza contro alcune sinagoghe e una scuola
ebraica ultraortodossa in Canada, Europa e Stati Uniti,
senza provocare vittime. La scelta di istituzioni religiose
come bersaglio di attentati esplosivi, anche se
si tratta di ordigni artigianali, puzza di antisemitismo.
Queste istituzioni sono bersagli comodi.
Un attacco contro una sinagoga, anche se inizialmente
pensato per essere simbolico, indica un desiderio
d’instillare paura e danneggiare gli ebrei anche
in altre parti del mondo. Un attacco a una sinagoga
nella diaspora, in particolare, è l’immagine speculare
della pretesa di Israele di rappresentare ogni ebreo ed
è quindi molto stupido.
Potrebbe incoraggiare le persone a trasferirsi nella
terra tra il fiume e il mare, il contrario di ciò che sarebbe
nell’interesse dei palestinesi.
Gli attacchi sono anche espressione di un desiderio
di vendetta. Vendetta per una famiglia spazzata
via, per un quartiere scomparso, per i bambini estratti
tremanti dalle macerie. Ma chi meglio di Israele e
dei suoi cittadini ebrei può capire il desiderio di vendetta?
Dal 7 ottobre 2023 la vendetta sadica è stata il
principio guida per troppi agenti penitenziari, soldati,
coloni, ufficiali di polizia e informatori.
Non è la stessa cosa, direbbero i nostri politici e
diplomatici. E avrebbero ragione. Perché la vendetta
israeliana serve l’antico scopo geopolitico di ripulire
il territorio da tutti gli abitanti arabi. La vendetta contro
di noi è fine a se stessa, priva di pianificazione.
Tra il 13 e il 14 marzo un ordigno è stato fatto detonare
vicino al muro esterno di una scuola ebraica ad
Amsterdam. Ventiquattr’ore prima, il 12 marzo, un
ordigno simile era esploso vicino a una sinagoga a
Rotterdam. Il 9 marzo era toccato a una sinagoga di
Liegi, in Belgio. In precedenza, il 6 marzo,
erano stati sparati alcuni colpi d’arma
da fuoco contro una sinagoga a
North York, in Canada. E il 12 marzo un
uomo armato ha sfondato con il suo veicolo
l’ingresso di Temple Israel, una sinagoga
riformata di Detroit. I poliziotti
hanno ucciso l’autista, identificato poi
come un uomo libanese la cui famiglia
era morta nei bombardamenti israeliani.
In tutti i casi la polizia ha risposto con
prontezza. In alcuni casi un’organizzazione
sciita ha rivendicato gli attentati.
Su X il ministro degli esteri israeliano Gideon Sa’ar
ha scritto: “A Rotterdam è stata attaccata una sinagoga.
Ma i Paesi Bassi hanno ritenuto più importante
intervenire nella menzognera denuncia del Sudafrica
contro lo stato d’Israele. Vergogna!”.
Anche la sua vice, Sharren Haskel, ha usato X per
impartire lezioni ai Paesi Bassi, pur se con toni più indulgenti:
“I leader europei si trovano di fronte a un
momento storico che impone di scegliere tra l’islamismo
radicale e i valori della civiltà democratica occidentale.
Non chiederò mai scusa per aver difeso il
popolo ebraico, in Israele e nella diaspora. Per me è
un dovere morale”. Perfino il presidente israeliano
Isaac Herzog ha espresso solidarietà agli ebrei nei Paesi
Bassi in una conversazione con i leader delle comunità
ebraiche di Amsterdam e Rotterdam.
Qualcuno di loro ha mai chiamato la polizia israeliana
per intervenire contro “l’ebraismo radicale” che
ogni giorno scatena dei pogrom in Cisgiordania? Naturalmente
no. Loro e gli altri politici israeliani che
rimproverano gli europei e gridano all’antisemitismo
anche per una scritta in un cimitero battono tutti i record
dell’ipocrisia. Altrettanto fanno i leader delle
comunità ebraiche della diaspora, che continuano a
sostenere Israele qualunque cosa succeda e non sconfessano
neppure la violenza dei coloni.
Questo rende facile attribuire a ogni ebreo della
diaspora la complicità e il sostegno a tutte le atrocità
commesse da Israele e dai soldati e coloni reclutati
per questo scopo.