di Mohammad Fakih
The Canary, 8 gennaio 2026
La lotta per l'acqua al confine tra Libano e Palestina non può essere separata dalla più ampia architettura del potere coloniale che ha plasmato il moderno “Medio Oriente”. Dal momento in cui Gran Bretagna e Francia imposero i confini del 1923, il movimento sionista considerò i fiumi del Libano meridionale – in particolare il Litani – come componenti essenziali del suo progetto coloniale. Non si trattava solo di una disputa tecnica sull'irrigazione, ma di una contesa geopolitica in cui l'acqua diventava sia un simbolo che uno strumento di espansione. In qualità di ricercatore libanese impegnato a favore della sovranità e contrario alle invasioni sioniste, mi è impossibile leggere questa storia senza riconoscere quanto profondamente l'idropolitica abbia influenzato la logica della spoliazione che in seguito è culminata nell'occupazione e in ripetute guerre.
La frustrazione sionista: il Litani posto fuori portata, nel profondo del Libano
Tra il 1923 e il 1968, l'acqua rimase al centro delle obiezioni sioniste alla linea di confine anglo-francese. Tale linea, tracciata con la tipica indifferenza coloniale, collocava l'intero fiume Litani all'interno del territorio libanese, a soli quattro chilometri dalla frontiera. Per gli strateghi sionisti, era una perdita sostanziale. Il più ambizioso dei loro piani per la colonizzazione agricola si basava sul deviare parte del fiume Litani verso est nel fiume Hasbani, alimentando il fiume Giordano e infine irrigando il Negev. Gli accordi anglo-francesi non prevedevano tale deviazione. La commissione proposta per studiare l'uso congiunto dell'Hasbani non fu mai costituita. Il primo terreno di confronto idro-politico fu caratterizzato dall'assenza: nessuna cooperazione, nessuna governance condivisa, nessun riconoscimento dei diritti del Libano.
Ironia della sorte, inizialmente il Libano non trasse alcun vantaggio dal fallimento del sionismo. Il mandato francese fece scarso uso del fiume, sacrificando i settori industriale e agricolo a favore di quello dei servizi. Nel 1936 l'irrigazione era limitata a piccole zone e il potenziale idroelettrico era ancora ignorato. Gli strateghi sionisti osservavano attentamente. Per loro, l'uso limitato del Litani da parte del Libano era uno spreco. Lo consideravano come una “prova” a favore del fatto che il fiume dovesse essere integrato nei piani regionali sionisti. Gli studi condotti negli anni '30 e '40 incoraggiavano questa visione. Ad esempio, uno studio dell'Università Americana di Beirut sull'elettricità suggeriva che fosse utile per le zone settentrionali della Palestina. Un'indagine “congiunta” libanese-sionista del 1943 andò oltre, raccomandando che la maggior parte del Litani fosse deviata verso la Palestina, con il Libano compensato in elettricità. Per i sionisti, il Litani rimaneva centrale nel sogno di far fiorire il Negev.
Il primo tentativo di occupazione del Libano nel 1948
La Nakba alterò drasticamente il panorama politico. Il Libano, già fragile al suo interno, non poteva rischiare lo stigma di fornire “acqua araba” a uno Stato sionista costruito sulla spoliazione palestinese. Il Libano trasse profitto dagli effetti economici del boicottaggio arabo e l'indagine delle Nazioni Unite del 1949 dimostrò che il Libano poteva utilizzare una quantità di Litani molto maggiore di quella ipotizzata dal rapporto del 1943. La cooperazione divenne politicamente tossica. Qualsiasi governo libanese disposto a vendere acqua a Israele avrebbe dovuto affrontare una rivolta interna e l'indignazione araba. L'idropolitica non era più una questione tecnica, ma era diventata un'arena di lotta anticoloniale.
Israele mostrò poca comprensione per la delicata posizione del Libano. Durante la guerra del 1948, le sue forze occuparono il territorio vicino all'ansa del Litani. Si ritirarono nel 1949 solo perché si aspettavano che il Libano firmasse un trattato di pace: un pio desiderio strategico. L'episodio sottolineò lo stesso schema: Israele intendeva assicurarsi le risorse idriche con la forza ogni volta che la diplomazia falliva. Ciò che i pianificatori sionisti avevano immaginato di ottenere attraverso accordi, ora cercavano di ottenerlo attraverso l'occupazione.
Il tentativo di Israele del 1953 di deviare il corso del fiume Giordano suscitò proteste internazionali, portando all'intervento americano. La Missione Johnston cercò di raggiungere un accordo multilaterale sull'acqua. Il suo “Piano principale” accettò, su insistenza del Libano, il fatto che il Litani fosse un fiume nazionale libanese, escludendolo dal progetto. Israele ribatté con il Piano Cotton, sostenendo che il Libano aveva bisogno solo della metà della sua acqua e avrebbe dovuto vendere il resto. Tuttavia, Israele non aveva alcun diritto legale: il Litani si trova interamente all'interno del territorio libanese. La politica interna del Libano rese impossibile la cooperazione. Qualsiasi accordo avrebbe provocato una reazione araba e instabilità interna.
I sogni idropolitici sionisti cominciano a sgretolarsi
Nel 1955 Israele abbandonò la sua rivendicazione sul Litani e modificò la sua posizione negoziale. La premessa che aveva guidato la strategia sionista dall'inizio del XX secolo – il controllo del Litani, la deviazione verso il Negev, l'influenza idropolitica regionale – stava lentamente crollando. Ciò che rimaneva era la frustrazione, un senso di ambizione frustrata che avrebbe poi influenzato l'atteggiamento aggressivo di Israele nei confronti del Libano meridionale.
La prima fase della controversia sull'acqua rivela un modello strutturato di idropolitica coloniale: la ricerca sionista dell'acqua libanese, il tentativo del Libano di mantenere la sovranità nonostante l'immensa pressione e la trasformazione dell'acqua in un fronte centrale di resistenza. Non si trattava di una disputa ingegneristica, ma di una lotta per la terra, la popolazione e la legittimità di un progetto coloniale. Il Litani, situato appena oltre la portata sionista, è diventato un simbolo della precaria autonomia del Libano e della continua contesa tra sovranità regionale e ambizioni espansionistiche.
Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze
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La Palestina rivendicata dall'Organizzazione Sionista Mondiale nel 1919 alla "Conferenza di pace" di Parigi (WikiMedia Commons). È inclusa la parte meridionale dell'attuale Libano con gran parte del fiume Litani. |
La situazione attuale, sostanzialmente invariata rispetto a questa mappa del gennaio 2025 (fonte: ISPI/L'orient Le Jour) |

