Il nuovo metodo di Israele per cacciare i palestinesi

In Sudafrica sono atterrati alcuni aerei carichi di abitanti di Gaza.

L’ultima di una lunga serie di iniziative decise dagli israeliani

per trasferire la popolazione palestinese con la forza

Refaat Ibrahim, Al Jazeera, Qatar

Internazionale 1641 | 21 novembre 2025

Il 13 novembre un aereo con a bordo

153 palestinesi di Gaza è atterrato in

Sudafrica senza la necessaria documentazione.

I passeggeri sono rimasti

bloccati sull’aereo per dodici ore

prima che le autorità sudafricane, che

hanno dichiarato di non essere state informate

dagli israeliani sul volo di espulsione,

consentissero lo sbarco per motivi

umanitari.

I palestinesi a bordo avevano pagato

tra i 1.500 e i cinquemila dollari ciascuno

a un’azienda chiamata Al Majd Europe

per lasciare Gaza. L’iniziativa è gestita da

alcuni palestinesi in coordinamento con

le autorità di occupazione israeliane. Almeno

altri due voli simili sono stati effettuati

dal giugno scorso.

Questo è il metodo più recente usato

da Israele per spopolare Gaza, un obiettivo

storico del suo regime di apartheid che

risale all’inizio del novecento.

Fin dagli albori del movimento sionista

i palestinesi sono stati percepiti come

un ostacolo demografico alla creazione di

uno stato ebraico. Alla fine dell’ottocento

Theodor Herzl, uno dei padri fondatori

del sionismo, scrisse che il trasferimento

degli arabi dalla Palestina doveva essere

parte del progetto sionista, suggerendo

che le popolazioni povere potevano essere

spostate oltre i confini e private di opportunità

lavorative in modo discreto e

oculato. Nel 1938 David Ben Gurion, leader

sionista che in seguito sarebbe diventato

il primo premier di Israele, affermò

di essere favorevole al “trasferimento”

forzato dei palestinesi e di non vederci

nulla di “immorale”. In parte questa visione

fu attuata dieci anni dopo con la

Nakba del 1948, quando più di 700mila

palestinesi furono costretti a lasciare le

loro case in quella che lo storico israeliano

Benny Morris ha definito una pulizia

etnica “necessaria”.

Dopo il 1948 Israele ha proseguito su

questa strada. Negli anni cinquanta decine

di migliaia di palestinesi e beduini palestinesi

furono trasferiti con la forza dal

deserto del Naqab (Negev) alla penisola

del Sinai o alla Striscia di Gaza, che all’epoca

si trovava sotto l’amministrazione

egiziana. Dopo la guerra del giugno 1967,

quando occupò Gaza, la Cisgiordania e

Gerusalemme Est, Israele adottò una

strategia che definì di “migrazione volontaria”.

L’idea era creare condizioni di vita difficili,

anche attraverso la demolizione di

case e la riduzione delle opportunità di

lavoro, per spingere gli abitanti ad andarsene.

Lo stesso fu fatto nei campi profughi

di Gaza creando degli “uffici per l’emigrazione”:

chi aveva perso ogni speranza di

tornare alla propria casa riceveva denaro

e l’organizzazione del viaggio per partire.

Israele ha anche incoraggiato i palestinesi

ad andare a lavorare all’estero, soprattutto

nel Golfo. Il prezzo che dovevano pagare

per andarsene era l’esilio permanente.

Nessun ritorno

Dopo il 7 ottobre 2023 Israele ha visto

un’altra possibilità di portare avanti il suo

piano di pulizia etnica di Gaza, questa volta

attraverso il genocidio e l’espulsione

forzata. Ha pensato di avere la simpatia

internazionale e il capitale diplomatico

necessari per compiere questa atrocità,

come dimostrano le dichiarazioni di vari

funzionari israeliani, tra cui i ministri Itamar

Ben Gvir e Bezalel Smotrich. Questi

ultimi hanno perfino proposto il “piano

dei generali” per spopolare completamente

il nord di Gaza.

Il nuovo piano per costringere i palestinesi

a lasciare Gaza rientra a pieno titolo

in questa tendenza storica. La differenza,

però, è che stavolta i palestinesi devono

pagare il proprio sfollamento forzato e

la loro disperazione è sfruttata da collaborazionisti

palestinesi in cerca di profitti

facili. Ciò, naturalmente, impoverisce

ancora di più la popolazione e crea nuove

tensioni e fratture interne.

Il piano attuale, come i precedenti, ha

la caratteristica fondamentale di negare il

ritorno ai palestinesi. Nessuno dei passeggeri

dell’aereo ha ricevuto il timbro di

uscita sul passaporto, motivo per cui le

autorità sudafricane hanno avuto problemi

con le procedure di ingresso. Non avere

un documento legale che attesti l’uscita dal territorio di Gaza occupato da Israele

significa che queste persone sono classificate

automaticamente come migranti irregolari

e non possono tornare.

È importante chiarire perché Israele

permette la partenza di questi voli, mentre

impedisce l’evacuazione di palestinesi

malati e feriti o di studenti ammessi in

università straniere. Le loro uscite sarebbero

legali e comporterebbero il diritto al

ritorno, cosa che Israele non vuole permettere.

Non sorprende che ci siano palestinesi

pronti a cadere nell’inganno di

questi voli. Due anni di genocidio hanno

spinto la popolazione di Gaza a una disperazione

inimmaginabile. Tanti abitanti

della Striscia salirebbero volentieri

su quei voli. Ma Israele non può mandarci

tutti in Sudafrica.

In tutti questi decenni di occupazione

sionista i palestinesi hanno perseverato.

La loro tenacia di fronte a guerre, assedi,

incursioni nelle case, demolizioni, furto

di terre e assoggettamento economico

conferma che la terra di Palestina non è

solo un luogo dove vivere, ma un simbolo

di identità e storia al quale non vogliono

rinunciare. Negli ultimi due anni Israele

ha distrutto le vite e le case di due milioni

di palestinesi. E neppure tutto questo è

riuscito a uccidere la loro forza d’animo e

la voglia di restare aggrappati alla terra. I

palestinesi non voleranno via. Siamo qui

per restare.

 

Refaat Ibrahim è uno scrittore di Gaza,

che si occupa di questioni sociali, politiche

e umanitarie legate alla Palestina.