Il lungo viaggio tra Rafah e l’Egitto

Il lungo viaggio tra Rafah e l’Egitto | il manifesto

Vincenzo Mattei Il Manifesto 1 marzo 2024

 

Reportage Il confine è segnato da un muro alto cinque metri: di là la Striscia, rasa al suolo dall'esercito di Israele; di qua, il paese africano, da cui passano tra mille difficoltà i camion con gli aiuti

Il muro di cemento è alto circa 5 metri, si srotola come un serpente ai confini della Striscia, ricorda quello di Gerusalemme per entrare a Betlemme. D’altronde lo scopo è sempre lo stesso: confinare i palestinesi, che sia in un punto o in un altro di questo snodo territoriale dove una volta costituiva il crocevia della Via della Seta per l’Africa settentionale.

Il viaggio dal Cairo è stato lungo ed estenuante, i checkpoint da passare sono un’infinità e i controlli minuziosi, soprattutto quando bisogna superare il tunnel che attraversa il Canale di Suez. In Sinai nel governatorato di Port Said si attendono due auto della polizia con a bordo unità speciali dell’esercito egiziano che scorterà l’autobus di giornalisti fino a Rafah e per il ritorno in serata. Dovrebbe essere un modo forse per infondere più sicurezza, ma vedere uomini incappucciati e con mitra a tracolla non è mai piacevole, anche se «schierati» dalla propria parte.

La costa settentrionale del Sinai è un susseguirsi di uliveti, palmeti, dune del deserto, orti di verdure, ricorda le coste italiane, la differenza è nel terreno sabbioso, ma le acque del Mediterraneo sono le stesse. A Rafah il muro incute un senso di claustrofobia, di pesante angoscia. Pensare che un’intera popolazione sia intrappolata in un fazzoletto di terra di soli 360 km2, quasi un quarto della città di Roma, circondata di tralicci di cemento piantati come totem uno accanto all’altro non si può chiamare ghetto per la comunità internazionale, ma sicuramente la si può apostrofare una prigione a cielo aperto. Secondo il presidente Trump i palestinesi sarebbero da invidiare per il posto in cui vivono, forse nella sua mente anche fortunati: il miglior angolo del Mediterraneo in Medio Oriente con vista sul mare… Se la sua ricostruzione immobiliaristica sarà attuata allora che i muri verranno abbattuti? Si spera, ma chissà se i palestinesi ci saranno.

La recinzione di cemento è solo dal lato egiziano per l’accesso a Rafah, è costeggiato da file chilometriche di camion che attendono il proprio turno per entrare nella Striscia di Gaza, Secondo l’accordo tra Hamas e Israele dal 19 gennaio, quando è entrata in vigore la tregua, ogni giorno sarebbero dovuti entrare a Gaza 600 camion di aiuti, di cui 200mila tende e 60mila casette mobili più macchinari per la rimozione delle macerie. A oggi non solo non entrano 600 camion al giorno, ma le tende consegnate sono solo 20mila e le casette e i bulldozer sono zero. È una violazione grave dell’accordo di tregua.

Alcuni convogli attendono da più di una settimana secondo la testimonianza e le lamentele di molti conducenti. «Ci sono delle condizioni che dobbiamo rispettare, ogni giorno facciamo il possibile per fare entrare a Gaza il più alto numero possibile di beni di prima necessità», afferma il rappresentante dell’Organizzazione Araba dei Diritti Umani Diaa Al-Shammari. «Ogni giorno cambia la modalità d’ingresso anche perché cambiano le condizioni sul campo, al momento sono contingentati». Interpellato sulla condizione interna lascia cadere sconsolato le braccia: «Abbiamo visitato diversi ospedali (ad Al Arish in territorio egiziano n.d.r.) e intervistato alcuni feriti e persone con malattie croniche, palestinesi ricoverati là. Ci hanno raccontato dei drammi umanitari accaduti a Gaza come quello avvenuto cinque giorni prima dell’inizio della tregua di una famiglia che è stata erroneamente bombardata. È sopravvissuta solo una ragazza, due sorelle, il fratello e i genitori sono morti … purtroppo posso solo ripetere quello che apprendo dai media: mancanza d’acqua, di elettricità, di cibo e della completa assistenza sanitaria. Siamo dalla parte egiziana e ho delle direttive che devo rispettare e che mi impongono di non aggiungere altro», conclude Al-Shammari. Ci sono altri delle autorità egiziana e internazionale che rilasciano interviste come lui, tutti abbottonati nelle loro dichiarazioni formali, ma forse non possono fare altrimenti per non compromettere la fragile tregua, le parole possono essere potenti quando strumentalizzate a proprio uso e consumo da parte di governi e di politici.

«Israele si vuole assicurare di distruggere tutto: stiamo parlando del settore sanitario, delle scuole, delle infrastrutture … E le persone in questo momento stanno soffrendo per la mancanza di cibo, acqua pulita e accesso all’assistenza sanitaria. La nostra missione in questo momento è di assicurarci che ogni aiuto venga consegnato. La parte egiziana sta facendo un ottimo lavoro per fornire questi beni alla gente e per cercare di far entrare gli aiuti a Gaza. Ma stanno affrontando ostacoli da parte israeliana, questo non è altro che un genocidio», afferma Yamil Mahmoud, Gazawi, direttore dell’unità di lavoro giovanile dell’Unicef per i diritti umani.

Alcuni operatori della Mezza Luna Rossa (la Croce Rossa araba) escono dalla dogana egiziana mentre alcune ruspe entrano dallo stesso cancello. Infatti sugli autoarticolati che stazionano lungo la muraglia grigia ce ne sono molte insieme a camion con i cassoni vuoti, secondo i conducenti entreranno a Gaza per sgomberare le macerie, c’è anche un compattatore per stendere l’asfalto. «Gli autisti e i lavoratori si trovano qua, alcuni sono già al lavoro dentro Gaza, ci sono dei dormitori all’interno della dogana egiziana dove possono dormire e riposare», afferma un guidatore che preferisce rimanere anonimo. La conferma viene data parzialmente più tardi, quando in un autogrill nel viaggio di ritorno la televisione egiziana manda in onda un servizio su Gaza con immagini di caterpillar che spostano macerie. Sotto questo punto di vista questa volta l’Egitto sembra fare la sua parte, impossibilitato forse a fare di più e ingabbiato dagli accordi di Camp David, tra Israele e Donal Trump, con quest’ultimo che vorrebbe che il generale Al Sisi si facesse carico di parte dei palestinesi che nella sua idea dovrebbero essere dislocati fuori dalla Striscia.
Al momento Al Sisi ha dichiarato che gli accordi del 1978 firmati da Sadat non prevedevano nulla di tutto questo. Certo perdere una somma di circa 1,4 mld di dollari sarebbe una voragine enorme per le precarie casse egiziane, ma la stabilità politica della terra dei faraoni è un caposaldo per l’intera regione, e come insegna il caso Regeni, la realpolitik non guarda in faccia a nulla e a nessuno.

Oltre agli escavatori sui rimorchi ci sono moduli abitativi. «Hanno due camere da letto, un bagno e una cucina, possono andar bene per famiglie di quattro/sei persone», afferma Abu Ali, giovane conducente di Manchiyya. «Sì, sono qua da circa due settimane, noi purtroppo siamo gli ultimi ad entrare, la priorità è il cibo», afferma sconsolato. Infatti ciò crea non pochi momenti di attrito, come l’alterco tra il responsabile Mohamed che lavora alla frontiera con Gaza da oltre 15 anni e un autista di bulldozer esasperato dall’immobilismo e dalla sua giovane età.

Un camion esce dal confine, i rimorchi sono vuoti. «Portavo sacchi di farina», afferma frettolosamente il guidatore tirando su il finestrino e dirigendosi verso Al Arish in Egitto. Alcuni non parlano volentieri. Fanno solo il loro lavoro, potrebbe essere anche un modo per evitare di essere emotivamente troppo coinvolti, spesso bisogna lasciarsi scivolare delle situazioni che a volte è difficile da sopportare, forse la sera a casa, sedendosi per la cena con moglie e figli si sentirà un uomo fortunato ripensando a quello che ha appena visto lo stesso giorno a Gaza.

Mohamed Ahmed invece ha scaricato un rimorchio cisterna pieno di diesel. «Le persone a Rafah sembrano stare bene, sono contente di essere ritornate ma la situazione non è affatto bella. Ora torno a casa, a Suez, ma sicuramente tornerò». Quasi tutti gli autisti sono stati assunti direttamente dal governo egiziano usando i propri mezzi.

Andil Fattah Mohamed, 40 anni, di Shahareyya nel Delta del Nilo, porta un carico di pappe e biscotti per bambini. «Io scarico tutto appena entro e poi me ne vado per un altro carico, ci pensano quelli dell’esercito e della Mezza Luna per la distribuzione. Con oggi sono venti giorni che faccio avanti e indietro. Che devo dire, sono triste per quello che sta accadendo a Gaza, è vergognoso quello che sta accadendo, spero che Allah in qualche modo li aiuti», afferma sconsolato. Insieme a Mahamud Abdelrahem, 28 anni di Tanta, e Mohamed Mohamed Ali, 63 anni di Mansura, sono stati ingaggiati da un gruppo di associazioni islamiche della repubblica egiziana.

Mustafa Mohamed sta attendendo da due settimane il suo turno per entrare a Gaza e dare una mano con la sua pala meccanica. «La compagnia Al Aqssa ci fornisce cibo e il dormitorio ma il caterpillar è di mia proprietà, sono dell’Arish, qui vicino, come la maggior parte di noi. Sono contento che il Signore mi abbia dato questa possibilità di entrare a Gaza per aiutare i nostri fratelli palestinesi», afferma con uno sguardo pieno di speranza.

«Il personale qui a Rafah ci ha detto che sta cercando di far passare il più alto numero possibile di camion con il cibo e altri aiuti supplementari, ma si deve confrontare con la difficoltà da parte israeliana che ogni giorno riduce la quantità di camion che dovrebbero entrare a Gaza, quando la gente là sta soffrendo e morendo. L’aiuto che entra a Gaza da parte della comunità internazionale dovrebbe essere il più possibile perché in 16 mesi è stato distrutto tutto. E la mancanza di acqua pulita, cibo, infrastrutture e case. Stiamo parlando di metà della gente di Gaza che non ha un riparo, stiamo parlando di più di 50.000 persone uccise, sicuramente circa 10.000, forse di più, sono ancora sotto le macerie. Più di 110.000 sono i feriti. Il 70% di loro erano donne e bambini», puntualizza Yamil Mahmoud dell’Unicef.

Interpellato sul piano immobiliarista del presidente Trump, Mahmud dice la sua: «Sono 20 anni che si parla di progetti, i gazawi ne hanno sentiti parecchi, ma no, la gente vuole vivere nella propria terra, non c’è modo di andarsene. Hanno costruito le loro vite a Gaza, non penso che la gente accetterà un piano del genere. Penso che siano i gazawi che debbano decidere ciò che è bene e ciò che è male per loro, e parlo prima come gazawi e non come un lavoratore per i diritti umani: non lascerò mai Gaza per nessun motivo, in nessuna circostanza … il contrario significherebbe solo una cosa: deportazione».

In un periodo storico come quello attuale in cui il mondo sembra camminare al contrario e ritornare a logiche novecentesche, in questo dispotismo terroristico politico, forse bisognerebbe riscoprire una nuova utopia, perché come ci ricorda Galeano è l’unica idea che ci permette di camminare in avanti. E allora perché non pensare che tra cinquant’anni invece di parlare di UE si possa intravedere una nuova formazione giuridica di stati che includa l’Unione con i paesi arabi del nord Africa e del Medio Oriente? Bisogna andare oltre i confini mentali del presente, l’attuale emigrazione verso l’Europa porta sì a tanti contrasti con gli immigrati, ma anche un’opportunità e a una nuova forma di integrazione e di ruolo nel mondo politico europeo che potrebbe essere un viatico per instaurare dei legami più profondi che possano inglobare politicamente tutti i paesi del Mediterraneo con il resto dell’Europa. Un’utopia? Forse, ma se non si guarda al futuro in maniera diversa questa parte del mondo continuerà con guerre e contrasti ciclici che potrebbe includere anche i paesi europei e non solo arabi. Se si vuole che molti dei diritti e dei principi universali sorti dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale non muoiano sotto quelle di Gaza e dei neo-revisionisti contemporanei, bisogna andare oltre, bisogna guardare oltre l’oggi e gettare le basi di un’idea che permette di camminare in avanti già nel presente.

Il bus si riempie di nuovo e s’incammina verso l’ospedale generale di Al Arish, un folto numero di pazienti palestinesi ha avuto la fortuna, o la sfortuna, di poter essere ricoverato presso questa struttura e non essere abbandonato dietro il muro. Si percorre un dedalo di vani e piani prima di arrivare nell’ala più appartata dove sono i degenti di Gaza. Mariam (nome fittizio) tiene in braccio suo figlio più piccolo di circa 2 anni, ha il viso curato e truccato, l’accento marcatamente palestinese. Intervistata da Sky News Arabeyya ripercorre con la mente la bomba che è scoppiata nella casa dei vicini, la figlia Elin guarda fisso attraverso l’inviato, uno sguardo vitreo in tutti i sensi, perché nell’esplosione è stata colpita da una scheggia e l’occhio sinistro è completamente bianco, l’iride scomparsa. Sembrano stare bene, la madre si è preoccupata di avere un aspetto rispettabile forse sapendo che sarebbero venuti dei giornalisti, anche la figlia ha i capelli ben pettinati e per un momento sorride perché vistosamente emozionata sapersi davanti alla televisione e un microfono alla sua tenera età. Bastano pochi secondi di racconto e la madre crolla a piangere mentre la guarda, tira il viso dietro coprendosi con una mano per non farsi vedere, come se le lacrime le portassero una vergogna di cui lei non ha colpa. Un momento intimo che forse non è dovuto alla ferita e al trauma permanente di Elin, ma da quello al quale ha dovuto assistere, i proprio figli sono qui con lei nell’ospedale egiziano, altri non hanno avuto la stessa fortuna, e forse in quel momento, mentre le lacrime scendono sono propri i volti di chi non ce l’ha fatta a passarle davanti. Elin si stringe le mani sul viso e il pianto dirotto risuona nella stanza, nei microfoni muti, nelle immagini fisse di una telecamera che appena riesce a carpire quel dolore.