Il Fatto: Il boicottaggio dei marchi ritenuti “vicini” ad Israele inizia a dare qualche risultato

E le aziende corrono ai ripari

di Mauro Del Corno, Il Fatto Quotidiano 24/1/2024

Capire se gli appelli al boicottaggio di marchi che hanno veri o presunti legami con Israele stiano producendo effetti concreti è difficile. Tuttavia qualche ricaduta, soprattutto nei paesi africani e mediorientali, sembra esserci. Lo testimonia anche la corsa delle aziende coinvolte a rilasciare dichiarazioni in cui ribadiscono la loro assoluta neutralità politica. Movimenti a sostegno della Palestina hanno da tempo messo all’indice marchi come la francese Carrefour, la svizzera Nestlé e le americane McDonald’s, Coca Cola, Starbucks, a cui viene imputato di aver sostenuto raccolte fondi per Israele, di inviare prodotti gratis alle forze armate di Tel Aviv o di avere stabilimenti nelle zone colonizzate. Si tratta di campagne per lo più spontanee, salvo qualche eccezione. In Turchia alcuni funzionari governativi spingono per una messa al bando della Coca Cola e il Parlamento ha rimosso la bibita dalle sue caffetterie. Le vendite del quarto trimestre sarebbero diminuite nel paese del 22%. Cifre per ora ce ne sono poche, specie in termini di mancati ricavi e/o calo dei profitti, si tratta di marchi con una presenza geografica estremamente diversificata che quindi sono in grado di assorbire crisi localizzate. Né l’andamento delle azioni delle quotate sembra dare indicazioni in tal senso. Qualcosa di più si capirà con la diffusione dei bilanci dell’ultimo trimestre e dell’intero 2023.

Eppure dai piani alti di queste aziende un po’ di nervosismo trapela, soprattutto per i rischi che il boicottaggio si allarghi e per la natura della protesta. All’interno di un approfondimento dell’agenzia Bloomberg il professore di politica del Medio Oriente alla London School of Economics Fawaz Gerges, rileva come questi boicottaggi siano notevoli in quanto intensi, transnazionali e guidati da popolazioni giovani. “Sia McDonald’s che Starbucks, stanno soffrendo”, perché, soprattutto i giovani con maggiori capacità di spesa, sono molto consapevoli di ciò che sta accadendo e si sentono molto attivi e coinvolti, ha spiegato Gerges. La consapevolezza di come Washington sia favorevole a Israele e sia implicata direttamente nelle sue azioni militari si riflette sull’immagine dei marchi che vengono percepiti come parte di questo impero commerciale, finanziario e di soft power”. Da paesi come Giordania o Kuwait giungono resoconti di punti vendita di McDonald’s e Starbuck’s desolatamente vuoti ormai da oltre tre mesi.

 

La situazione di MC Donald's  viene illustrata anche da Beth Harpaz giornalista di The Forward.The Forward, 2/7/24

...L’ultimo rapporto sugli utili di McDonald’s mostra che la guerra a Gaza sta danneggiando i suoi profitti. La società ha attribuito i ricavi inferiori alle attese, riportati lunedì nei rapporti sugli utili del quarto trimestre, al conflitto Israele-Hamas. Il calo delle vendite è apparentemente legato al franchising di McDonald’s in Israele che dona pasti ai soldati israeliani, cosa che ha suscitato indignazione nel mondo arabo e lo sviluppo del movimento per boicottare McDonald’s.McDonald's Israel ha annunciato la donazione per nutrire i militari sulla piattaforma di social media X, in ebraico, pochi giorni dopo gli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre in Israele. Il franchising israeliano del gigante del fast food, concesso in licenza ad Alonyal Ltd. e di proprietà dell'uomo d'affari Omri Padan, ha dichiarato di aver donato 100.000 pasti ai soldati israeliani, agli operatori umanitari e agli israeliani che vivono vicino al confine di Gaza. Ha inoltre annunciato uno sconto del 50% per i soldati israeliani e altri lavoratori in uniforme presso McDonald’s in Israele, e successivamente si è impegnato a donare altri 4.000 pasti al giorno. Il risultato finale: vendite in calo

Il rapporto sugli utili di questa settimana ha mostrato un rallentamento delle vendite di McDonald’s nei paesi arabi del Medio Oriente, così come nei paesi asiatici a maggioranza musulmana come Malesia e Indonesia. In calo anche le vendite in Francia, paese con cospicua popolazione musulmana.