Cosa c'è dietro le sanzioni contro i coloni israeliani e l'UNRWA

Jodi Rudoren, redattore capo, The Forward, 2 febbraio 2024

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Le notizie diella  settimana sono state caratterizzate da due misure apparentemente audaci dell’amministrazione Biden per reprimere il terrorismo in Medio Oriente: la sospensione dei finanziamenti per l’UNRWA, l’agenzia per i rifugiati palestinesi, e le sanzioni contro i coloni israeliani violenti nella Cisgiordania occupata.

Il mio primo pensiero dopo aver letto l’ordine esecutivo di giovedì 1 febbraio riguardante i coloni è stato: troppo poco, troppo tardi. Colpisce solo quattro uomini, arriva quasi un anno dopo il terribile pogrom nella città palestinese di Huwara e non affronta direttamente gli otto omicidi e i circa 500 attacchi avvenuti nel territorio dal 7 ottobre. Nel frattempo, la risposta alle rivelazioni secondo cui una dozzina di dipendenti dell’UNRWA si erano uniti al barbaro attacco terroristico di Hamas contro Israele sembrava un’esagerazione proprio nel momento sbagliato. Il mondo è già indignato per il bilancio delle vittime, della distruzione e degli sfollamenti che l’esercito israeliano ha causato a Gaza. E se il taglio dei fondi dell’UNRWA, il principale fornitore di cibo e alloggio nel paese, spingesse la crisi umanitaria oltre il limite?

Si scopre che, come per gran parte del conflitto israelo-palestinese, le cose non sono sempre come sembrano.   L’agenzia delle Nazioni Unite è uno dei maggiori datori di lavoro e una presenza onnipresente a Gaza. È sempre rischioso confrontare le cose in questo conflitto irrimediabilmente asimmetrico.  In entrambi i casi, si trattavo di  un gruppo limitato di soggetti (molto) cattivi – quattro coloni, 12 operatori dell’UNRWA – all’interno di entità  molto più ampie. Entrambe le entità  più grandi – circa 500.000 israeliani in Cisgiordania, 13.000 dipendenti dell’UNRWA a Gaza – sono state a lungo demonizzate dalla parte avversa  come i principali ostacoli alla pace. Ed entrambi contengono senza dubbio altri cattivi soggetti: il Wall Street Journal ha riferito che Israele ha prove di 1.200 lavoratori dell'UNRWA-Gaza con legami con Hamas; gruppi per i diritti umani hanno documentato centinaia di coloni che terrorizzano gli agricoltori palestinesi – così come ci sono invece molti dei rispettivi gruppi che sono cittadini onesti. La maggior parte dei coloni israeliani, dopo tutto, non sono fanatici armati, ma famiglie che si sono trasferite in Cisgiordania perché è più tranquilla ed economica rispetto alle affollate principali città israeliane. E l’UNRWA è uno dei datori di lavoro più grandi e stabili a Gaza: la maggior parte dei suoi dipendenti, come la maggior parte dei palestinesi di Gaza, non amano Israele ma non stanno attivamente cercando di distruggerlo.

Un collega ha anche sottolineato che sia gli insediamenti che l’UNRWA avrebbero dovuto essere temporanei, come la stessa occupazione israeliana, e si sono invece trasformati in enormi ostacoli alla soluzione dei due Stati. Quindi, c’è da chiedersi se, come va bene avere una punizione limitata e mirata per i coloni violenti, che colpisca solo pochi individui e non i leader e il sistema che li ha generati,  allo stesso modo vada bene quella che sembra sicuramente una punizione collettiva non solo contro l’UNRWA e i suoi dipendenti ma anche contro i 2 milioni di residenti di Gaza che i dipendenti UNRWA sta assistendo in questo momento.

Ho raccontato tutto questo oltre Michael Walzer, l’eminente filosofo e autore del libro Just and Unjust Wars del 1997.“Non so cosa possano fare gli Stati Uniti oltre a condannare ciò che sta accadendo lì”, ha detto riferendosi alla violenza in Cisgiordania. “Forse sarebbe stato giusto sanzionare i ministri che sono responsabili della Cisgiordania. Sarebbe stato molto più drammatico e non sarebbe stata una punizione collettiva; sarebbe stato diretto e specifico.

Penso che ciò sia determinato dalla politica”, ha aggiunto, “e non da alcun tipo di valutazione morale”.  Questo è ciò che mi ha portato a parlare con un mio fidato amico di Washington, un sionista liberale che ha esercitato pressioni sul Congresso e sulla Casa Bianca per quasi due decenni e, come troppe persone in politica, ha parlato a condizione di anonimato per poter essere franco.  “Tutto questo ha molto più di un segnale che non di un vero e proprio effetto.

Non c’è niente di sbagliato nei segnali. La politica è una questione di segnali”. Mi sono occupato di politica a intermittenza per 30 anni, quindi mi piace pensare di non essere del tutto ingenuo su queste cose. Sicuramente ho capito subito, come abbiamo riferito noi e tutti gli altri, che l'ordine esecutivo di Biden sui coloni è stato programmato di proposito durante la sua visita nel Michigan, uno stato critico e oscillante con una vasta popolazione arabo-americana, nella speranza di placare i democratici di sinistra critici nei confronti del suo convinto sostegno di Israele durante la guerra. Ma sembra che il mio cinismo istintivo possa essersi attenuato. Il mio amico di Washington lo ha spiegato in un batter d’occhio: la sospensione dell’UNRWA non era così dura come sembrava, e le sanzioni contro i coloni avevano più effetto di quanto non sembrasse.

Il Dipartimento di Stato, come riportato martedì dal New York Times, ha già inviato all’UNRWA il 99% dei 121 milioni di dollari dell’attuale dotazione di bilancio degli Stati Uniti, quindi la mossa di Biden priva l’agenzia solo di 300.000 dollari. La vera questione è se l’UNRWA sarà finanziata nella prossima tornata di stanziamenti, con la votazione attesa nelle prossime settimane quando si tatterà di dar seguito alla risoluzione che finanzia il governo degli Stati Uniti fino a febbraio. Il mio amico ha detto che la Casa Bianca vuole continuare a finanziare l’UNRWA, e per farlo ha bisogno dei voti dei democratici e dei repubblicani centristi filo-israeliani. Quindi il taglio dei fondi è stato un gesto per mostrare loro che Biden prende sul serio il problema dell’UNRWA che aiuta Hamas e per fare pressione sulle Nazioni Unite affinché affrontino la questione.

Ha anche sottolineato che Israele in realtà non vuole che l’UNRWA venga privato dei fondi, perché altrimenti Israele sarebbe costretto ad assumersi la responsabilità diretta di nutrire e dare rifugio agli abitanti di Gaza sfollati dalla guerra. E consideriamo poi che esisteva già una soluzione di ricambio: se gli Stati Uniti non riceveranno dal proprio parlamento i finanziamenti all’UNWRA nel prossimo bilancio, ha detto, i paesi europei sposteranno gli aiuti del Programma alimentare mondiale dai paesi meno controversi all’UNWRA, e dovranno essere allora gli Stati Uniti a cprire il Programma alimentare mondiale. Quindi l’UNRWA non interromperà le operazioni a Gaza.

Ora passiamo ai coloni. Anche se nel comunicato del Dipartimento di Stato sono stati nominati solo quattro uomini, l’ordine esecutivo getta le basi per le sanzioni contro i ministri ultranazionalisti del governo del primo ministro Benjamin Netanyahu e i leader del movimento dei coloni che hanno provocato l’impennata della violenza in Cisgiordania. Un’analisi pubblicata oggi da Haaretz ha definito l’ordine esecutivo “un punto di svolta” che “potrebbe alterare in modo irreversibile l’impresa dei coloni in Cisgiordania”.  Dopo decenni di dichiarazioni meschine da parte di Washington secondo cui l’espansione degli insediamenti sarebbe un ostacolo alla pace, le sanzioni rappresentano un passo senza precedenti nella giusta direzione. Sia perché passano dalle dichiarazioni ai fatti, sia perché definiscono la violenza dei coloni non solo come un problema israelo-palestinese ma, come ha affermato un portavoce della Casa Bianca, una minaccia per “gli Stati Uniti” ai suoi interessi di sicurezza nazionale e di politica estera”.

Quindi quello che sembrava un bisturi, ha detto il mio amico di Washington, era in realtà “una pistola carica posata sul tavolo”. L’ordine esecutivo potrebbe anche innescare una rottura tra Netanyahu e i coloni di estrema destra della sua coalizione, il che potrebbe significare la fine del suo regno.  “Entrambe queste cose riguardano la emissione di segnali– sono entrambi tentativi di modellare la politica futura di soggetti sui quali non si ha molto potere”, ha detto il mio amico a proposito del doppio passo di Biden UNRWA-coloni. Non c’è niente di sbagliato nei segnali”, ha aggiunto. “La politica è una questione di segnali”. Walzer, il filosofo, aveva sollevato un punto importante durante la nostra conversazione su ciò che il passo verso il definanziamento dell’UNRWA avrebbe comportato i coloni. Gli Stati Uniti hanno da tempo limitato l’uso delle loro garanzie sui prestiti e delle sovvenzioni per assorbire gli immigrati entro i confini di Israele precedenti al 1967, e la scorsa estate l’amministrazione Biden ha ripristinato una regola che impedisce al denaro statunitense di andare alle istituzioni accademiche negli insediamenti. Ma la maggior parte dei finanziamenti statunitensi a Israele, 3,8 miliardi di dollari all’anno, è destinata all’acquisto di armi e altro equipaggiamento militare da produttori americani. Quei soldi magari non vengono dati direttamente ai coloni che sradicano gli ulivi palestinesi o danno fuoco alle loro città, ma aiutano a finanziare l’occupazione. “Il bulldozer che sta demolendo il villaggio è stato pagato con i soldi delle nostre tasse? Non lo sappiamo”, ha detto il mio amico. “Se vedi un soldato che sta sopra un palestinese, sul punto di sparargli, e quell’arma è stata fabbricata negli Stati Uniti, è probabile che sia stata pagata da noi”. Sono contenta di aver imparato questo. Non volevo pensare che Washington fosse più morbida nei confronti dei coloni israeliani e più dura nei confronti degli abitanti di Gaza affamati. Spero che ogni lavoratore dell’UNRWA che ha partecipato all’attacco del 7 ottobre venga mandato in prigione e che i suoi capi vengano tutti licenziati. E poi spero che il Congresso continui a finanziare l'agenzia. Spero anche che il Dipartimento di Stato espanda effettivamente le sanzioni per includere i coloni più violenti e i politici che li incitano.E spero che, nonostante tutti i segnali politici, non perdiamo la nostra bussola morale.

Le opinioni espresse nell’articolo non necessariamente sono condivise dalla Redazione. The Forward(=L’Avanti) è un giornale ebraico statunitense online che riflette l’orientamento di J-Street, associazione ebraica liberal, associazione che in tempi recenti si è aspramente contrapposta alla destrorsa AIPAC (American Israel Public Affairs Committee)

 

Trad. a cura di Claudio Lombardi, Associazione di Amicizia Italo-Palestinese