Colonizzatori e militarizzazione dello stupro: il caso palestinese

La pratica  dello stupro come strumento di guerra da parte di Israele non è una novità. La particolarità è che la guerra con i palestinesi dura da 74 anni.

Di Tamam Mohsen (1)    https://mondoweiss.net/2022/08/how-colonizers-weaponize-rape-reflections-from-the-palestinian-case/

La questione della strumentalizzazione della violenza sessuale e dello stupro in tempo di guerra è tornata al centro dell'attenzione dopo i terribili resoconti sulle violenze da parte delle truppe russe sulle donne ucraine nel corso della recente invasione russa. Il difensore civico ucraino per i diritti umani, Lyudmyla Denisova, ha citato alla BBC il caso di "circa 25 ragazze e donne di età compresa tra i 14 e i 24 anni che sono state sistematicamente violentate durante l'occupazione nel seminterrato di una casa a Bucha. Nove di loro sono incinte".

Eppure questa tattica ignobile non è una novità nella storia dell’uso militare della violenza sessuale. Sono passati 30 anni dalla conclusione della guerra civile libanese, eppure le brutalità e le atrocità inflitte al corpo delle donne stanno venendo alla luce solo ora, come si legge in un rapporto pubblicato da Legal Action Worldwide (LAW) il 9 giugno. E ancora più indietro nel tempo, è noto l'uso sistematico dello stupro da parte delle milizie sioniste nel corso della guerra del 1948 come strumento di pulizia etnica e di espropriazione che ha portato allo sfollamento di circa 750.000 palestinesi indigeni per fare spazio al nascente Stato ebraico. Le donne palestinesi, alle quali è toccato di "far nascere la nazione", per dirla con Rhoda Kanaaneh, sono state particolarmente prese di mira da questa pratica sionista di eliminazione, come modo per sbarazzarsi di una popolazione indesiderata.

Questi stessi modi li ritroviamo in forma inquietante negli stupri di donne ucraine da parte dei soldati russi. Secondo la testimonianza di Denisova alla BBC: "I soldati russi hanno detto loro [alle sopravvissute allo stupro] che le avrebbero violentate fino al punto di non voler avere contatti sessuali con nessun uomo, per evitare che avessero figli ucraini".

Lo stupro come strumento di guerra    Lo stupro di donne (e uomini) in tempo di guerra continua ad aumentare ad un ritmo allarmante. I conflitti armati costituiscono l’occasione di esacerbare il fenomeno della violenza sessuale in forme diverse e con vari gradi di gravità.

Durante i conflitti, le donne vengono violentate nelle loro case, sul posto di lavoro, lungo i bordi delle strade, nei campi, ai posti di blocco o mentre cercano di fuggire dalla violenza. Il corpo delle donne diventa un campo di battaglia dove la loro sessualità viene usata militarmente per raggiungere gli obiettivi della guerra.

"Lo stupro non è né accidentale né privato. Ha abitualmente una funzione strategica in guerra e agisce come uno degli strumenti per raggiungere particolari obiettivi militari".

Dorothy Thomas e Regan E. Ralph     Tuttavia, la documentazione degli stupri di guerra è notoriamente difficile, a causa della riluttanza delle sopravvissute a parlare, temendo ritorsioni, stigmatizzazione sociale o rifiuto da parte delle loro comunità. Per non parlare del fatto che vengono immediatamente messe a tacere quando vengono uccise sulla scena del crimine. L'assenza di responsabilità garantisce anche che i responsabili non vengano perseguiti.

Purtroppo, lo stupro in guerra è stato a lungo banalizzato e ampiamente rappresentato come una conseguenza inevitabile dei conflitti armati. Dorothy Thomas e Regan E. Ralph hanno invece sostenuto che lo stupro non è un fenomeno accidentale o isolato durante i conflitti, ma è piuttosto usato come una forma di arma con un preciso ruolo insieme a cannoni, carri armati e bombe per raggiungere gli obiettivi della guerra.  "Lo stupro è stato minimizzato come uno sfortunato ma inevitabile effetto collaterale dell'invio di uomini in guerra", scrivono:   "In realtà, lo stupro non è né incidentale né privato. Ha abitualmente una funzione strategica in guerra e agisce come strumento al pari di altri per raggiungere particolari obiettivi militari".

Lo stupro come strumento di pulizia etnica e colonizzazione    Senza dubbio, la violenza sessuale, e in primo luogo lo stupro, è intimamente correlata alla violenza nei conflitti armati; tuttavia, non può essere considerata indipendente da sistemi di potere quali il razzismo e il colonialismo. In effetti, il femminismo dominato dalle donne bianche definisce lo stupro sopratutto come uno strumento di dominazione patriarcale e sorvola sulle relazioni della violenza contro le donne con il genere, la razza e la colonizzazione. Questo approccio è stato criticato pesantemente da molte femministe di colore - in particolare da teoriche critiche della razza - perché non riesce a comprendere la violenza sessuale e di genere contro le donne che subiscono l'oppressione razziale e coloniale, come le donne indigene.

Nel caso del colonialismo sionista in Palestina, l'obiettivo di acquisire terre ha portato all'uso di tattiche brutali volte all'espropriazione e all'eliminazione della popolazione indigena. I colonizzatori hanno adottato il terrorismo sessuale come strumento per realizzare questa strategia.

Lo stupro, sebbene ancora poco documentato, ha avuto un ruolo nella pulizia etnica dei palestinesi indigeni nel 1948 e dopo. Molte famiglie sono fuggite dalle loro case, in parte per il timore che le loro donne venissero violentate dalle forze sioniste. Si può dire che la conquista della terra sia andata di pari passo con la violenza sessuale nella storia della pulizia etnica sionista della Palestina.

Uso della violenza sessuale contro gli attivisti    Le forze coloniali hanno utilizzato lo stupro anche per reprimere la mobilitazione politica delle donne, come modo per spegnere la loro capacità di resistere all'oppressione coloniale, per indebolire ulteriormente l'intera popolazione.

Le donne prigioniere palestinesi sono state sottoposte alle ben documentate tecniche di interrogatorio dello Shin Bet israeliano - tra cui lo stupro - che sfruttano gli stereotipi di genere prevalenti nella società palestinese, come l'"onore della famiglia" e la "verginità", per terrorizzare le donne e costringerle a confessare sotto tortura. La sessualità è anche utilizzata negli interrogatori israeliani come strumento di ricatto per costringere le donne palestinesi a diventare collaboratrici.

Sebbene sia difficile fornire statistiche accurate sugli stupri ai danni delle detenute palestinesi, a causa della delicatezza della questione delle violenze sessuali per le donne palestinesi e le loro famiglie, ci sono diverse testimonianze dettagliate di donne palestinesi di spicco, tra cui prigioniere liberate, che hanno documentato l'uso deliberato di stupri e torture sessuali nei loro confronti.

La prigioniera palestinese liberata, Rasmea Odeh, ha parlato pubblicamente in un tribunale americano di come sia stata violentata dagli uomini dei servizi segreti israeliani che la interrogavano. Odeh, arrestata nel 1969 all'età di 19 anni, ha raccontato che durante il suo interrogatorio è stata picchiata con bastoni di legno e sbarre di metallo ed è stata lasciata nuda, con una palese violazione della sua sessualità.

Odeh è stata torturata sessualmente con scosse elettriche. Le sono stati attaccati dei fili ai genitali, ai seni, all'addome, alle braccia e alle gambe e, in quello stato confusionale, è stata violentata con un bastone mentre suo padre era costretto a guardare.

La testimonianza di un'altra prigioniera palestinese appare in un capitolo del libro di Tamar Mayer: "Loro [gli interroganti israeliani] mi hanno picchiato con un bastone... sullo stomaco...[Poi un giorno mi hanno detto di togliermi i vestiti [...] Stavo tremando. È entrato un uomo scuro e grosso con un bastone e sapevo che mi avrebbe violentata [...] sono entrati tutti e otto gli interroganti, per accarezzarmi, ridere di me, toccarmi il seno. Mi vergognavo tantissimo".

"Hanno cercato di violentarmi con un bastone, e l'hanno fatto davvero. Sono arrivata in punto di morte e ci sono riusciti. Ho perso i sensi".

Aisha Odeh     La testimonianza di un'altra prigioniera palestinese liberata, Aisha Odeh (che in realtà era compagna di Rasmea Odeh), racconta le brutali violenze sessuali di cui è stata vittima durante la detenzione.

Come Rasmea, anche Aisha fu arrestata nel 1969 e condannata a due ergastoli. In un'intervista al giornalista britannico Arthur Neslen, pubblicata nel 2011 nel suo libro In Your Eyes a Sandstorm, ha dichiarato che: "hanno cercato di violentarci [lei e Rasmea Odeh] in una situazione molto brutta. Hanno cercato di violentarmi con un bastone, e l'hanno fatto davvero. Sono arrivata in punto di morte e loro ci sono riusciti. Ho perso i sensi".

Aisha racconta in dettaglio gli eventi della sua prigionia e dello stupro nel suo libro di memorie in lingua araba, Dreams of Freedom, raccontando gli insulti sessuali e le molestie subite dagli interroganti - "Puttana. Con chi sei andata a letto? Con quanti uomini sei andata a letto?". - e i dettagli del suo stupro: "l'interrogatore [che lei chiamava Azrael, o "Angelo della morte"] mi ha ordinato di togliermi i vestiti. Mi sono rifiutata e allora gli altri soldati me li hanno tolti con la forza. Sono rimasta completamente nuda, con le mani legate dietro la schiena. Mi gettarono a terra... e Azrael cercò di penetrarmi con un bastone. Ho resistito e resistito... e poi sono svenuta".

L'immaginario colonialista e l'"Altro" stuprabile     Lo stupro delle donne palestinesi deriva anche da un immaginario colonialista riguardo alle popolazioni orientali che marchia le donne come "altre" stuprabili, un atto di disumanizzazione che non considera lo stupro di questi "soggetti orientali" come un crimine che comporta aspetti morali.

Una mentalità simile si ritrova nelle considerazioni di carattere religioso da un importante rabbino israeliano, che ha considerato accettabile lo stupro di "donne nemiche" in tempo di guerra. Il rabbino, Shmuel Eliyahu, ha anche approvato lo stupro da parte dei militari nel 2002, sostenendo che la legge biblica autorizzava lo stupro in determinate circostanze.

Con una ffermazione particolarmente disumana di questa ideologia depravata, un importante professore israeliano, Mordechai Kedar dell'Università Bar-Ilan, ha esplicitamente chiesto lo stupro di donne palestinesi per scoraggiare la resistenza palestinese durante i disordini dell'estate 2014. Kedar stava parlando a un programma radiofonico israeliano dopo l'uccisione di tre coloni israeliani scomparsi nella Cisgiordania occupata: "L'unica cosa che può scoraggiare i terroristi, come quelli che hanno rapito i bambini [israeliani] e li hanno uccisi, è la consapevolezza che la loro sorella o la loro madre saranno violentate [...] questa è la cultura del Medio Oriente", ha detto.

Successivamente, nel 2016, anche il rabbino colonnello Eyal Qarim del Rabbinato militare israeliano ha fatto eco allo stesso concetto, ammettendo lo stupro di donne palestinesi da parte di soldati ebrei israeliani "per comprensione delle difficoltà sopportate dai combattenti".

Questi presupposti razzisti sionisti inquadrano la "cultura araba" come arretrata, misogina e radicata nelle nozioni di onore familiare, rendendo così le donne un bersaglio da dissuadere e un mezzo per schiacciare la volontà di resistenza degli indigeni. E, cosa ancora più importante, trasforma l'indigeno sessualizzato in un "altro" subumano e stuprabile che può essere liberamente violato.

L'idea prevalente che lo stupro sia semplicemente un danno collaterale inevitabile non è solo non vera, ma costituisce una duplice offesa nei confronti delle sopravvissute, che hanno subito gravi traumi fisici e psicologici e devono poi affrontare la stigmatizzazione sociale e il rifiuto da parte delle loro comunità.

Nel caso della Palestina, la comprensione di cosa sia stato lo stupro durante la Nakba come strumento del colonialismo ci aiuterà a consolidare una nuova concezione della violenza sessuale e di genere che sfugge al discorso riduzionista dominante che vede lo stupro come una conseguenza deplorevole ma inevitabile della guerra. Ancora più urgente, questo ci ricorda che i corpi delle donne palestinesi sono sottoposti a forme di tortura crudeli e sessualizzate ancora oggi. Per combattere queste atrocità contro le prigioniere palestinesi non basta porre fine a queste specifiche violazioni, ma è necessario porre fine del tutto alla loro prigionia.

(1) Tamam Mohsen, giornalista residente nella striscia di Gaza, laureata presso l’Università Islamica di Gaza

Trad. e sintesi a cura di Claudio Lombardi di Associazione di Amicizia Italo Palestinese