Se Israele definisce la Nakba una menzogna. perché i suoi leader ne minacciano una seconda?

Un ex ministro ha recentemente minacciato i dimostranti palestinesi che espongono la loro bandiera di un'altra espulsione forzata, smascherando la menzogna originaria sulla fondazione di Israele

di Jonathan Cook

Middle East Eye, 14.06.2022

Eccovi un indovinello. Cosa intendeva Israel Katz, legislatore israeliano e fino a poco tempo fa ministro del governo, quando il mese scorso ha minacciato gli studenti palestinesi di un'altra "Nakba" se avessero continuato a sventolare la bandiera palestinese? Li ha esortati a "ricordare il 1948" e a parlare con i loro "nonni e nonne".

"Se non vi calmate", ha detto al parlamento israeliano, "vi daremo una lezione che non dimenticherete".

Allo stesso modo, cosa pensava Uzi Dayan, ex generale dell'esercito e membro del Parlamento israeliano, quando due mesi prima aveva avvertito i palestinesi di "stare attenti"? Avrebbero affrontato "una situazione che conoscete, che è la Nakba", se avessero rifiutato di sottomettersi passivamente ai dettami di Israele.

Entrambe le minacce - e altre simili da parte di politici israeliani di alto livello nel corso degli anni - contrastano con le affermazioni di lunga data dei governi israeliani che si sono succeduti, secondo cui la narrazione palestinese della Nakba, la parola araba che significa "catastrofe", costituisce una vile distorsione della storia della regione.

Secondo i funzionari israeliani, le accuse dei palestinesi di essere stati espulsi violentemente e volontariamente dalla loro patria nel 1948 sono un'offesa al carattere di Israele e al suo esercito, che si suppone sia "il più morale del mondo". Si suggerisce persino che commemorare la Nakba equivalga all'antisemitismo.

Eppure, paradossalmente, i politici israeliani sembrano fin troppo pronti a ripetere queste presunte calunnie contro la fondazione del sedicente "Stato ebraico". Nel 2017, Tzachi Hanegbi, mentre era in carica come ministro, ha avvertito i palestinesi che avrebbero dovuto affrontare una "terza Nakba" - dopo le espulsioni di massa del 1948 e del 1967 - se avessero resistito all'occupazione.

"Avete già pagato due volte questo prezzo folle per i vostri leader", ha scritto in un post su Facebook. "Non provateci di nuovo, perché il risultato non sarà diverso. Siete stati avvertiti!".

La negazione della Nakba

Secondo i palestinesi e un numero crescente di studiosi che hanno accesso agli archivi di Israele, i leader sionisti e le loro milizie perpetrarono una violenta e premeditata campagna di pulizia etnica nel 1948, durante la quale quattro quinti di tutti i palestinesi furono cacciati dalle loro terre e mandati in esilio. Di conseguenza, il movimento sionista fu in grado di dichiarare uno Stato ebraico sulla maggior parte della loro patria.

Oggi, molti milioni di rifugiati palestinesi sono dispersi in tutto il Medio Oriente e in gran parte del resto del mondo, senza poter tornare. I funzionari israeliani sono così convinti che questa narrazione sia una menzogna per demonizzare Israele che nel 2011 il governo di Benjamin Netanyahu ha approvato una legge per cancellare dallo spazio pubblico qualsiasi commemorazione della Nakba.

La cosiddetta legge sulla Nakba priva le istituzioni israeliane - scuole, università, biblioteche e municipalità - dei finanziamenti statali se consentono tali commemorazioni. Nella sua forma originale, la legge comportava una pena detentiva di tre anni per chiunque prendesse parte a questi eventi.

Ma anche prima della legge, la negazione della Nakba era la posizione normale dello Stato israeliano.

In contrasto con la narrazione palestinese, Israele nega qualsiasi premeditazione o violenza deliberata da parte dei suoi leader e soldati e attribuisce invece la colpa dell'esodo palestinese del 1948 ad altri fattori.

Sostiene che la maggior parte dei palestinesi se ne andò su ordine dei leader arabi,  non per aver subito una pulizia etnica da parte dell'esercito del nuovo Stato israeliano. I funzionari sostengono inoltre che l'esercito israeliano attaccò le comunità palestinesi in gran parte in risposta alla violenza dei combattenti palestinesi e delle unità di soldati arabi provenienti dai Paesi vicini che vennero in loro aiuto.

Noti storici israeliani come Benny Morris continuano a sostenere che "in nessuna fase della guerra del 1948 ci fu una decisione da parte della leadership dell'Yishuv [comunità ebraica pre-statale] o dello Stato di 'espellere gli arabi'". Secondo questa visione ufficiale, la maggior parte dei palestinesi ha scelto di andarsene o è stata responsabile di aver provocato la violenza che ha portato alla loro espulsione. Si suppone che le mani di Israele siano pulite.

Ma se gli israeliani credono davvero che sia così, perché politici navigati come Katz, Dayan e Hanegbi usano  la terminologia palestinese di Nakba - e minacciano che Israele eseguirà una seconda o terza volta ciò che si suppone non sia mai accaduto?

Operazione Scopa

La narrazione di Israele è così dominante che fino a poco tempo fa la maggior parte degli ebrei israeliani credeva che nel 1948 il padre fondatore del loro Stato, David Ben-Gurion, avesse esortato la popolazione palestinese in fuga dalla grande città portuale di Haifa a tornare. Ma i palestinesi avrebbero preferito aspettare la fine dei combattimenti sperando di vedere le forze sioniste uscire sconfitte.

Secondo questo resoconto, Ben-Gurion inviò Golda Meir, in seguito  a sua volta primo ministro, in missione per rassicurare i palestinesi in fuga. Nella sua autobiografia, la Meir racconta che: "Mi sono seduta sulla spiaggia [di Haifa] e li ho pregati di tornare a casa... Li ho supplicati fino allo sfinimento, ma non ha funzionato".

Ma sette anni fa è venuta alla luce una lettera scritta da Ben-Gurion all'inizio del giugno 1948 che smentisce la propaganda di Israele. Nella lettera Ben-Gurion rispondeva con rabbia alle notizie secondo cui il console britannico stava "lavorando per riportare gli arabi ad Haifa" e chiedeva ai leader ebrei di Haifa di ostacolare attivamente questi sforzi britannici.

In realtà, uno studioso israeliano a cui è stato consegnato per errore un fascicolo d'archivio secretato, rivelò quasi dieci anni fa che la storia dei leader arabi che insistevano affinché i palestinesi lasciassero la loro patria nel 1948 era una bufala. Fu inventata dai funzionari israeliani per porre fine alle pressioni degli Stati Uniti su Israele affinché permettesse il ritorno dei rifugiati palestinesi.

A partire dagli anni Ottanta, una nuova generazione di storici israeliani ha iniziato a rovistare negli archivi israeliani, che sono stati brevemente aperti. Hanno portato alla luce prove documentali di una serie di eventi che confermano la narrazione palestinese.

Le operazioni militari avevano titoli suggestivi come "Operazione Scopa" e i comandanti ricevevano l'ordine di "ripulire" le aree. Molte centinaia di villaggi palestinesi furono distrutti non appena la loro popolazione era stata cacciata dai soldati sionisti, con il chiaro intento di non farli mai più tornare.

Un regno del terrore

E nonostante i migliori sforzi di Israele per tenerle nascoste, continuano a emergere prove d'archivio dei massacri israeliani di civili palestinesi, dimostrando il motivo per cui la stragrande maggioranza dei palestinesi è fuggita nel 1948.

Una donna palestinese a Gaza regge una chiave che simboleggia il diritto al ritorno nel 74° anniversario della Nakba (Reuters)

In uno degli episodi peggiori, circa 170 uomini, donne e bambini disarmati furono giustiziati dall'esercito israeliano vicino a Hebron, e altre centinaia furono feriti, anche se non opponevano resistenza.

Nel 2016 è stata ritrovata una lettera dell'epoca di Shabtai Kaplan, soldato e giornalista testimone del massacro di Dawayimah. Osservava che le uccisioni facevano parte di "un sistema di espulsione e distruzione". La logica, scriveva, era: "Meno arabi rimangono, meglio è".

Un altro massacro di palestinesi a lungo negato - quello di Tantura, sulla costa a sud di Haifa - è stato portato sotto i riflettori all'inizio di quest'anno dopo che un nuovo film israeliano ha incluso testimonianze di ex soldati che ammettevano di aver commesso il massacro.

Katz, Dayan e Hanegbi comprendono il significato della parola Nakba per i palestinesi e sono anche consapevoli che la narrazione palestinese degli eventi del 1948 è stata confermata dagli archivi.

Nakba - per loro, come per i palestinesi - significa un regno di terrore militare per cacciare la popolazione palestinese nelle aree che Israele vuole colonizzare ulteriormente con abitanti ebrei, o "giudaizzare", come dice la terminologia ufficiale israeliana. Significa un'altra ondata di pulizia etnica dei palestinesi, sia di quelli sotto occupazione sia della minoranza che vive con una cittadinanza di grado nettamente inferiore all'interno di Israele.

Minacciando una seconda Nakba, Katz e Dayan stanno semplicemente confermando che i leader israeliani, nonostante le loro proteste, hanno sempre saputo cosa fosse la Nakba - e hanno sempre approvato l'obiettivo della pulizia etnica dei palestinesi.

L'ironia è che, mentre Israele denuncia i palestinesi e i loro sostenitori come bugiardi per aver parlato della Nakba, i suoi stessi funzionari citano pubblicamente la Nakba come un evento reale che può ripetersi se i palestinesi non si sottomettono completamente.

Retorica genocida

Questo non dovrebbe sorprenderci. Dopo tutto, l'obiettivo dell'espulsione non si è concluso con gli eventi del 1948, motivo per cui i palestinesi parlano di una "Nakba in corso".

I funzionari israeliani utilizzano regolarmente una retorica genocida. Come capo delle forze armate israeliane, Moshe Yaalon ha paragonato la minaccia rappresentata dai palestinesi a un "cancro" che doveva "essere reciso e combattuto fino in fondo".

Ayelet Shaked, attuale ministro degli Interni israeliano, ha definito tutti i palestinesi "nemici combattenti" - un termine che suggerisce che sono obiettivi militari legittimi. Ha definito "serpenti" tutti i palestinesi che combattono l'occupazione belligerante di Israele da decenni e ha indicato che le loro intere famiglie possono essere eliminate, comprese le loro madri, altrimenti "cresceranno altri piccoli serpenti".

I principali rabbini in Israele sono ancora più espliciti. Due hanno scritto un noto manuale, La Torah del Re, in cui sostengono che è consentito uccidere preventivamente i palestinesi, anche i neonati, perché "è chiaro che cresceranno per farci del male". Nessuno dei due è stato perseguito.

Finire il lavoro

Questo tipo di commenti minacciosi non sono rivolti solo ai palestinesi dei territori occupati. In particolare, le recenti minacce di Nakba erano rivolte principalmente agli 1,8 milioni di cittadini palestinesi di Israele che secondo le false pretese di Israele odrebbero di uno status uguale a quello dei cittadini ebrei di Israele.

I cittadini palestinesi sono i discendenti del piccolo numero di palestinesi che sono riusciti ad evitare l'espulsione nel 1948, grazie soprattutto a sviste e pressioni internazionali.

Bezalel Smotrich
Il politico israeliano di estrema destra Bezalel Smotrich ha minacciato l'espulsione in modo velato: "Gli arabi sono cittadini di Israele - almeno per ora", ha detto nell'aprile 2021. (AFP)

Come esempio della dissonanza cognitiva degli israeliani su questo tema, lo storico Benny Morris ha citato l'esistenza di una minoranza palestinese in Israele come prova che la Nakba è una menzogna e che Israele non ha mai avuto intenzione di fare pulizia etnica dei palestinesi.

Ha detto questo sebbene si sia pubblicamente lamentato del fatto che Ben-Gurion "aveva avuto paura durante la guerra del 1948" e aveva "vacillato" nel non riuscire a espellere fino all'ultimo palestinese.

Su questo aspetto condivide i sentimenti di politici di estrema destra come Bezalel Smotrich, un altro ex ministro del governo. L'anno scorso, Smotrich si è rivolto ai legislatori che rappresentano la minoranza palestinese, dicendo: "Ben-Gurion ha fatto un errore quando non ha finito il lavoro e non vi ha buttato fuori nel 1948". In un'altra occasione, Smotrich ha minacciato l'espulsione in modo velato: "Gli arabi sono cittadini di Israele - almeno per ora".


In trappola

Queste minacce sono tutt'altro che innocue. Nei primi decenni, Israele continuò a espellere segretamente comunità vulnerabili di cittadini palestinesi, come i beduini del Naqab, e complottò per espellerne altre.

Le forze di sicurezza israeliane perpetrarono il massacro di Kafr Qasem nel 1956, quasi certamente per incentivarli ad andarsene. Israele ha anche condotto almeno un'esercitazione militare segreta per prepararsi a uno scenario di espulsione di massa della minoranza palestinese di Israele.

Alcuni dei politici più noti di Israele hanno proposto oscuri piani per privare gran parte della minoranza palestinese della cittadinanza israeliana e del diritto di vivere nello Stato di Israele.

Mentre ai palestinesi è di fatto vietato fare pubblicamente riferimento alla Nakba e presto potrebbe essere impedito persino di sventolare una bandiera palestinese in spazi pubblici, gli israeliani possono marciare nelle comunità palestinesi gridando: "Morte agli arabi!" e "Che il tuo villaggio bruci!".

La realtà, come suggeriscono le ultime dichiarazioni di Katz e Dayan, è che i palestinesi sono in trappola. Se affermano la loro identità nazionale, o anche i loro diritti più elementari, come sventolare una bandiera palestinese, rischiano di fornire a Israele il pretesto per espellerli con la forza, per realizzare un'altra Nakba.

Ma se rimangono in silenzio, come chiedono Katz e Dayan, il processo di pulizia etnica incrementale, una seconda Nakba, avviene comunque - anche se un po' più silenziosamente.

I palestinesi pagano il prezzo in entrambi i casi, mentre la politica israeliana della Nakba continua senza sosta.

 

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all'autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.
Jonathan Cook è autore di tre libri sul conflitto israelo-palestinese e vincitore del Premio speciale Martha Gellhorn per il giornalismo. Il suo sito web e il suo blog sono disponibili all'indirizzo: www.jonathan-cook.net

 

Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze