Israele: un sistema giudiziario parallelo con regole proprie

Bambini di 12 anni possono essere incarcerati; possono passare fino a 4 giorni prima che un sospettato possa incontrare un giudice; le udienze si tengono in una lingua straniera e le leggi sono in continuo cambiamento . Un viaggio dentro i tribunali militari in Cisgiordania.

Fonte: english version

Hagar Shezaf, Maya Horodniceanu  – 25 Aprile 2022

L’ingresso sembra quello di una prigione e, in effetti sembra proprio di esserci dentro. Il viaggio ha inizio con uno stretto passaggio delimitato da un muro su un lato e da un’alta recinzione sull’altro. Dopo aver superato un tornello, si giunge ad un cortile dove i visitatori possono noleggiare un armadietto dove  viene chiesto di depositare tutti gli effetti personali, telefono compreso, eccetto gli abiti che si indossano.

A breve anche i vestiti indossati verranno ispezionati. Un impiegato del servizio carcerario israeliano vi condurrà alla prossima tappa dove viene richiesto il documento di identità. Ora ci si è in attesa di fronte ad una porta di acciaio dietro alla quale si trovano i controlli di sicurezza.

 Da lì si prosegue lungo un passaggio recintato e si gira a sinistra.

Benvenuti alla prigione militare di Ofer, in Cisgiordania, dove i palestinesi incontrano la legge speciale che Israele ha creato per loro.

Il cortile che si raggiunge al centro di un complesso di strutture prefabbricate, che ospitano le aule dei tribunali, è triste, così come le file di sedie e le facce delle persone sedute su di esse.

Tra queste c’è Mohammed. Ha quasi sessant’anni, barba e capelli grigi, sguardo afflitto e frustrato. Alle 10 di mattina del primo Martedì di Aprile, il figlio quindicenne verrà processato in uno dei tribunali e lui è in attesa. Qualcuno lo ha denunciato per aver tirato delle pietre, dice il padre, che vive nel campo profughi di Jalazun. Ma il figlio sostiene che questo non sia mai accaduto.

Il padre sa che molto probabilmente il caso si concluderà con la confessione del figlio in un patteggiamento. Secondo i dati dell’esercito israeliano ottenuti da Haaretz, tra il 2018 e l’aprile 2021, il 99,6% delle condanne nei tribunali militari si è concluso in questo modo. Questa cifra, fornita su richiesta dello Human Rights Defenders Fund attraverso il Movimento per la libertà di informazione, non sembra sorprendere i palestinesi che sono sicuri della loro innocenza o di quella dei loro parenti. Dopotutto, prova a dimostrare di non aver  lanciato un sasso.

L’altro figlio di Mohammed, che ha 25 anni, è stato incarcerato ormai da più di un anno dopo aver tamponato accidentalmente un’auto israeliana ; dice che non è stato intenzionale. Per il figlio quindicenne, Mohammed si aspetta il male minore.“Sarà meglio per lui giungere ad  un patteggiamento; così sarà finita”, dice il padre in un ebraico stentato. “Questa è la realtà, un patteggiamento non va bene, ma è tutto ciò che abbiamo”. In effetti, è una prospettiva piuttosto semplicistica, perché la maggior parte dei palestinesi arrestati in Cisgiordania viene trattenuta fino alla fine del loro processo.

“La confessione è ciò che li fa uscire di prigione e li porta ad una conclusione chiara”, afferma l’avvocato Smadar Ben-Natan, che ha anche un dottorato di ricerca in diritto e tribunali militari. “Le persone possono essere tenute in custodia cautelare più a lungo rispetto  alla pena che potrebbero ricevere”. Questa è una questione centrale: in Cisgiordania, l’arresto fino alla fine del processo è una condizione predefinita. “In Israele è molto più facile uscirne”, afferma l’avvocato Riham Nassra, che rappresenta i palestinesi nei tribunali militari israeliani.

“In Israele esiste la cavigliera elettronica, diciamo, o ci sono ostelli che possono essere usati come alternativa al carcere a determinate condizioni, soprattutto nel caso di un minore o di qualcuno con problemi psicologici o circostanze personali difficili. Nei Territori questo non esiste”.

C’è un altro motivo per cui i tribunali militari spesso respingono qualsiasi alternativa all’incarcerazione: i sospetti vivono nell’Area A della Cisgiordania; cioè in una città palestinese. A causa di tutti questi fattori, dice Nassra, “è più facile accettare un patteggiamento, perché sono già stati incarcerati per i mesi che l’accusa richiederebbe come condanna”.

Un’altra cosa distingue tra le accuse contro i palestinesi in Cisgiordania e quelle contro gli ebrei su entrambi i lati della Linea Verde. “In Israele c’è una differenza tra reati alla sicurezza e altri reati, mentre nei Territori la maggior parte dei reati sono definiti reati alla sicurezza”, afferma Ben-Natan. Secondo i dati forniti dall’esercito dopo una richiesta del Movimento per la libertà di informazione – e che l’attivista sociale Guy Zomer ha contribuito ad analizzare – dal 2018 al 2021, oltre il 65% dei casi (escluse le violazioni del codice stradale) ascoltati nei tribunali militari erano reati alla sicurezza.

Ma tali casi non sono solo una questione di qualcosa simile ad un attacco terroristico, coprono un ampio spettro che include l’appartenenza a un’organizzazione bandita oppure un atto di “ribellione”, come ad esempio partecipare ad una manifestazione. “L’accusa e i tribunali si basano su ragioni di ‘una complessa situazione di sicurezza’ per giustificare le loro pretese di pericolo”, afferma Nasra, spiegando perché così tante detenzioni durano fino alla fine del procedimento.

“Il detenuto palestinese paga un prezzo personale per l’intera situazione della sicurezza. Il motivo della “difficoltà di localizzazione o monitoraggio” è addotto anche a causa di presunte preoccupazioni per una fuga o un’interferenza con le indagini. Quindi i tribunali sono più facilmente persuasi a lasciare i palestinesi dietro le sbarre”.

Da qui la strada per i palestinesi verso un trattamento molto più duro è breve. La maggior parte delle indagini in Cisgiordania, dice Ben-Natan, sono del servizio di sicurezza Shin Bet o della polizia israeliana in Cisgiordania, che lavorano a stretto contatto con lo Shin Bet. Secondo Ben-Natan, le prove si basano spesso su informazioni fornite dagli informatori, indipendentemente dalle motivazioni di questi ultimi.

Questi casi giungono a due tribunali militari in cui tutti gli accusati sono palestinesi. Uno è Salem nella Cisgiordania settentrionale, mentre il più noto si trova nella prigione militare di Ofer vicino all’insediamento di Givat Ze’ev. È lì che Mohammed stava aspettando per ore quel martedì. Alle 10:00 era seduto fuori sotto il sole cocente e alle 13:00. stava ancora aspettando di entrare nell’affollata struttura prefabbricata, ma il turno di suo figlio davanti al giudice non era ancora arrivato. A volte si sedeva e a volte si fermava, a volte camminava dalle sedie alla caffetteria, che era chiusa. Quest’anno il Ramadan dura per tutto il mese di aprile, quindi nella caffetteria non si mangia, si  prega. Almeno c’è ombra vicino alla caffetteria.

Senza patteggiamento

I patteggiamento sono comuni anche nei tribunali israeliani, ma sono più rari che nei tribunali militari. Secondo l’accusa statale, nel 2020, l’83% delle condanne erano patteggiamenti. Con i reati alla sicurezza, la cifra è ora simile a quella in Cisgiordania, al 93%.

Ma le differenze tra i tribunali in Cisgiordania e Israele si vedono dal momento dell’arresto, seguito dalle varie fasi delle udienze. Si notano nelle leggi, nelle persone che operano  nel sistema giudiziario e nelle condizioni che devono affrontare gli avvocati difensori.

Una differenza fondamentale è il periodo tra l’arresto e la comparizione davanti a un giudice. I sospetti in Israele vedono un giudice entro 24 ore; un sospetto terrorista potrebbe aspettare 48 ore. In Cisgiordania, se si tratta di un palestinese e di un’accusa relaitva alla sicurezza, il sospetto può aspettare 96 ore.

Un altro esempio riguarda il diritto di un minore di avere un genitore presente durante l’interrogatorio. In Israele, è fondamentale. In Cisgiordania non esiste. E in teoria, anche i palestinesi hanno il diritto di consultare un avvocato, ma Mohammed dice che a suo figlio non è stato concesso di vederne uno  prima del suo interrogatorio.

Mohammed dice di avere dei dubbi su tutto quello che è successo, anche prima dell’interrogatorio. Ha detto di essere stato avvicinato da un uomo dello Shin Bet. “Mi ha detto che mio figlio era ricercato e che avrei dovuto portarlo a Binyamin”, dice Mohammed, riferendosi al quartier generale della polizia regionale.

“L’ho portato lì. Ora so che in Israele se hai meno di 18 anni puoi essere interrogato alla presenza di  tuo padre e consultare un avvocato. Non mi hanno fatto entrare e non gli hanno dato un avvocato. L’avvocato è arrivato dopo due ore dall’interrogatorio”.

Se Mohammed è alla ricerca di un po’ di ottimismo, i dati dal 2014 al 2018 – forniti dopo una richiesta della prof.ssa Neta Ziv e dell’avvocato Nery Ramati – non potranno di certo infondergliene. In ciascuno di quegli anni sono state aperte tra le 4.390 e le 5.500 cause, di cui il 90 per cento ha prodotto atti d’accusa. In Israele, la procura di stato ha aperto circa 30.000 casi all’anno tra il 2015 e il 2018, risultando in circa 4.000 incriminazioni ogni anno, circa il 13%. La maggior parte dei casi è stata archiviata senza che sia stata intrapresa alcuna azione.

“La forza delle prove non ha importanza. Nel sistema militare, finisce con un atto d’accusa. “Non ci sono filtri che escludano casi deboli in termini di prove o interesse pubblico”, afferma Ben-Natan, dando la colpa ad un fattore principale: l’accusa militare.

Come afferma l’avvocato Jamil Khatib (un ospite frequente al tribunale militare di Salem): “La soglia probatoria è più bassa nei tribunali militari per presentare un’accusa.

Nell’estate del 2019, ad esempio, Mahmoud Qatusa del villaggio palestinese di Deir Qadis è stato arrestato con l’accusa di aver violentato una bambina di 7 anni in un insediamento, ed è stato incriminato poche settimane dopo. Ma presto si è scoperto che le prove non erano abbastanza forti e l’accusa militare ha dovuto ritrattare la sua accusa dopo che Qatusa era rimasto dietro le sbarre per 55 giorni

“Giovane adulto”

L’aula di tribunale 7 è una struttura particolarmente piccola nella fila dei prefabbricati a Ofer. Tiene le udienze in stile nastro trasportatore e in una stanza molto affollata. In un dato momento, da tre a cinque sospetti vengono stipati lì, insieme a parenti, un gruppo di avvocati, pubblici ministeri e soldati, il cui ruolo non è sempre chiaro.

E’ qui dove alla fine è stato portato il figlio di Mohammed. Ufficialmente questa è stata un’udienza a porte chiuse, data la sua età. Ma a causa del flusso costante di persone dentro e fuori, la porta è solitamente aperta.

L’area all’aperto dove i palestinesi aspettano fuori dai tribunali, questo mese.Credit: Emil Salman

La porta sempre aperta fa emergere  un’altra domanda: perché un tribunale per i minorenni è stato istituito presso Ofer 13 anni fa se la privacy del quindicenne non è tutelata  e il giudice ascolta casi sia di minorenni che di adulti? La risposta è che il tribunale per i minorenni si occupa solo di casi, non di arresti. Non è chiaro se i genitori di un minore israeliano sarebbero soddisfatti di questa risposta, che fortunatamente non ottengono.

In Israele, i 18 anni distinguono un adulto da un minore, ma con i palestinesi della Cisgiordania è più complesso. Un bambino tra i 12 e i 14 anni è chiamato “giovane”, mentre uno tra i 14 e i 16 anni è un “adulto in tenera età”.

Quest’ultima categoria è significativa principalmente per quanto riguarda l’estensione della detenzione di un sospettato. In Israele, un minore deve essere portato davanti a un giudice entro 24 ore. Un “giovane adulto” palestinese può aspettare 48 ore e, se si tratta di un’accusa relativa alla  sicurezza, possono volerci 96 ore, come nel caso di un non-giovane  adulto . E, contrariamente alla legge israeliana, la legge militare consente pene fino a sei mesi per i bambini dai 12 ai 14 anni.

La detenzione del figlio di Mohammed è stata prolungata  fino a questa udienza ed è stato accusato, non per aver lanciato pietre ma per aver lanciato una bottiglia molotov contro una torre di guardia dell’esercito. Il padre è ancora convinto che ciò non sia accaduto.

                Diritti dei sospettati e detenuti in Cisgiordania e in Israele

                               Israele

                          Cisgiordania

                                                   Autorità esercitata per mezzo di

diritto penale

mandato basato su direttive di sicurezza

                                                                          Perquisizioni

una perquisizione senza un mandato è consentita solo in casi eccezionali; e.g. quando un ufficiale della polizia ha motivo di ritenere che sia stato commesso un crimine

nessuna necessità di un mandato di perquisizione; un ufficiale o un soldato possono irrompere a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo, e possono perquisire documenti, beni e altri oggetti.

                                                          Perquisizioni corporali

la perquisizione è consentita solo durante un arresto o per il sospetto di un’offesa specifica

qualsiasi soldato può perquisire chiunque sia sospettato di essere in possesso di oggetti pericolosi che verranno confiscati sulla base di direttive di sicurezza

                     Portare un sospettato davanti ad un giudice- adulti:

entro le 24 ore, 48 ore in casi di violazione della sicurezza

entro 48 ore, 96 in casi di violazione della sicurezza

                                                        Detenzione senza mandato

un ufficiale della polizia può arrestare una persona solo sulla base di un “ragionevole sospetto” relativo ad un crimine per il quale si richiede la detenzione o, ancora, sulla base di un ulteriore sospetto di interferenza con il procedimento legale o di pericolo

un soldato o un ufficiale di polizia possono arrestare un sospetto in seguito ad una violazione o al sospetto di una violazione

                                                                 Arresto di minori

nessun arresto per minori di 14 anni

minori tra i 12 e i 14 anni possono essere mandati in carcere fino a 6 mesi

Mohammed ha appreso del cambiamento solo dopo l’udienza. Nel corso dell’udienza, lui e suo figlio non riuscivano a sentire cosa si diceva nella struttura prefabbricata; il trambusto era troppo grande. E per tutto il tempo lui e suo figlio hanno cercato di comunicare tra loro a distanza.

Anche se si fossero sforzati di ascoltare un po’ di più, probabilmente non sarebbe stato d’aiuto. Le udienze si svolgono in ebraico. È presente un traduttore in uniforme dell’esercito, ma la qualità della traduzione varia. “Non capisco del tutto cosa stanno dicendo dentro”, dice Mohammed. “Il traduttore traduce parte, ma non tutto; Il 90 percento  di ciò che viene detto non lo traduce. L’avvocato alla fine ci ha detto che è successo questo e quello”.

 Un altro Mohammed,stavolta di  23 anni, era a Ofer la scorsa settimana. Aveva già sperimentato un malinteso o due. Lui e suo cugino erano venuti per accompagnare il fratello di Mohammed, sospettato di lancio di pietre. Suo cugino sedeva con lui nella sala d’attesa, principalmente per fargli compagnia.

In linea con le normative COVID (in vigore nel sistema giudiziario militare, sebbene siano state revocate in Israele), solo un parente di primo grado può entrare nel plesso del tribunale. Prima della pandemia erano ammessi due familiari; in Israele non ci sono tali restrizioni.

I due cugini, seduti annoiati sotto il sole cocente, hanno detto che erano stati anche loro dietro le sbarre a Ofer. Uno era in detenzione amministrativa – detenzione senza processo – da due anni, l’altro era stato incriminato per lancio di pietre.

“Non ho capito nulla durante l’udienza e non ho capito nulla di quello che stava succedendo”, dice Mohammed. Arrestato a 19 anni, è stato in carcere per un anno e mezzo. Anche il suo caso si è concluso con un patteggiamento, anche se dice di non essere colpevole.

“Non ho lanciato pietre. Mi hanno arrestato nel cuore della notte perché qualcuno mi ha denunciato”, dice. Suo cugino indicò un soldato che stava lì vicino: “Il giudice all’interno indossava un’uniforme come la sua; sono la stessa cosa”.

Vantaggio del tribunale di casa

La sensazione di “loro e noi” è palpabile in tribunale.. “Quando si tiene un’udienza presso un tribunale civile, c’è un equilibrio tra le persone che rappresentano lo stato e l’imputato”, afferma l’avvocato Nashef Darwish. “Sono entrambi israeliani”.

In Ofer c’è una netta separazione. I giudici sono riservisti o ufficiali di carriera, in divisa. In divisa anche i pubblici ministeri, i cancellieri e i traduttori. Gli avvocati difensori sono civili; gli accusati indossano uniformi fornite dal servizio carcerario israeliano.

Nella stanzetta si vede lo stemma dello Stato d’Israele, gli emblemi dell’esercito e del sistema giudiziario militare. E secondo una nuova direttiva, il personale militare non può essere fotografato; cioè chiunque non sia un palestinese o un civile.

Inoltre, oltre al fatto che la legge militare cambia spesso, gli avvocati, come i loro clienti, spesso non parlano fluentemente l’ebraico né hanno abbastanza familiarità con la legge israeliana.

“Alcuni avvocati hanno una licenza dell’Autorità Palestinese e la maggior parte di essi non conosce bene la lingua”, afferma un avvocato difensore che spesso rappresenta i clienti nei tribunali militari. “Purtroppo lì la situazione è piuttosto oscura,  sia per quanto riguarda gli avvocati difensori che per il sistema stesso”.

Lo stesso avvocato ha anche descritto il caso di un minore di Abu Dis rappresentato da un avvocato del “Palestinian prisoner club” (Club dei prigionieri palestinesi), che ha accettato la detenzione fino alla fine del procedimento. Così la famiglia si è rivolta all’avvocato che spesso rappresenta i clienti nei tribunali militari.

“Sono andato lì e ho visto nel fascicolo che non c’erano prove contro di lui, quindi ho chiesto un’altra udienza”, ha detto. “Il ragazzo è stato rilasciato e il caso è stato chiuso”.

Un altro avvocato che rappresenta i palestinesi a Ofer ammette: “L’intero sistema è carente, sfortunatamente anche noi facciamo la nostra parte”.

E a volte quello che succede in Ofer rimane in Ofer. Secondo la legge, le cause giudiziarie in Israele si tengono a porte aperte (con eccezioni) e chiunque può essere presente, in base al principio che le udienze devono essere pubbliche.

Ma in un tribunale militare, oltre al fatto che per i detenuti è consentita la presenza di un solo parente, per i giornalisti e gli attivisti israeliani è richiesta l’approvazione dell’esercito. Ad esempio, Haaretz ha chiesto al portavoce dell’unità preposta dell’IDF il permesso di partecipare alle udienze descritte in questo articolo. Il soldato dall’altra parte della linea ha detto: “Devo avere  più dettagli per autorizzare questa richiesta”.

L’autorizzazione è stata poi concessa, anche se ,come al solito, con lo stretto accompagnamento del portavoce dell’unità. Allo stesso tempo, nei tribunali israeliani, tali disposizioni non sono richieste.

Ci sono anche ostacoli se vuoi conoscere il risultato delle udienze al carcere di Ofer. Mentre i verbali e le decisioni dei tribunali israeliani sono pubblicati su un sito web, i tribunali militari non forniscono tale sito. Per conoscere un risultato, devi presentare una richiesta al portavoce dell’unità dell’IDF.

Terroristi verbali

Mohammed, il padre del minore (“l’adulto in tenera età”) accusato di aver lanciato una bottiglia molotov, è ora a casa a Jalazun. Non sa ancora quando potrà rivedere suo figlio.

“C’è oppressione qui. Lavoro da molti anni nell’industria del vetro a Gerusalemme, mangio nelle case degli ebrei, ridiamo insieme, non litighiamo. Insegno anche ai miei figli a lottare per una vita dignitosa accanto agli ebrei”, dice.

“Lo Shin Bet è confuso. Nel momento in cui si attaccano a mio figlio, non stanno facendo qualcosa di buono. Nella testa [di suo figlio], tutto questo è brutto. Non ha fatto quello che dicono e, a causa di quello che gli stanno facendo, finirà per odiare gli ebrei”.

Mohammed è preoccupato per il futuro di suo figlio e più a lungo dura l’intervista, più inizia a temere per il proprio destino.

“Ho paura che mentre ti parlo, qualcuno verrà e dirà: ‘Perché le hai parlato?'”, dice. “Temo che anche solo parlare con te possa fare di me un terrorista. Diranno che sono un terrorista verbale”.

Il  portavoce dell’unità dell’IDF ha risposto: “I tribunali militari si occupano principalmente di reati alla sicurezza e agiscono secondo la legge che si applica in Giudea e Samaria [Cisgiordania]. Negli ultimi anni sono state modificate alcune leggi, contenenti molti elementi essenziali della legge israeliana in linea con l’adeguatezza richiesta per la situazione della sicurezza. La soglia probatoria richiesta per l’incriminazione e la condanna sono completamente identiche a quelle richieste in Israele e le sentenze dei tribunali sono emesse sulla base degli stessi criteri.

“La durata della detenzione iniziale dei sospetti è determinata in base alla situazione di sicurezza e alle caratteristiche uniche dell’applicazione della legge nei reati di sicurezza – queste sono esaminate dalla Corte Suprema. Dopo il deposito di un atto d’accusa, la possibilità di un’alternativa alla detenzione viene esaminata dal giudice in base al merito.

“A causa della situazione di sicurezza, ci sono possibilità limitate di rilasciare sospetti e rare alternative alla detenzione. Anche nei tribunali israeliani, il rilascio di sospetti per casi di sicurezza è davvero raro. L’affermazione che tutti i casi si concludono con patteggiamento non è corretta. La percentuale di patteggiamento presso i tribunali militari non è diversa da quella in Israele. Le udienze sono tradotte in tempo reale in arabo e le accuse sono tradotte”.

L’esercito ha aggiunto: “Le udienze sull’estensione della detenzione di minori si svolgono a porte chiuse e non come affermato. La limitazione del numero di visitatori deriva dalle dimensioni dei padiglioni, da considerazioni di sicurezza, dall’ordine pubblico e dalle restrizioni COVID. Il coordinamento è necessario a causa del fatto che i tribunali si trovano nelle basi militari. Le sentenze delle corti d’appello e di molti dei tribunali di grado inferiore sono pubblicate nelle consuete banche dati legali”.

Traduzione di Nicole Santini – Invictapalestina.org

https://www.invictapalestina.org/archives/45661