I grandi esperti filoisraeliani alla fine non parlano di Israele

Molti commenti da parte dei falchi spesso descritti come esperti di Israele mostrano sorprendentemente uno scarso interesse per la realtà dello stato che essi ammirano.

Peter Beinart, 20 dicembre 2021    https://jewishcurrents.org/pro-israel-pundits-dont-talk-about-israel

Quello trascorso non dev’essere stato un anno facile per chi sostiene che i palestinesi sotto controllo israeliano godono di diritti umani. La prima metà del 2021 ha visto due rapporti di alto profilo - uno a gennaio da B'Tselem, il più importante gruppo israeliano per i diritti umani, e un altro ad aprile da Human Rights Watch, probabilmente la più influente organizzazione per i diritti umani nel mondo - che sostengono che Israele pratica l'apartheid. La seconda metà dell'anno ha visto Israele designare, senza prove credibili, sei noti gruppi palestinesi per i diritti umani come organizzazioni terroristiche, bandendone così le attività all'interno di Israele.

Come hanno risposto i difensori americani di Israele considerati di alto profilo a questi sviluppi sconfortanti?      Per la maggior parte, non l'hanno fatto. Nelle due settimane successive alla sua pubblicazione, il rapporto di B'Tselem non è stato menzionato nei messaggi su Twitter da parte del commentatore Bari Weiss, della storica Deborah Lipstadt, del CEO della Anti-Defamation League (ADL) Jonathan Greenblatt, del CEO dell'American Jewish Committee (AJC) David Harris, e dell'organizzazione politica Democratic Majority for Israel (DMFI). Su Twitter, Weiss, Lipstadt e Greenblatt hanno ignorato anche il rapporto di Human Rights Watch. Harris ha risposto una volta: l'ha definito un "lavoro tagliato con l’accetta", senza spiegare perché. La sua organizzazione, l'AJC, ha twittato un documento che pretendeva di demolire il rapporto, ma che era dedicato quasi interamente a dettagliare i presunti pregiudizi di Human Rights Watch e del suo staff, e non ha sostanzialmente affrontato le argomentazioni dell'organizzazione. Da parte sua, DMFI ha etichettato il rapporto come "orwelliano" e "propagandistico", di nuovo senza citare alcun dato. Ha anche detto che il presidente del consiglio di amministrazione di Human Rights Watch potrebbe essere considerato un "ipocrita" per aver investito in aziende con sede in Israele. Lo stesso gruppo di commentatori si è anche astenuto dal commentare l'attacco di Israele ai gruppi palestinesi per i diritti umani questo autunno.

Ciò che questi autorevoli sostenitori di Israele hanno discusso nello stesso periodo, spesso in grande dettaglio, è stato l'antisemitismo    Nelle due settimane successive alla pubblicazione del rapporto di B'Tselem, DMFI ha lodato un articolo dell'ex candidato presidenziale e sindaco Andrew Yang su The Forward, che sosteneva che il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzione di Israele (BDS) è "radicato nel pensiero antisemita". Greenblatt ha detto che è stato un atto "di odio" da parte della parlamentare Rashida Tlaib accusare Israele di apartheid. Nelle due settimane successive alla pubblicazione del rapporto di Human Rights Watch, Weiss ha prodotto un saggio intitolato "Critical Race Theory and the Hyper-White Jew" (La teoria della Razza critica e l’ebreo iperbianco) che dettagliava la "natura antiebraica del progetto di giustizia sociale", insieme a una lettera pubblica che metteva in guardia dalle "perniciose nozioni di 'privilegio ebraico'". DMFI ha ripetutamente ringraziato l'amministrazione Biden per aver approvato la definizione di antisemitismo dell'International Holocaust Remembrance Alliance, che include il chiamare Israele "un'impresa razzista" tra i suoi esempi di odio verso gli ebrei. Nelle due settimane successive alla designazione da parte di Israele dei gruppi palestinesi per i diritti umani come organizzazioni terroristiche, Lipstadt ha tenuto una conferenza in cui ha dichiarato il BDS antisemita e ha rivolto la stessa accusa alla decisione della filiale di Washington del movimento ambientalista Sunrise per il fatto di non collaborare con le organizzazioni sioniste ebraiche per una manifestazione sui diritti di voto.

Greenblatt ha pubblicato un saggio in cui ha definito antisemita l'antisionismo e ha attaccato più volte Sunrise. Harris per due volte ha presentato il rapporto dell'AJC sull'antisemitismo.    Questo contrasto - tra l'evidente mancanza di interesse dei sostenitori di Israele per come esso tratta i palestinesi, e il loro intenso interesse per come le critiche a Israele potrebbero tradursi in ostilità verso gli ebrei americani, mostra un tratto curioso del dibattito su Israele negli Stati Uniti: non è proprio un dibattito, perché i critici di Israele e i suoi sostenitori si concentrano su cose completamente diverse. I detrattori di Israele tendono a soffermarsi sulla sua negazione dei diritti dei palestinesi. Al contrario, i commentatori "pro-Israele" mostrano molto meno interesse per come Israele tratta i palestinesi che per come i critici di Israele trattano lo stato ebraico. Il loro argomento principale non è affatto Israele, ma l'antisemitismo.

Il problema è che la loro definizione di antisemitismo si basa su una distinzione tra la critica a Israele, che considerano legittima, e l'opposizione all'esistenza del paese come stato ebraico, che considerano espressione di fanatismo. Ma la validità di questa distinzione si basa su ciò che lo stato ebraico costituisce effettivamente per i palestinesi sotto il controllo di Israele - proprio l'argomento che i suoi difensori di più alto profilo evitano.

È un gioco di prestigio.    Il trucco è quello di imporre una serie di confini intorno alla critica di Israele senza indagare se quei confini hanno qualche relazione con la realtà sul terreno. Nel suo libro del 2019, Antisemitismo: Here and Now, Lipstadt, che Joe Biden ha nominato come suo inviato speciale per monitorare e combattere l'antisemitismo, insiste: "Dobbiamo distinguere attentamente tra le campagne di dissenso con la politica israeliana e quelle che chiedono l'eliminazione dello stato ebraico. C'è una grande differenza tra essere contrari alle politiche del governo israeliano ed essere antisemiti". Ma cosa succede se le politiche con cui non sei d'accordo - perché discriminano i palestinesi - sono inerenti al fatto che Israele è uno stato ebraico? Come Human Rights Watch dettaglia nel suo rapporto di aprile, la Israel Land Administration (ILA) controlla il 93% della terra all'interno di Israele (compresa Gerusalemme Est, che Israele ha formalmente annesso, ma non la Cisgiordania o la Striscia di Gaza). Quasi la metà dei seggi dell'ILA vanno a rappresentanti del Fondo Nazionale Ebraico (JNF), che ha descritto il suo mandato in questo modo: "La lealtà del JNF è data al popolo ebraico e solo nei suoi confronti il JNF è obbligato". Di conseguenza, l'ente che controlla quasi tutta la terra all'interno di Israele pre-1967, la assegna e la sviluppa quasi esclusivamente a beneficio degli ebrei, non dei palestinesi. Come nota B'Tselem nel suo rapporto di gennaio, "i consigli locali e le comunità palestinesi... ora hanno accesso a meno del 3% della superficie totale del paese" anche se i palestinesi costituiscono più del 20% dei cittadini d'Israele.

La realtà sul terreno, in altre parole, non rispetta la distinzione di Lipstadt. La Israel Land Authority non riflette solo la politica del governo. Fa parte della struttura profonda di uno stato che appartiene al popolo ebraico, non a tutti i suoi cittadini (per non parlare dei milioni di apolidi palestinesi non cittadini che vivono sotto il controllo israeliano in Cisgiordania e Gaza). Nel 2018, quando tre membri palestinesi della Knesset hanno proposto di rendere Israele uno "stato per tutti i suoi cittadini" - senza favoritismi basati su etnia, religione o razza - lo speaker della Knesset ha stabilito che la tale proposta non poteva nemmeno essere discussa perché "nega l'esistenza dello stato come stato del popolo ebraico". Secondo lo standard di Lipstadt, quei tre membri palestinesi della Knesset hanno oltrepassato la linea dell'antisemitismo proponendo che Israele diventi un paese basato sulla non discriminazione e sull'uguaglianza secondo la legge. Questo è assurdo. Ma la sua assurdità diventa chiara solo se si guarda a come la statualità ebraica funziona effettivamente per i palestinesi. Cosa che Lipstadt e i suoi alleati fanno raramente.

Dopo aver sostenuto che l'opposizione alla statualità ebraica costituisce antisemitismo, i difensori di Israele sostengono che qualsiasi critica che possa portare a tale opposizione costituisce anch'essa antisemitismo. Secondo l'ADL, è "offensivo" accusare Israele di praticare l'apartheid. Perché? Perché, secondo Greenblatt, "definire Israele come uno stato di apartheid non è solo una critica ma deriva dal più ampio intento di delegittimare e demonizzare lo Stato ebraico". Lipstadt usa la stessa logica contro il BDS. "Se si guardano i documenti fondanti del movimento BDS", ha dichiarato in ottobre, "si vede il tentativo di distruggere lo stato di Israele. Non c'è dubbio su questo. Questo lo trovo antisemita".

Queste accuse gettano le basi per una serie infinita di controversie sul fatto che le dichiarazioni critiche nei confronti del sionismo, o le proteste dirette a Israele, costituiscano antisemitismo. E queste schermaglie spesso ricevono più attenzione nei media, e dai politici, del comportamento israeliano stesso. Quando Nina Turner, una progressista che sostiene Bernie Sanders, ha affrontato la più moderata Shontel Brown nelle primarie per un'elezione speciale del Congresso in Ohio quest'estate, il presidente della DMFI Mark Mellman ha detto ai giornalisti che la Turner non aveva condannato il BDS. Brown, la sua candidata preferita, ha fatto della sua opposizione al movimento un punto di forza. Ma non ci sono prove che alla Brown sia mai stato chiesta una opinione sui rapporti sui diritti umani che accusano Israele di praticare l'apartheid. Allo stesso modo, nelle primarie democratiche per un'elezione speciale in Florida questo autunno, il sostegno di Omari Hardy al BDS lo ha ossessionato per gran parte della breve campagna, ed è stato oggetto di indicazioni negative da parte della DMFI. Non risulta che la candidata "pro-Israele" che l'ha sconfitto, Sheila Cherfilus-McCormick, si sia espressa sulla messa al bando da parte di Israele dei gruppi per i diritti dei palestinesi, anche se ciò è avvenuto meno di due settimane prima del giorno delle elezioni.

Nell'ultimo anno, è successo spesso che progressisti americani venissero accusati per aver considerato aspetti di razzismo, quale quello anti-nero,simili a quanto avviene per Israele-Palestina. In un recente saggio su The Atlantic, Susie Linfield cita il giornalista israeliano Etan Nechin, che sostiene che la sinistra americana tratta Israele-Palestina come "una propaggine della [propria] politica identitaria". La sinistra americana, insiste Linfield, "sembra disinteressata alla ricca trama di intrighi della politica palestinese quanto lo è alla politica israeliana". L'ironia di questa critica è che i critici americani di Israele dedicano molta più attenzione alle realtà della vita palestinese di quanto non facciano i suoi sostenitori. Nelle due settimane dopo che i gruppi palestinesi sono stati etichettati come organizzazioni terroristiche, per esempio, Lara Friedman, presidente della Fondazione per la pace in Medio Oriente (di cui sono membro) ed ex direttore delle politiche e delle relazioni governative di Americans for Peace Now, ha twittato decine di volte sulla designazione.

Il commentatore palestinese americano Yousef Munayyer ha fornito un insieme di 26 tweet sulla storia delle persecuzioni israeliane contro le 6 organizzazioni non governative palestinesi. Se c'è qualcuno a cui vanno di traverso, sono i sostenitori americani di Israele, che generalmente preferiscono discutere il modo in cui gli attivisti pro-palestinesi trattano gli ebrei americani, piuttosto che discutere il modo in cui Israele concretamente tratta i palestinesi. È una strana caratteristica del dibattito statunitense su Israele-Palestina quella che molti dei commentatori falchi e delle organizzazioni che vanno per la maggiore come esperti di Israele mostrano sorprendentemente poco interesse nel modo in cui lo stato che ammirano si comporta effettivamente verso le persone più vulnerabili sotto il suo dominio.

Peter Beinart è giornalista e collaboratore di Jewish Currents.

Traduzione a cura di Claudio Lombardi, Associazione di Amicizia Italo Palestinese