Le buone intenzioni di Israele da Dayan a Bennet

È impossibile "ridurre il conflitto" - Il governo israeliano non può migliorare significativamente la vita dei palestinesi senza garantire loro i diritti fondamentali.

Peter Beinart, 11 novembre 2021 https://jewishcurrents.org/it-is-impossible-to-shrink-the-conflict

Il 22 ottobre, il ministero della difesa di Israele ha messo fuori legge sei importanti gruppi palestinesi per i diritti umani. Due giorni dopo, il ministero israeliano degli alloggi e delle costruzioni ha annunciato piani per costruire più di 1.300 nuove case per i coloni ebrei in Cisgiordania. Il giorno dopo, le truppe israeliane hanno riferito di essere rimaste a guardare mentre i coloni attaccavano un membro di Rabbini per i diritti umani che stava aiutando i palestinesi a raccogliere le olive - uno degli oltre 58 attacchi ai palestinesi e ai loro sostenitori durante la raccolta delle olive di ottobre. Il 26 ottobre, il ministro della pubblica sicurezza di Israele ha vietato un festival in una chiesa di Gerusalemme Est, segnalando così la sua intenzione di proibire "quasi tutti gli eventi culturali palestinesi a Gerusalemme Est", secondo Haaretz. Peace Now riferisce che da quando è entrato in carica a giugno, il governo del primo ministro israeliano Naftali Bennett "ha lavorato attivamente per promuovere gli insediamenti e approfondire l'occupazione israeliana dei territori [occupati]".

Per coloro che hanno confidato, con il voto a Bennett, di assicurare una "riduzione dell'attrito e la riduzione del conflitto", questi sviluppi potrebbero essere sorprendenti. "Ridurre il conflitto", un mantra che Bennett ha preso in prestito dallo scrittore israeliano Micah Goodman, ha ottenuto un ascolto rispettoso nella stampa statunitense. Sia The Atlantic che il New York Times hanno dato spazio a Goodman per sostenere che Israele può mantenere il dominio sulla Cisgiordania ma "migliorare drasticamente la vita quotidiana per tutti sul terreno". Quando il governo di Bennett ha iniziato ad attuare alcune delle idee di Goodman all'inizio di quest'autunno, il Times l'ha etichettato come un "grande cambiamento" nella politica israeliana. Questa settimana, il rappresentante democratico Jake Auchincloss ha lodato il governo di Bennett per "cercare di ridurre il conflitto, trovare altri modi, altri canali per lavorare con i loro vicini palestinesi", che ha definito "un primo passo salutare".

Eppure la repressione continua. Questo perché, per tutto il clamore che lo circonda, "ridurre il conflitto" non è un'idea nuova. Più e più volte negli ultimi cinque decenni, i leader israeliani hanno promesso un'occupazione illuminata, che favorisse la prosperità tra i palestinesi sotto il loro controllo. E, ancora e ancora, i palestinesi hanno sperimentato il dispotismo, il furto di terra e la violenza. Perché? Perché è impossibile trattare benevolmente le persone quando si negano loro i diritti fondamentali. Le persone a cui manca la libertà lotteranno per ottenerla, e non c'è un modo gentile per schiacciare i loro desideri. "Restringere il conflitto" può alleggerire le coscienze dei leader israeliani e del pubblico straniero. Ai palestinesi, tuttavia, offre solo di più della stessa cosa.

Il fallimento delle intenzioni di Dayan

Il governo israeliano sta promettendo un'occupazione benigna fin dall'inizio dell'occupazione nel 1967. Dalla nascita di Israele nel 1948 fino al 1966, ha sottoposto la maggior parte dei suoi cittadini arabo-palestinesi alla legge militare. I palestinesi avevano bisogno del permesso del governo per lasciare i loro villaggi, che erano posti sotto coprifuoco notturno. Ma nel 1967, quando le Forze di Difesa Israeliane (IDF) furono messe a capo della Cisgiordania e della Striscia di Gaza appena conquistate, il ministro della Difesa Moshe Dayan giurò di essere meno invadente. Come la professoressa Shira Robinson della George Washington University, autrice di Citizen Strangers: Palestinians and the Birth of Israel's Liberal Settler State, mi ha spiegato che Dayan si prefiggeva di creare quella che lui chiamava una "occupazione liberale", in cui il dominio israeliano sarebbe rimasto "invisibile". Quell'estate istruì gli ufficiali israeliani: "Non governateli... lasciate che conducano la loro vita". Nel marzo 1968, la rivista dell'IDF Bamahaneh disse che Israele avrebbe dovuto assicurare che un palestinese della Cisgiordania potesse "nascere in un ospedale, ricevere il suo certificato di nascita, crescere ed essere istruito, sposarsi e crescere i suoi figli e nipoti - tutto senza dover ricorrere a un impiegato o funzionario israeliano, o addirittura senza doverne vedere uno". Lo storico israeliano Omri Shafer Raviv mi ha detto che Dayan spinse anche ad aprire il mercato del lavoro israeliano ai palestinesi dei Territori Occupati, 60.000 dei quali, secondo le stime di Shafer Raviv, lavoravano all'interno della linea verde entro il 1973.

Dayan sperava che questa combinazione di autonomia e incentivi economici avrebbe impedito ai palestinesi di ribellarsi. Sperava anche che avrebbe aiutato Israele ad evitare la censura internazionale. Nel 1967, l'era del dominio coloniale formale stava finendo. I leader d'Israele, mi ha detto Robinson, "erano esplicitamente consapevoli che gli occhi del mondo erano puntati sul Sudafrica e non volevano che [la loro occupazione] avesse quell'aspetto".

Sfortunatamente per Dayan, si dimostrò impossibile controllare contemporaneamente i palestinesi e lasciarli liberi. Temendo che le scuole palestinesi favorissero il malcontento nazionalista, il Dipartimento dell'Educazione israeliano minò la strategia di Dayan, censurando i loro libri di testo. In risposta, nota Shafer Raviv, tre mesi dopo l'acquisizione della Cisgiordania da parte di Israele, gli studenti palestinesi in Cisgiordania e Gerusalemme Est uscirono dalle loro scuole. Quando le proteste studentesche continuarono nel 1968, Israele espulse decine di insegnanti dalla Cisgiordania

Il collaborazionismo delle Leghe di Villaggio, dipendenza e pauperizzazione

Dayan aveva promesso di consentire ai palestinesi piena autonomia nel condurre i loro affari economici. Ma nel giugno 1969, quando i palestinesi sospesero le attività come parte di uno sciopero generale per commemorare il secondo anniversario della conquista della Cisgiordania da parte di Israele, Israele deportò nove dei leader dello sciopero. Complessivamente, Israele esiliò più di 1.000 palestinesi dal paese durante il primo decennio di occupazione.

Quando il leader del Likud Menachem Begin prese il potere nel 1977, anche lui promise che Israele non avrebbe governato con la mano pesante. Sotto la pressione di Jimmy Carter, la cui amministrazione aveva appoggiato una "patria palestinese e una qualche forma di autodeterminazione", Begin disse al presidente americano che "eravamo un popolo perseguitato e comprendiamo un altro popolo, e non vogliamo interferire nei suoi affari quotidiani". Ma lasciati a loro stessi, i palestinesi della Cisgiordania avevano, nel 1976, votato in modo schiacciante per sindaci simpatizzanti dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina e di altri gruppi non accettati da Israele. Quando diversi sindaci si rifiutarono di cooperare con l'esercito israeliano, il governo di Begin li depose. Si mosse anche per contrastare la loro influenza sponsorizzando "Leghe di Villaggio" composte da collaborazionisti rurali palestinesi. Come ha notato il sociologo Salim Tamari, questa politica era "contraria all’intento di Dayan" perché richiedeva "un intervento attivo nella vita quotidiana della popolazione della West Bank". Lungi dal lasciare i palestinesi liberi di perseguire la loro vita quotidiana, Israele usava le Leghe di Villaggio, alle quali concedeva l'autorità sui permessi di viaggio e di costruzione, sui posti di lavoro del servizio civile e sulle commutazioni delle sentenze di carcerazione, come un modo per punire qualsiasi palestinese che sostenesse pubblicamente l'OLP.

Le leghe di villaggio erano solo un esempio della realtà invasiva che smentiva la presunta occupazione laissez-faire di Israele. Tra il 1967 e il 1987, secondo la sociologa Lisa Hajjar, Israele arrestò più di 500.000 palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, demolì più di 1.500 case palestinesi e vietò più di 1.600 libri. Né Israele è stato discreto dal punto di vista economico. In un articolo del 1986, l'economista Yusif Sayigh notò che lo stato ebraico aveva implementato "politiche per bloccare l'espansione dell'industria manifatturiera palestinese e per rendere estremamente difficile agli importatori arabi comprare beni da altri paesi". Il risultato era una "dipendenza debilitante" e una "pauperizzazione".

Dayan-Netanyahu-Bennet: stesse "buone intenzioni "

Secondo Sayigh, il tasso di crescita della Cisgiordania è stato inferiore nei decenni dopo il 1967 rispetto a quello che era stato sotto la Giordania, che governava prima della conquista di Israele.

La Prima Intifada, che alla fine degli anni '80 ha portato queste realtà all'attenzione mondiale, ha indotto alcuni ebrei israeliani ad appoggiare uno stato palestinese indipendente. Ma per molti altri rimase la finzione di un'occupazione benevola. Nel 1993, il nuovo capo del partito Likud, il 43enne Benjamin Netanyahu, pubblicò “Un posto tra le nazioni” che proponeva che Israele mantenesse il controllo sulla Cisgiordania e Gaza, ma che fornisse ai palestinesi "la più completa autonomia possibile" in modo che potessero "condurre la loro vita quotidiana con un minimo di interferenza da parte del governo centrale israeliano". Questo linguaggio - che rispecchia quello di Dayan più di 50 anni fa e quello di Bennett oggi - è diventato un punto fermo della carriera di Netanyahu. Durante la campagna elettorale nel novembre 2008, ha chiesto una "pace economica" che fornisse ai palestinesi una "rapida crescita economica". Dopo il suo ritorno come primo ministro l'anno successivo, il suo aiutante Ron Dermer disse a un pubblico statunitense che invece di cercare "un accordo elusivo" per la statualità palestinese, Netanyahu avrebbe "lavorato per cambiare la realtà sul terreno". Dermer ha giurato che il suo capo avrebbe "moderato il conflitto attraverso lo sviluppo economico".

Come parte di questa strategia, Netanyahu, che iniziò il suo secondo mandato come primo ministro nel 2009, allentò le restrizioni sui lavoratori palestinesi che entrano in Israele dalla Cisgiordania. Tra il 2011 ed il termine del suo ruolo come primo ministro di Netanyahu all'inizio di quest'anno, il numero di palestinesi a cui è stato concesso il permesso di lavorare in Israele è quasi triplicato. Ma i benefici economici che questo ha portato sono stati annullati dal blocco economicamente rovinoso di Gaza da parte di Israele, dal suo rifiuto di permettere ai palestinesi di sviluppare le risorse di petrolio e gas naturale in Cisgiordania e al largo della costa di Gaza, e dalla periodica trattenuta da parte di Netanyahu delle entrate fiscali dell'Autorità Palestinese. Nel complesso, il tasso di disoccupazione in Cisgiordania e Gaza è salito dal 23% nel 2010, il primo anno completo di Netanyahu dopo il suo ritorno come primo ministro, al 33% nel 2019. Un rapporto della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo nel 2020, l'ultimo anno completo di Netanyahu in carica, avvertiva che "le condizioni socio-economiche nei territori palestinesi occupati sono andate di male in peggio". E nonostante la promessa di Netanyahu che i palestinesi avrebbero sperimentato "il minimo di interferenza da parte del governo centrale israeliano", durante i suoi 12 anni consecutivi come primo ministro, il suo governo ha ucciso più di 4.000 palestinesi, secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, e demolito più di 7.500 case palestinesi. Sotto lo sguardo di Netanyahu, la popolazione dei coloni ebrei in Cisgiordania è aumentata del 40%. Ancora una volta, un leader israeliano apparentemente votato a migliorare la vita dei palestinesi l'ha peggiorata.

Da quando è succeduto a Netanyahu in giugno, Naftali Bennett ha ottenuto qualcosa di notevole: Ha fatto sembrare l'autonomia palestinese e lo sviluppo economico un concetto innovativo. Come ho scritto prima, il successo di questa mossa deriva in parte dal desiderio dei media americani di presentare Bennett come il Joe Biden di Israele, un moderato la cui elezione segna una chiara rottura con il suo predecessore autoritario. Bennett ha anche beneficiato della sua associazione con Micah Goodman. Se Netanyahu e Bennett sono uomini di destra, Goodman - un collega del centrista Hartman Institute - presenta la "riduzione del conflitto" come un modo per superare la divisione sinistra-destra di Israele. Le affermazioni di Goodman su ciò che Israele può offrire ai palestinesi mentre continua a negare loro i diritti fondamentali sono ancora più grandiose di quelle di Dayan, Begin o Netanyahu. In una serie di saggi, così come in un libro, ha assicurato che "ridurre il conflitto" garantirebbe ai palestinesi "un'effettiva indipendenza" e "una realtà a due stati", sebbene senza uno stato indipendente.

Le proposte “migliorative “ di Goodman

Per rendere benigna l'occupazione, Goodman ha proposto che Israele costruisca un vasto sistema di tunnel e ponti, che permetterebbe ai palestinesi di viaggiare attraverso la Cisgiordania senza incontrare i soldati israeliani. Ha proposto di ridurre il tempo che i palestinesi impiegano per attraversare la Cisgiordania per recarsi in Giordania e di prevedere degli autobus speciali per traghettarli all'aeroporto Ben Gurion, al quale i palestinesi della Cisgiordania ora generalmente non hanno accesso. Ha suggerito la costruzione di una ferrovia che colleghi Haifa, in Israele, a Jenin, in Cisgiordania. Ha raccomandato di espandere leggermente il territorio sotto il controllo nominale dell'Autorità Palestinese, mentre ha esortato Israele a non espandere gli insediamenti in profondità nella Cisgiordania. Ha chiesto al governo israeliano di incoraggiare gli investimenti internazionali nei territori occupati e, come Dayan e Netanyahu, sostiene un forte aumento del numero di palestinesi autorizzati a lavorare in Israele. Goodman sostiene che le sue proposte trasformerebbero il conflitto israelo-palestinese in "uno scontro tra vicini piuttosto che tra governanti e sudditi".

Ma anche se tutti questi miglioramenti fossero realizzati, i palestinesi in Cisgiordania vivrebbero ancora sotto la legge militare, che offre loro poca protezione contro un esercito israeliano che può arrestarli, deportarli, demolire le loro case, rubare la loro terra, o addirittura ucciderli, con virtuale impunità. Il comportamento israeliano da quando Bennett ha preso il potere chiarisce bene questo punto. Il governo di Bennett ha fatto passi modesti verso l'attuazione della visione di Goodman. Ha permesso a 4.000 palestinesi senza documenti, la maggior parte di loro da Gaza, di stabilire una residenza legale in Cisgiordania, cosa a cui il governo israeliano aveva resistito in passato per limitare la popolazione palestinese ufficiale in Cisgiordania. Ha permesso a 800 palestinesi di costruire case nell'area C della Cisgiordania, dove Israele tradizionalmente nega i permessi di costruzione. Ha lavorato per migliorare le infrastrutture di telecomunicazione per i palestinesi in Cisgiordania, ha prestato denaro all'Autorità Palestinese e ha permesso a più lavoratori giornalieri palestinesi di attraversare la linea verde.

Eppure Bennett ha incontrato lo stesso problema che ha tormentato ogni governo israeliano fin dai tempi di Dayan. È difficile trattare i palestinesi come "vicini" quando, legalmente, sono "soggetti". Poiché i coloni ebrei sono cittadini israeliani, e costituiscono una parte fondamentale della base politica di Bennett, il suo governo - come i suoi predecessori - ha autorizzato la costruzione di migliaia di nuove case di coloni anche se tale costruzione spesso richiede l'esproprio di terreni palestinesi di proprietà privata. Gran parte di questa costruzione avverrà nel profondo della Cisgiordania, in luoghi dove Goodman ha sostenuto che, per "facilitare la riduzione del conflitto", Israele non dovrebbe costruire. "Ridurre il conflitto" richiede il rafforzamento dello sviluppo economico palestinese e dell'autonomia personale, eppure il governo di Bennett ha comportato un forte aumento degli attacchi dei coloni, spesso aiutati dai soldati israeliani, contro i palestinesi che cercano di raccogliere le loro olive.

Si potrebbe obiettare che Bennett non sta seguendo abbastanza meticolosamente i consigli di Goodman, ma è proprio questo il punto: più autogoverno Bennett permette ai palestinesi, più ne viene messo in discussione il controllo israeliano. Come ai tempi di Dayan, il desiderio dichiarato di Israele di lasciare in pace i palestinesi si scontra con la sua insistenza nello schiacciare la resistenza palestinese. Bandendo sei importanti gruppi per i diritti umani il mese scorso, il governo di Bennett ha ampliato il suo conflitto con la società civile palestinese. La ragione, ipotizza Jonathan Kuttab, fondatore dell'organizzazione Al-Haq, recentemente messa fuori legge, è che i sei gruppi hanno tutti fornito prove alla Corte penale internazionale, che sta indagando su possibili crimini di guerra israeliani. Bennett sostiene l'autonomia palestinese, a patto che i palestinesi non la usino per chiedere conto della negazione dei loro diritti da parte di Israele.

L’illusione del paternalismo oppressivo

Il discorso della dominazione benigna non è unico per Israele. Nel 1959, quando il primo ministro Hendrik Verwoerd delineò il suo piano per dare ai neri sudafricani "autonomia politica" in otto "patrie" tribali, un commentatore lo lodò per aver dato un "aspetto più positivo e liberale alla dottrina dell'apartheid" e per aver dato "ai non bianchi una possibilità di sviluppo reale". Negli anni '70 e nei primi anni '80, i successori di Verwoerd ampliarono la sua visione di autonomia concedendo a quattro homeland l'indipendenza nominale. I leader dell'Apartheid perseguirono anche la sua promessa di sviluppo economico attirando le aziende tessili taiwanesi in diverse homelands con generosi sgravi fiscali. Sfortunatamente per i governanti bianchi del Sudafrica, le homelands non hanno diminuito la  fame di libertà dei sudafricani neri.

Da quando Bennett è entrato in carica, numerosi commentatori palestinesi, attivisti e gente comune commentarono il  fatto affermando che "restringere il conflitto" non si sarebbe rivelato più efficace nel caso di Israele-Palestina. Il mese scorso su +972 Magazine, lo scrittore Amjad Iraqi lo ha definito una dimostrazione di "chutzpah"(ottimismo temerario, NdT). "Non si tratta di diminuire le tensioni", ha sostenuto, "si tratta di soffocare l'opposizione contro il  potere israeliano". Vladimir Jabotinsky sarebbe stato d'accordo. Jabotinsky, il fondatore del sionismo revisionista, la tradizione ideologica a cui Bennett si appella, considerava anche offensivo suggerire che le promesse di ricompensa materiale potessero far accettare ai palestinesi la sottomissione politica. Nel 1923, accusò i sionisti che credevano che i palestinesi potessero "venire corrotti per vendere la loro patria per una rete ferroviaria" di mostrare "disprezzo per il popolo arabo". Un secolo dopo, purtroppo, quel disprezzo rimane vivo e vegeto.

Peter Beinart, Professore di giornalismo alla City University di New York, scrive su Time, The New York Times, collaboratore di Jewish Currents, membro di Foundation for Middle East Peace (Fondazione per la Pace in Medio Oriente)

Traduz a cura di Claudio Lombardi, Associazione di Amicizia Italo-Palestinese