Paura ed euforia regnano a Jenin dopo l'evasione di 6 suoi abitanti

C'è una linea sottile tra la vita e la morte per i palestinesi della Cisgiordania, e spesso quella linea passa dalla cella di una prigione

di Amira Hass

Haaretz, 10.09.2021

Il nonno materno di Zakaria Zubeidi, Mohammed Ali Jahjah, era uno dei 66 prigionieri evasi dalla prigione israeliana di Shata durante la grande rivolta carceraria del 1958. Questo dettaglio della storia familiare è stato casualmente menzionato l'altro giorno dallo zio (fratello del padre) di Zakaria, Jamal Zubeidi.

Sono passati 63 anni da quella rivolta, ma l'attenzione di questa settimana si fissa quasi sulla stessa posizione. La nuova prigione di Gilboa, dalla quale Zakaria Zubeidi e altri cinque prigionieri palestinesi sono fuggiti all'inizio di questa settimana, è una sorta di estensione di quella di Shata.

Jahjah e il padre di Jamal sono nati nel villaggio di Qaisariya (Cesarea) sulla costa mediterranea e da lì furono espulsi, o non hanno potuto tornare, dopo la guerra arabo-israeliana del 1948. Jamal Zubeidi ha detto ad Haaretz che Jahjah ruscì a entrare nella West Bank, allora sotto il dominio giordano, e a riunirsi con la sua famiglia nel campo profughi di Jenin. In seguito, ma prima dell'occupazione israeliana della Cisgiordania del 1967, si recò in Giordania dove fu attivo nell'organizzazione palestinese Fatah.

Dopo gli eventi del cosiddetto settembre nero del 1970, che videro scontri tra le organizzazioni palestinesi e le autorità giordane del regno hashemita, partì per la Siria con altri profughi e militanti palestinesi. Da lì emigrò in Germania, dove perse la vita in un incidente d'auto.

Sua figlia Samira rimase nel campo e sposò il fratello di Jamal, morto in giovane età di cancro dopo che si era rifiutato di fornire informazioni all'agenzia di sicurezza israeliana Shin Bet in cambio di ulteriori cure. Gli sopravvissero sette bambini piccoli, per i quali Jamal divenne una figura paterna. Il 4 marzo 2002, durante la seconda intifada, Samira fu uccisa da un soldato israeliano mentre era affacciata alla finestra della sua casa nel campo profughi.

La fuga di lunedì dei due prigionieri i cui processi sono ancora in corso (Zubeidi e Munadel Infiat) e di quattro condannati all'ergastolo è stata una grande sorpresa per le loro famiglie. Alcuni avevano visitato i loro parenti in carcere solo pochi giorni prima, dopo un periodo considerevole in cui le visite non erano state possibili a causa delle limitazioni dovute al coronavirus o di altre restrizioni alla circolazione.

                      
An aerial view of Gilboa Prison showing how the escape was believed to have been carried out.
Una veduta aerea della prigione di Gilboa, con l'illustrazione della dinamica della fuga

 

Nelle interviste ai media, tutti i parenti hanno detto la stessa cosa: chiunque si fosse alzato presto quella mattina aveva letto della fuga sui social media, prima che i nomi fossero resi pubblici. Poi erano cominciate ad arrivare le telefonate di chi voleva assicurarsi che nessuno si fosse perso la notizia. Gli amici hanno iniziato a presentarsi a casa loro, così come i giornalisti. "Non possiamo rispondere a nessuna domanda perché non sappiamo nulla", ha dichiarato Jamal, riassumendo le loro risposte per Haaretz.

Nelle prime due notti dopo la fuga - o l'auto-liberazione, come dicono loro - amici e familiari, tutti maschi, si sono radunati nel soggiorno della modesta casa di Jamal nel campo. Gli amici di Nablus hanno portato vassoi di baklava per celebrare la libertà dei sei.

Hanno ascoltato costantemente e nervosamente le notizie, preparandosi mentalmente alla possibilità di un'incursione militare israeliana nel campo, come è successo nei villaggi di Kafr Dan e Arabeh, dove sono stati arrestati i parenti di molti dei fuggitivi, tra cui cinque nella tarda serata di giovedì e il venerdì mattina presto. Tutti sono rimasti svegli fino alle cinque o alle sei del mattino e poi sono andati a letto.

Fuori, nei vicoli, c'erano ancora più festeggiamenti: la gente distribuiva caramelle o sparava in aria. "È naturale che le persone festeggino", ha detto Jamal Zubeidi. “Ed è naturale che proviamo gioia e timore allo stesso tempo per la vita dei sei, mentre ci chiediamo cosa stia loro succedendo ora, mentre ci preoccupiamo per loro. Di ciò che potrebbe loro accadere, di ciò che [le autorità israeliane] gli faranno”.

Jamal Zubeidi, Zakaria Zubeidi's uncle.

Jamal Zubeidi, lo zio di Zakaria Zubeidi. (Nidal Shtayyeh)

Dalle interviste ai media, le persone anziane sembrano esprimere maggiore preoccupazione per il destino degli uomini, mentre i più giovani sono più concentrati sulla celebrazione della vittoria.

Jibril Zubeidi, 36 anni, all'inizio era sicuro che fossero evasi dal carcere i delinquenti ordinari e non i prigionieri politici in regime di massima sicurezza. Si è alzato presto «perché alle sette porto mio figlio all'asilo», ha spiegato, e ha letto della fuga. Poi sono state pubblicate le foto delle carte d'identità carcerarie dei fuggitivi. Una di loro apparteneva a suo fratello Zakaria. Jibril ha detto ad Haaretz di essere rimasto sorpreso.

“Non c'è stato ancora nessun verdetto nel caso di mio fratello. Forse non gli sarebbe stata data una condanna molto lunga, quindi perché scappare?" D'altra parte, ha chiesto: "Che tipo di vita abbiamo? Ho 36 anni e non ho mai visto il mare".

Jibril Zubeidi with his son Daoud.

Jibril Zubeidi con suo figlio Daoud. (Nidal Shtayyeh)

Suo zio Jamal, 65 anni, invece non si è sorpreso: "Siamo in una situazione in cui il confine tra la vita e la morte è molto sottile", ha rimarcato. “E anche se Zakaria fosse condannato a 10 o 12 anni, cosa farebbe e come si sentirebbe una volta uscito, a 60 anni? Dal 1967, tutto ciò che sappiamo sono arresti e persone ferite e uccise. Non c'è più alcuna differenza tra vivere e morire».

Indipendentemente dal fatto che Zakaria fosse a conoscenza o meno del piano di fuga, suo zio ha affermato di non essere sorpreso nemmeno dal fatto che sia andato a visitare la cella della Jihad islamica da cui è stata effettuata la fuga. I prigionieri spesso chiedono di stare con gli amici in altre celle per qualche notte, ha detto, e le autorità carcerarie lo permettono.

Uno dei detenuti evasi dalla cella 2, Yaqoub Qadri, è un amico di Zakaria ed era un membro delle Brigate dei martiri di Al-Aqsa, ha spiegato Jamal. Lo stesso Jamal è stato incarcerato in Israele otto volte. In alcune di quelle occasioni, è stato trattenuto in detenzione amministrativa, senza processo, ma è stato anche perseguito per coinvolgimento con il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, organizzazione di sinistra. La pena detentiva più lunga che ha scontato è stata di un anno.

Tre dei suoi figli sono attualmente in carcere in Israele, dove stanno scontando pene di breve periodo. “Qui a Jenin, non sopportiamo l'esercito [israeliano] o l'Autorità palestinese. L'AP è come i cristiani. Porge l'altra guancia all'occupazione”, ha detto. Attività e comportamenti come quelli dei suoi figli sono visti come l'opposto di "porgere l'altra guancia", si potrebbe concludere dalla sua osservazione.

Jibril è stato rilasciato tre mesi fa dopo aver scontato 18 mesi di carcere. (In precedenza aveva scontato una pena di 12 anni per la sua attività nelle Brigate dei martiri di Al-Aqsa durante la seconda intifada.) L'accusa militare lo ha falsamente accusato di una ingente attività di commercio di armi, ha detto, oltre ad aver aperto il fuoco con un'arma. Ha negato tutte le accuse e alla fine gli è stato chiesto di accettare un patteggiamento, confessando il reato minore di "incitamento su Facebook".

Ha accettato, ha detto, perché era stanco di stare in prigione e sapeva che l'accusa non avrebbe mai ammesso di aver sbagliato. Dopo aver scontato 10 mesi di carcere, è stato posto in detenzione amministrativa, arresto senza giusto processo. Ha fatto uno sciopero della fame per 27 giorni e gli è stato promesso che sarebbe stato liberato entro sei mesi. Il giorno del suo rilascio previsto, è stato nuovamente posto in detenzione amministrativa. Quella volta un breve sciopero della fame ha portato al suo rilascio.

Una storia di famiglia

Ciascuno dei sei prigionieri che sono riusciti a fuggire dalla prigione di Gilboa ha una storia familiare che include alcuni o tutti i seguenti elementi: vita da rifugiato; parenti uccisi dalle forze israeliane; ricordi d'infanzia di incursioni militari e invasioni domestiche; l'espropriazione di terreni di proprietà familiare per insediamenti ebraici; lavoro in Israele; detenzione; partecipazione ad attività armate contro l'occupazione israeliana.

The Jenin refugee camp.

Il campo profughi di Jenin. (Nidal Shtayyeh)

Oltre a Zubeidi, due degli altri cinque latitanti provengono da famiglie di rifugiati della zona di Haifa. La famiglia di Yaqoub Qadri vive a Bir al-Basha, un villaggio fondato dai rifugiati nel 1948. La famiglia di Munadel Infiat si è stabilita a Yabed, un grande villaggio che ha accolto un gran numero di rifugiati. Anche Ayham Kamamji e i cugini Mohammad e Mahmoud Ardeh provengono dai villaggi della zona di Jenin. Molti membri della famiglia Ardeh allargata - alcuni dei quali sono stati uccisi negli scontri con le forze israeliane, mentre altri sono in prigione - sono affiliati alla Jihad islamica.

I media israeliani riducono e minimizzano la storia di ciascuno dei sei alla parola "terrorista", che in ebraico implica anche sabotatore. Ma questo è un sabotaggio della capacità del lettore di comprendere le scelte che hanno fatto nelle loro vite, l'amore riversato su di loro dai palestinesi e la gioia che traggono dal loro coraggio e dal successo della loro ricerca di libertà.

Anche le persone che non condividono il percorso della Jihad islamica e quello di Zubeidi vedono nei sei esempi di persone disposte a fare il maggior sacrificio possibile (di vita e di libertà) per la continuazione della lotta palestinese per la libertà. Il motivo per cui Zakaria Zubeidi è il più noto dei sei non è solo il fatto che la Jihad islamica non parla con i media israeliani.

Questa piccola organizzazione, in particolare la sua ala militare, segue le regole dell'attività segreta e clandestina. Non corrono a dire a tutti chi sono i loro leader e non cercano copertura mediatica, come hanno fatto invece i membri delle Brigate dei martiri di Al-Aqsa durante la seconda intifada.

Si può presumere che parte del motivo per cui i sei prigionieri sono stati in grado di evadere dalla prigione di Gilboa, ed evitare finora la cattura, abbia a che fare con le capacità di pianificazione e di mantenere la segretezza sviluppate dai membri dell'organizzazione. Questo è anche il motivo per cui la maggior parte delle evasioni carcerarie in Israele dalla metà degli anni '80 (riuscite o no) sono state eseguite da o con la partecipazione di prigionieri appartenenti alla Jihad islamica.

Attrazione per la Jihad islamica

Per quanto piccola, la Jihad islamica attrae giovani che non sono necessariamente musulmani devoti, ma che sono frustrati da quella che vedono come l'impotenza, e la capitolazione, dell'Autorità Palestinese e delle organizzazioni palestinesi di fronte a Israele. Sanno che potranno soddisfare il loro desiderio di prendere parte alla lotta armata nelle file della Jihad islamica, che non è vincolata da calcoli e considerazioni politiche (a parte il sostegno all'Iran e la sua dipendenza dall'appoggio iraniano).

Di conseguenza, anche persone che non sono necessariamente devote o che erano state affiliate a organizzazioni come Fatah e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina si uniscono alla Jihad islamica. Probabilmente in quell'ambiente diventano poi più devoti.

Anche senza essere un devoto musulmano e senza essere nella Jihad islamica, Jibril Zubeidi crede in Dio, sovrano del mondo e creatore di tutto. Ecco perché non è preoccupato per suo fratello Zakaria. "So che il sovrano del mondo è colui che ha deciso: ha deciso che lo scavo del tunnel avrebbe avuto successo, che la guardia nella torre di guardia si sarebbe addormentata", sostiene.

“Dio è colui che all'inizio ha fatto sì che la polizia non credesse alle segnalazioni di individui vicino alla prigione. Il caso di Zakaria è nelle mani del nostro Dio, non del campo profughi o degli amici. A Zakaria hanno sparato diverse volte; loro [gli israeliani] hanno distrutto la sua casa, hanno diffuso terribili menzogne su di lui. Quando Dio lo ha voluto, è stato arrestato. E poi ha lasciato la prigione con onore. Metà della nostra famiglia è lassù. Mia madre, mio padre e mio fratello Taha [che era nella Jihad islamica ed è stato ucciso nell'incursione dell'esercito israeliano a Jenin dell'aprile 2002]. Il nostro Dio deciderà se Zakaria si unirà a loro", conclude Jibril Zubeidi.

Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze