Sangue per Sangue: Jenin e il timore di Israele per una rivolta armata palestinese

Ramzy Baroud , 25 agosto 2021 https://www.palestinechronicle.com/blood-for-blood-on-jenin-and-israels-fear-of-an-armed-palestinian-rebellion/

L'uccisione di quattro giovani palestinesi da parte dei soldati di occupazione israeliani nel campo profughi di Jenin, nel nord della Cisgiordania, il 16 agosto, è un evento consequenziale, le cui ripercussioni si faranno sicuramente sentire nelle prossime settimane e mesi.  I quattro palestinesi – Saleh Mohammed Ammar, 19, Raed Ziad Abu Seif, 21, Nour Jarrar, 19, e Amjad Hussainiya, 20 – erano appena nati o semplici bambini quando l'esercito israeliano invase Jenin nell'aprile 2002. L'obiettivo dell’esercito israeliano quindi, sulla base di dichiarazioni di funzionari israeliani e generali, era stato quello di dare a Jenin una lezione, che speravano sarebbe stata compresa da altre aree palestinesi resistenti in tutta la Cisgiordania occupata.

Nel mio libro, Searching Jenin, pubblicato pochi mesi dopo quello che oggi è noto come il "Massacro di Jenin" o la "Battaglia di Jenin"(avvenuta durante la seconda Intifada, anno 2002, NdR), ho cercato di trasmettere lo spirito rivoluzionario di questo luogo. Alla fine di quella battaglia, Israele sembrava aver completamente eliminato la resistenza armata di Jenin. Centinaia di combattenti e civili erano stati uccisi e feriti, altre centinaia furono arrestati e numerose case furono distrutte. Anche coloro che appoggiano la lotta palestinese hanno sottovalutato la capacità di Jenin di riprendere la sua lotta di resistenza, in circostanze apparentemente impossibili.

Scrivendo sul quotidiano israeliano Haaretz, il 10 giugno 2016, Gideon Levy e Alex Levac hanno descritto la situazione nel piccolo campo profughi di Jenin. “Jenin, da sempre il più militante dei campi profughi, è stato colpito e distrutto, soppresso e insanguinato da Israele. In questi giorni il suo spirito sembra essere spezzato. Ogni persona ha a che fare con il proprio destino, la propria lotta privata per la sopravvivenza", scrissero . Il titolo del loro articolo era "Jenin, una volta il più militante dei campi profughi palestinesi, sventola bandiera bianca". Essere soppressi e frantumati da una forza travolgente, tuttavia, è completamente diverso da "alzare bandiera bianca". In realtà, questa valutazione non si applica solo a Jenin, ma all'intera Palestina occupata, dove i palestinesi, a volte, si trovano a combattere su più fronti: occupazione israeliana, coloni ebrei illegali armati e collaborazionismo dell'Autorità palestinese.

Tuttavia, nel maggio 2021 le cose sono molto cambiate. Il tentativo israeliano di pulire etnicamente le famiglie palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est, la successiva guerra a Gaza e la rivolta che ha riunito tutti i palestinesi in una unità senza precedenti, ovunque, hanno sollevato Jenin e altre aree palestinesi dal loro stato di sconforto. La dura resistenza a Gaza, in particolare, ha avuto un impatto diretto sui vari gruppi combattenti in Cisgiordania, che si erano sbandati o ridotti. Un fatto senza precedenti a Ramallah, il 17 maggio, è emblematico: decine di combattenti, appartenenti alle Brigate dei martiri di Al-Aqsa, affiliato al movimento Fatah – il partito politico che domina l'AP di Mahmoud Abbas – hanno marciato per le strade di Ramallah, dove si trova l'Autorità, in un ambiente relativamente tranquillo. I militanti hanno gridato slogan contro l'occupazione israeliana e i loro "collaboratori" prima di scontrarsi con i soldati israeliani, che presidiavano il posto di blocco militare di Qalandiya.

Questo evento è stato piuttosto insolito, poiché ha inaugurato il ritorno di un fenomeno che Israele, con l'aiuto dei suoi "collaboratori", aveva soffocato durante la Seconda Intifada - o rivolta - palestinese tra il 2000 e il 2005. L'esercito israeliano ora ha ben chiaro che la guerra e la rivolta di maggio hanno innescato una movimento non gradito nella società palestinese. I palestinesi a lungo repressi e occupati sono pronti a ribellarsi, desiderosi di andare avanti, superare l'ottantenne Abbas e la sua cricca corrotta, superare faziosità e discorsi politici egoistici. Le domande sono come, dove e quando.

Questo è esattamente il motivo per cui Israele è tornato a Jenin, cercando ancora una volta di dare una lezione ai quasi 12.000 profughi, una lezione che è destinata anche ai palestinesi di tutta la Cisgiordania. Israele crede che se la nascente resistenza armata a Jenin viene soppressa ora, il resto della Cisgiordania rimarrà "tranquilla". Secondo il giornalista palestinese Atef Daghlas, le forze di occupazione israeliane hanno ucciso dieci palestinesi durante i loro frequenti raid notturni su Jenin. Otto delle vittime sono state uccise dalla sola fine della guerra di Gaza. Ci sono due ragioni principali dietro l'aumento del numero di vittime tra i palestinesi negli ultimi mesi: in primo luogo, l'aumento del numero di raid israeliani – dove i soldati di occupazione, spesso travestiti da palestinesi, entrano nel campo di notte e tentano di catturare giovani palestinesi militanti; secondo, per il crescente numero di giovani che si arruolano in vari gruppi di resistenza. Secondo Daghlas, le armi portate da questi giovani sono acquistate dai giovani stessi, invece di essere forniti da un gruppo o da una fazione. "Sangue per sangue, proiettile per proiettile, fuoco per fuoco", erano alcuni degli slogan che echeggiavano nella città di Jenin e nel campo profughi adiacente, durante i funerali di due dei quattro giovani uccisi, prima di seppellirli nell’affollato cimitero dei martiri. Il fatto che Jenin, ancora una volta, difenda apertamente l'opzione della lotta armata sta inviando campanelli d'allarme in tutta la Palestina occupata. Israele è ora preoccupato che si stia andando verso una nuova Intifada armata, e Abbas sa molto bene che qualsiasi tipo di Intifada significherebbe la fine della sua Autorità. È ovvio che ciò che sta avvenendo attualmente a Jenin è indicativo di qualcosa di molto più grande. Israele lo sa, da cui la violenza esagerata contro il campo. Due dei corpi dei palestinesi uccisi devono ancora essere restituiti alle loro famiglie per una degna sepoltura. Israele ricorre spesso a questa tattica come merce di scambio e per aumentare la pressione psicologica sulle comunità palestinesi, specialmente su coloro che osano resistere. Potrebbe essere rilevante notare che il campo profughi di Jenin è stato ufficialmente formato nel 1953, pochi anni dopo la Nakba del 1948, anno in cui la Palestina storica fu distrutta e fu creato lo Stato di Israele. Da allora, generazione dopo generazione, i giovani di Jenin continuano a combattere e morire per la loro libertà. Di fatto, Jenin non ha mai sventolato bandiera bianca, e la battaglia iniziata nel 2002 – di fatto nel 1948 – non è mai veramente cessata.

Ramzy Baroud è un giornalista e direttore di The Palestine Chronicle, ricercatore senior presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA) di Istanbul e presso l'Afro-Middle East Center (AMEC) di Sandton, Sud Africa

I quattro giovani palestinesi uccisi dall'esercito israeliano a Jenin il 16 agosto

Traduzione a cura di Claudio Lombardi, Associazione di Amicizia Italo-Palestinese