Yarmouk: Little Palestine

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Cannes 74. Incontro con il regista Abdallah Al-Kathib di «Little Palestine» presentato nella sezione dell'Acid (Association du Cinema Indipendant pour sa Diffusion)

Il Manifesto 14.7.21 Cristina Piccino Cannes

Yarmouk,il più grande campo palestinese in Siria, poco lontano da Damasco. Nei mesi dell’assedio, nel 2014, migliaia di persone sono rimaste intrappolate, chiuse tra i miliziani jihadisti e l’esercito di Assad, senza cibo, medicine, acqua pulita, in mezzo ai combattimenti. Fantasmi, che morivano giorno dopo giorno uccisi dalla fame, uomini ridotti a scheletri, bambini e anziani che si spegnevano senza più forza. Abdallah Al-Khatib viveva nel campo e ha filmato quotidianamente dando voce alla paura, alla rabbia, all’incredulità di ciascuno, a quel lento consumarsi di una comunità. Little Palestine, presentato nella bella selezione dell’Acid è divenuto «il diario di quell’assedio», le sue immagini raccontano una città dove le persone cercano di resistere, sono i volti dei bambini e degli anziani, i pensieri di chi muore e di chi prova a sopravvivere. A accompagnarle c’è una voce off, alla terza persona, di una distanza narrativa che permette al regista di trovare la sua posizione, dando al film un valore testimoniale nel sentimento e nella prossimità. Nei legami profondi verso quel luogo di chi racconta e nella memoria di una guerra,di cui rende l’eco lontano nel mondo vita e storie.
Abdallah Al-Khatib ora vive a Berlino, con le persone del film continua a avere rapporti stretti, due delle ragazze sono a Cannes e così sua madre

Hai vissuto l’assedio di Yarmouk filmando.Come hai lavorato dopo sulle tue immagini per trasformarle nel film?

Il processo è stato molto lungo, per me non si trattava solo di «materiali» ma di persone e delle loro storie. Non volevo mostrare tutto ciò che era accaduto a Yarmouk, mi interessava restituire quella realtà in modo da farla comprendere al resto del mondo che l’ha ignorata. Durante la rivoluzione Yarmouk era molto attiva, con l’assedio i rapporti sociali sono cambiati. Le persone erano costrette a organizzarsi per sopravvivere e questo ha modificato le relazioni anche con sé stessi. Filmare ogni giorno, ascoltare i pensieri della gente mi aiutava a capire cosa stava accadendo. Il cinema può essere uno strumento di comprensione, e per questo non volevo raccontare ogni dettaglio. Era importante che ogni storia riflettesse la condizione delle persone esprimendo una differente personalità per restituire la storia da un maggior numero di punti di vista possibile.

Mentre andavi avanti col film quale era la tua paura più grande?

Di non riuscire a dare la giusta dignità a ciascuno. Ancora una volta la sfida più grande era cosa mostrare e come. In quanto regista presente nel film non volevo che il mio ruolo fosse sovradimensionato rischiando di apparire come un eroe: avrei perso di credibilità.

Però crei una distanza narrativa grazie ai testi letti dalla voce off che ti fa trovare il tuo posto.

Non ero sicuro che funzionassero, li ho scritti durante l’assedio e all’inizio temevo che suonassero retorici o appesantissero. Ora invece so che sono giusti, che di mantenere un’onestà.

Ora vivi a Berlino, quando ci sei arrivato?

Un paio di anni fa, prima con molti altri da Yarmouk ci siamo spostati a nord, in un campo di rifugiati. Poi siamo andati in Turchia e da lì abbiamo ottenuto il visa per la Germania. Ora sono a posto coi documenti ma non è stato semplice: all’inizio le autorità tedesche volevano che richiedessi il passaporto all’ambasciata siriana ma questo per me era impossibile perché anche in Siria ero un rifugiato.

E la tua condizione di rifugiato palestinese in Siria come era?

Avevo diritto agli studi, alla sanità, diciamo che la nostra condizione era simile a quella di un cittadino siriano specie negli anni prima che Assad arrivasse al potere. Il problema però è che in Siria nessuno ha dei diritti politici, né i palestinesi né i siriani. La vita politica è inesistente, il regime è sempre più autoritario.