Perché i progressisti israeliani hanno iniziato a parlare di 'apartheid'

Quando, 20 anni fa, ho sentito per la prima volta i palestinesi parlare di apartheid, ho respinto questa accusa. Ma le prove, sempre più evidenti, sono sotto i nostri occhi

di Michael Sfard

The Guardian, 03.06.2021

L' ultimo capitolo del conflitto israelo-palestinese si è svolto in molti luoghi, tutti in una volta. Nella Striscia di Gaza, i centri abitati civili sono stati pesantemente bombardati da aerei da combattimento e dall'artiglieria israeliana, provocando morti, feriti e ingenti danni alle proprietà. Le città in Israele sono state prese di mira da razzi palestinesi lanciati da Gaza; e anche quei razzi che superano il sistema di difesa missilistico israeliano Iron Dome uccidono e distruggono. A Gerusalemme, i coloni stanno tentando di allontanare con la forza i palestinesi dalle loro case e i fedeli si sono scontrati con le forze israeliane in uno dei luoghi più sacri per l'ebraismo, il cristianesimo e l'islam.

Nelle città israeliane la tensione tra palestinesi ed ebrei cresce. La rabbia e la frustrazione per decenni di espropriazione, abbandono e discriminazione – insieme a immagini che per molti rappresentano la profanazione di al-Aqsa – hanno scatenato esplosioni di violenza in strada da parte dei palestinesi, per lo più marginalizzati nella loro società, contro gli ebrei.

Sui social media, ebrei israeliani di estrema destra pubblicano messaggi di odio, non solo contro i palestinesi che vivono a Gaza, ma anche contro coloro che sono cittadini del loro paese, incitando alla violenza estrema, usando un linguaggio razzista e organizzando pogrom. Il risultato di tutto ciò sono stati disordini, violenze orribili e persino linciaggi da entrambe le parti . La Terra d'Israele – Eretz Israel-Palestine – è di nuovo in fiamme. A Gaza, Gerusalemme, in Cisgiordania, ad Acri, Giaffa e Lod.

Considerare le relazioni ebraico-palestinesi in tutti questi luoghi come un unico problema non è il modo in cui a molti di noi è stato insegnato ad analizzare il conflitto. Ho ricevuto la mia educazione politica nella Gerusalemme degli anni '80. A quel tempo, i progressisti israeliani ritenevano che il conflitto avesse due elementi distinti.

In primo luogo, c'era l'Israele “dentro la linea verde” – il confine di fatto stabilito nel 1949. Credevamo che questa fosse una democrazia, imperfetta, bisognosa di miglioramenti certo, ma comunque democratica. La sua cittadinanza includeva una minoranza palestinese (circa un quinto della popolazione) che ha sofferto di discriminazione istituzionale, ma suvvia, ci sono molte democrazie in cui le minoranze subiscono discriminazioni. Sebbene l'ingiustizia necessitasse sicuramente di una correzione, il fatto che i membri di questa minoranza godessero di diritti politici, ai nostri occhi bastava a preservavre lo status di Israele come paese democratico.

La seconda parte del conflitto si svolgeva nei territori palestinesi che erano stati requisiti nella guerra del 1967 e tenuti sotto un regime di occupazione militare, antidemocratico per definizione. Consideravamo l'occupazione della terra palestinese come una situazione temporanea che non puntava alla sovranità israeliana – e lottavamo per porvi fine il prima possibile. Negli anni '80, pochissimi osservatori israeliani credevano che l'occupazione fosse destinata a durare per sempre.

Messi insieme, questi due elementi fornivano una chiara spiegazione di ciò che stava accadendo tra il Giordano e il Mediterraneo. Una parte era una democrazia, l'altra parte era un'occupazione. Questo paradigma a due livelli era diventato la lente attraverso la quale comprendevamo e analizzavamo la situazione in cui stavamo vivendo.

Ma con il passare degli anni, questa lente ha dimostrato di produrre una visione piuttosto limitata, al punto da distorcere l'immagine. Una visione che si è dissolta lentamente ma inerosabilmente fra gli attivisti israeliani che osservano la realtà del colossale progetto di colonizzazione di Israele in Cisgiordania. Questo consiste in più di 250 insediamenti – un enorme accaparramento di terre con le sue reti stradali e infrastrutturali, servito da un sistema legale separato. Appare come qualcosa di molto diverso da un regime temporaneo.

La consapevolezza è cresciuta insieme al riconoscimento del fatto che le politiche israeliane nei territori occupati soffocano lo sviluppo palestinese, deviando tutte le risorse della terra occupata verso i coloni ebrei a spese dei sudditi palestinesi. Queste pratiche non potevano essere spiegate attraverso la lente dell' "occupazione". Le leggi internazionali che regolano le occupazioni – che vietano qualsiasi trasferimento di civili dallo stato occupante al territorio occupato – non hanno le parole  per inquadrare una realtà in cui gli spazi fisici e legali sono divisi, lungo linee di identità nazionali, dal principio guida della supremazia ebraica e della soggiogazione palestinese. È occupazione, evidentemente, ma qualcosa di più di occupazione.

Allo stesso tempo, le intuizioni politiche che abbiamo cercato di reprimere hanno intaccato l'ethos su cui siamo cresciuti, costringendoci ad ammettere che il riconoscimento di Israele come democrazia oscura e nasconde alcune caratteristiche chiave della sua struttura di governo - caratteristiche che ci sono sempre state, ma si sono intensificate nell'ultimo decennio. Il costante incitamento contro i cittadini palestinesi di Israele, che sotto Benjamin Netanyahu ha raggiunto livelli senza precedenti; lo svilimento del loro potere politico attraverso la denigrazione e la delegittimazione dei loro rappresentanti eletti; la discriminazione istituzionale profondamente radicata e sistemica; la legge dello stato-nazione che ha cementato costituzionalmente la loro inferiorità collettiva; e la deriva verso l'autoritarismo putinista, con la sua caratteristica persecuzione di chi critica il governo. Vi sembra una democrazia?

Nel luglio 2020, l'organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din, che negli ultimi 16 anni ha indagato sulle violazioni dei diritti dei palestinesi da parte di coloni e forze di sicurezza, ha pubblicato un rapporto legale di cui sono autore. Ha concluso che la Cisgiordania è governata da un regime di dominazione e oppressione da parte di ebrei israeliani sui palestinesi, un regime colpevole di atti disumani volti a perpetuare questo stato di cose. In altre parole, il rapporto concludeva che gli israeliani stavano commettendo il crimine di apartheid, considerato un crimine contro l'umanità secondo il diritto internazionale, in Cisgiordania.

Nel gennaio scorso, il gruppo israeliano per i diritti umani B'Tselem ha pubblicato un documento (traduzione qui) in cui afferma che in tutta l'area tra il Giordano e il Mediterraneo – incluso il territorio di Israele – la politica dello stato è concepita per sviluppare e mantenere la supremazia ebraica. Si tratta dunque di una realtà in cui il principio guida del governo è la promozione degli interessi, del potere e del benessere ebraici, ottenuti dando la preferenza agli ebrei in risorse e diritti legali. Per B'Tselem c'è un unico regime, ed è un regime di apartheid.

Alla fine di aprile, Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto approfondito a sostegno dell'affermazione secondo cui le autorità israeliane "privilegiano metodicamente gli ebrei israeliani e discriminano i palestinesi" nell'intera area, sebbene abbia riscontrato che solo nei territori occupati questo sistema sia accompagnato da atti disumani che costituiscono un crimine di apartheid. Sebbene ci siano alcune sfumature e differenze fra i  tre rapporti, c'è una linea di fondo comune: Israele sta promuovendo la supremazia ebraica. Questa è una frase che inizia a sentirsi più spesso tra i progressisti israeliani – una frase che in precedenza era usata solo per descrivere l'ideologia dei gruppi di coloni estremisti, ma che ora è impiegata per descrivere le politiche del governo israeliano.

Questa linea di pensiero converge con quella che intellettuali e gruppi per i diritti umani palestinesi hanno da decenni, e le nostre accuse sono quelle che loro avevano formulato molto prima di noi. Quando, 20 anni fa, ho sentito per la prima volta queste argomentazioni, mi sono fortemente opposto. La lente che vedeva il conflitto diviso in due parti, una democrazia e un'occupazione, contribuiva a smontare l'accusa di apartheid. Vedevamo un Israele che sinceramente ambiva alla democrazia liberale, anche se nella pratica non ne è mai stato all'altezza, e l'occupazione, beh, era​ solo temporanea. Ma ora, con le prove che crescono sotto i nostri occhi, non posso più negare l'evidente apartheid in Cisgiordania e la rilevanza delle accuse sugli sforzi per mantenere la supremazia ebraica anche in Israele.

Il flusso delle ultime immagini e dei video del conflitto, che scorre sul mio telefonino, non fornisce alcun contesto. Mostra criminali e vittime, e basta. Vanno e vengono al ritmo di TikTok. È impossibile estrarne una tesi politica. Nei media israeliani, gli ebrei hanno una storia, ma i palestinesi al massimo hanno una biografia. Ecco perché l' incendio di una sinagoga e gli spregevoli attacchi contro gli ebrei da parte di teppisti palestinesi a Lod invocano riferimenti a traumi nazionali come la Notte dei Cristalli o il massacro degli ebrei a Hebron nel 1929. Ma quando le vittime sono palestinesi, i loro nomi vengono a malapena menzionati sui giornali. Il contesto che la dialettica israeliana oscura e nasconde deve emergere dall'ombra. Altrimenti, non ripareremo mai il posto in cui viviamo, né saremo mai liberati dal senso di vittimismo in nome del quale stiamo vittimizzando milioni di persone.

Il campo progressista israeliano è nel bel mezzo dell'aggiornamento del proprio quadro di riferimento sul conflitto. Certo, si tratta di un piccolo gruppo, anche se contiamo tutti quelli a sinistra del mainstream israeliano sempre più orientato a destra. Ma dato che il campo progressista è la principale alternativa ideologica alla corrente politica prevalente – e data la credibilità di cui godono i gruppi israeliani per i diritti umani in tutto il mondo – è influente oltre le sue dimensioni.

Il paradigma aggiornato fornisce un'analisi completa per comprendere la situazione a Gaza , in Cisgiordania e in Israele, utilizzando una nuova lente che rivela un'etnocrazia israeliana. Il nostro lessico aggiornato riduce il divario tra la realtà razzializzata e la sua descrizione politica, e quindi rende possibile la creazione di una visione condivisa israelo-palestinese, una visione che rispetti le aspirazioni nazionali di entrambi i popoli e garantisca uguali diritti a tutti coloro che vivono in questa terra . Questo nuovo modello è fondamentale, ma solo l'integrità morale e politica lo renderà possibile.

 

Michael Sfard è un avvocato israeliano per i diritti umani

Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze