Prima e dopo il cessate il fuoco

Il ritorno alla situazione precedente allo scontro tra Israele e Hamas non è la soluzione, ma il problema. L’hanno capito i palestinesi e anche molti politici statunitensi

di Adam Shatz

London Review of Books, 03.06.2021

Il 21 maggio Israele e Hamas si sono accordati su un cessate il fuoco dopo undici giorni di combattimenti, ma i giorni di “quiete” – come il New York Times significativamente descrive gli ultimi sette anni, in cui Israele ha intensificato impunemente il suo dominio sui palestinesi – sono finiti. Morto è anche il piano dell’ex presidente statunitense Donald Trump per aggirare la questione palestinese attraverso la “normalizzazione” tra Israele e i despoti arabi che vogliono fare affari con lo stato ebraico (e comprare la sua tecnologia di sorveglianza per controllare i propri dissidenti).

Se il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu pensava che attaccando la Striscia di Gaza avrebbe inflitto una sconfitta al movimento palestinese Hamas e salvato la sua precaria carriera politica, ha sbagliato i calcoli. Hamas ha lanciato più di quattromila razzi oltre il confine, colpendo l’interno del territorio israeliano e uccidendo dodici persone, e ha cambiato così gli equilibri della paura. Inoltre il gruppo ha guadagnato politicamente dai combattimenti, presentandosi come difensore dei palestinesi che rischiano di essere espulsi dalle loro case nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est e, cosa ancora più importante, come protettore della moschea Al Aqsa, assediata dalle forze di sicurezza israeliane.

Prestigio e dominio

Il territorio sotto il suo governo è ridotto in macerie, ma Hamas ha i suoi motivi per festeggiare. Anche se il 90 per cento dei razzi che ha lanciato è stato intercettato dal sistema di difesa israeliano Iron dome, il 100 per cento ha colpito il suo altro obiettivo: l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), ancora più impotente del solito. La prova data da Hamas nella guerra non solo ha aumentato il suo prestigio tra i palestinesi, ha anche fatto dimenticare per il momento la sua cattiva amministrazione e il suo dominio autoritario a Gaza. Se si andasse al voto, Hamas quasi sicuramente vincerebbe, e forse questo è il motivo per cui alla fine di aprile il presidente Abu Mazen ha rinviato a data da destinarsi le elezioni che erano previste il 22 maggio.

Netanyahu e l’esercito israeliano hanno sempre avuto interesse a lasciare che Hamas rimanesse al potere a Gaza. Israele ha permesso al movimento di prosperare nei suoi primi anni come contrappeso ai nazionalisti laici dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Il governo di Hamas a Gaza ha mantenuto i palestinesi divisi, e la loro frammentazione politica è sempre stata un obiettivo centrale di Israele. Vari opinionisti israeliani hanno suggerito che Netanyahu abbia deliberatamente provocato Hamas per impedire ai propri oppositori di creare una coalizione di governo. Israele ha tenuto quattro elezioni in due anni e, se non riuscirà a restare al potere, Netanyahu potrebbe essere ritenuto colpevole di corruzione e condannato al carcere.

Nell’escalation che ha portato al lancio di razzi di Hamas, il premier israeliano ha fatto una serie di scelte politiche sfacciatamente irresponsabili: durante il Ramadan, il mese sacro per i musulmani, ha fatto chiudere il piazzale esterno alla porta di Damasco, dove le famiglie si riuniscono per celebrare la fine del digiuno, e ha ordinato una violenta irruzione nelle sale di preghiera della moschea Al Aqsa.

L’oppressione da sola raramente fa esplodere la rivolta; è necessaria anche l’umiliazione, quella che gli algerini chiamano hogra. Netanyahu ne ha fornita in abbondanza. Appena Hamas ha reagito alle provocazioni a Gerusalemme, il politico di destra Naftali Bennett, del partito nazionalista religioso Casa ebraica, si è ritirato dalle trattative per formare una coalizione contro Netanyahu. Yair Lapid, un altro oppositore del premier (centrista per gli standard israeliani, di destra per qualunque altro), ha elogiato la campagna militare. In tv il figlio dell’ex premier Ariel Sharon ha spiegato quella che secondo lui sarebbe stata la risposta adeguata al lancio di razzi da Gaza: “Bisogna strangolarli. Niente acqua, niente elettricità, niente viveri, niente gas, niente cure mediche. Niente”. Una delle vittime dei bombardamenti è stato Ayman Abu al Ouf, capo della squadra di risposta al covid-19 del più grande ospedale di Gaza.

Ma la guerra è stata un regalo a Hamas più di quanto Netanyahu si aspettasse. Non è stato in grado di valutare che Hamas ne avrebbe tratto vantaggio anche a causa del calo della sua popolarità a Gaza e dell’isolamento politico imposto dall’assedio israeliano che dura da quattordici anni. Hamas sapeva che l’Anp – indebolita e umiliata da Israele – non poteva fare nulla per le espulsioni a Sheikh Jarrah o per l’attacco ad Al Aqsa. Più abile a mobilitare che a costruire, Hamas ha approfittato del vuoto di leadership e ha neutralizzato il blocco, dimostrando che non sarebbe rimasta a guardare mentre i palestinesi subivano un’aggressione a Gerusalemme.

Il risultato è stato riunire simbolicamente i palestinesi dal fiume Giordano al mare, come dice lo slogan, e in tutta la vasta diaspora palestinese. Per la prima volta nella storia d’Israele, le sue forze di sicurezza si sono trovate contemporaneamente impegnate nella Striscia di Gaza, a Gerusalemme Est, nella Cisgiordania occupata e – cosa più preoccupante di tutte per Netanyahu – nelle cosiddette “città miste” israeliane, dove milizie ebraiche ben organizzate hanno aggredito i cittadini palestinesi, che a loro volta hanno attaccato gli ebrei e dato fuoco alle sinagoghe. Gli attacchi di bande ebraiche all’interno d’Israele, a cui spesso la polizia ha assistito senza fare nulla, hanno risvegliato tra i cittadini palestinesi il doloroso ricordo dell’uccisione di tredici manifestanti nell’ottobre del 2000 e hanno intensificato la percezione già profonda di essere privati dei diritti e discriminati. Un cessate il fuoco tra Israele e Hamas non può fare nulla per risolvere questo risentimento, così come non può affrontare le cause profonde della guerra.

Quello che gli israeliani chiamano con un eufemismo “il conflitto” non può essere limitato a Gaza o alla Cisgiordania, perché lo stesso regime esiste in forme diverse in tutta la Palestina mandataria. E il consenso internazionale su questo è in crescita. Le organizzazioni per i diritti umani israeliane B’Tselem e Yesh Din, così come Human rights watch, accusano il regime israeliano di mettere in atto politiche di apartheid. I gruppi per i diritti umani palestinesi sono comprensibilmente irritati dal fatto che espressioni come “apartheid”, “supremazia ebraica” e perfino “razzismo” siano state accettate nel discorso comune solo dopo essere state adottate da gruppi che, secondo loro, hanno a lungo tergiversato per timore di far arrabbiare i sostenitori di Israele. Ma il fatto che oggi le organizzazioni per i diritti umani occidentali parlino esplicitamente delle “politiche di apartheid” di Israele è una novità straordinaria, così come la crescita, soprattutto negli Stati Uniti, di gruppi come Jewish voice for peace, che sostiene il movimento Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds), e della rivista ebraica di sinistra Jewish Currents. Uno dei suoi redattori, Peter Beinart, ha da poco pubblicato un saggio a favore del diritto al ritorno dei palestinesi.

Fantasmi nel paese

Sono sempre di più gli statunitensi di sinistra, soprattutto giovani, che vedono Israele non come una democrazia ma come un’etnocrazia brutale e razzista. Radicalizzati dal movimento Black lives matter e sensibili alle questioni del privilegio razziale, della supremazia bianca e della violenza di stato, non possono difendere uno stato fondato su quella che B’Tselem definisce “supremazia ebraica”. La supremazia ebraica strutturale sullo stato e sulle sue risorse, sempre esistita, ora è sancita dalla legge fondamentale del 2018, che afferma: “Il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello stato di Israele spetta esclusivamente al popolo ebraico”. Il padre di Netanyahu, Benzion, lo disse in modo ancora più schietto nel 2012: “Questa terra è ebraica, non è per gli arabi. Non c’è posto qui per gli arabi, e non ci sarà mai posto per loro”. La presenza dei palestinesi è solo tollerata e generalmente ignorata, come se fossero fantasmi nel paese: questa è la realtà della “coesistenza” il cui improvviso sgretolamento è stato rimpianto nelle ultime settimane.

L’ampiezza della devastazione a Gaza ha ulteriormente offuscato l’immagine di Israele negli Stati Uniti, perfino tra i suoi sostenitori abituali. In meno di due settimane, più di 250 palestinesi sono stati uccisi, di cui più di un quarto bambini. Come nell’operazione Margine di protezione contro Gaza del 2014, intere famiglie sono state annientate. “Non si è trattato di errori”, ha scritto Amira Hass in un articolo su Haaretz (pubblicato sul sito di Internazionale). “Il bombardamento di un’abitazione, quando tutti i suoi residenti sono all’interno, arriva dopo decisioni prese dall’alto, sostenute dall’approvazione di giuristi militari”. Gli abitanti di Gaza che lavorano nei grattacieli noti come “le torri”, tra cui Al Jalaa, dove si trovavano gli uffici dell’Associated Press e di Al Jazeera, sono stati avvisati che dovevano lasciare gli edifici per telefono, e attraverso “missili di avvertimento” consegnati da droni, una cortesia che secondo l’esercito e parte dell’opinione pubblica israeliana è una dimostrazione della loro etica umanitaria.

Ma neppure Robert Menendez, uno dei più accaniti sostenitori di Israele al senato statunitense, ne è stato convinto. “Sono profondamente turbato”, ha detto, “dalle notizie di azioni militari israeliane che hanno provocato la morte di civili innocenti a Gaza e dal fatto che Israele colpisca edifici che ospitano mezzi d’informazione internazionali”. Alcuni palestinesi hanno criticato l’enfasi della stampa occidentale sulla distruzione delle infrastrutture mentre cresceva il numero di vittime palestinesi: un segnale ulteriore dello scarso valore attribuito alle vite palestinesi. Ma le immagini delle torri che crollano, distrutte dall’esercito israeliano, hanno risvegliato le memorie subliminali dell’11 settembre 2001 nella mente di politici statunitensi che finora erano rimasti indifferenti alla sofferenza dei palestinesi.

L’amministrazione di Joe Biden ha risposto all’attacco a Gaza invocando il diritto di Israele a “difendersi” contro il “terrorismo”, e bloccando le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu. A dispetto del coraggio mostrato nel combattere la povertà infantile in patria, Biden non è sembrato impaziente d’impedire a Israele di uccidere altri bambini palestinesi, preferendo una diplomazia “silenziosa” per ristabilire la “quiete”, invece di una richiesta forte per il cessate il fuoco (e meno che mai un appello per la fine dell’assedio). Anzi, il 17 maggio l’amministrazione ha approvato la vendita a Israele di bombe guidate per un valore di 735 milioni di dollari. Dopo l’annuncio del cessate il fuoco il segretario di stato statunitense Antony Blinken, che non ha mai nascosto la sua posizione a favore d’Israele, ha parlato di “preoccupazione profonda e condivisa in tutto il mondo per la morte di palestinesi e di israeliani innocenti”. Anche se la collocazione dell’aggettivo fosse un caso, è stata rivelatrice. Gli israeliani uccisi dai razzi di Hamas sono “innocenti”, mentre le vittime palestinesi sono probabilmente complici del “terrore”.

Questo modo d’inquadrare la questione è da tempo un automatismo per i politici statunitensi, compresi i democratici, ma sembra che anche questo stia cambiando. Le deputate di quella che è nota come The Squad (la squadra) – Alexandria Ocasio-Cortez di New York, Ilhan Omar del Minnesota, e Rashida Tlaib, palestinese- statunitense del Michigan, la cui nonna vive in Cisgiordania – hanno rilasciato dichiarazioni di forte condanna nei confronti della risposta di Biden. Quando è stata annunciata la vendita delle armi, Gregory Meeks, presidente della commissione affari esteri della camera, che normalmente è un sostenitore d’Israele, ha convocato un incontro d’emergenza, e Bernie Sanders, leader dei progressisti statunitensi, ha presentato una risoluzione contraria. È improbabile che passerà, ma l’episodio indica un cambiamento nei comportamenti, soprattutto nel Partito democratico. I titoli sui quotidiani statunitensi sono stati cauti e spesso ingannevoli (per chi sono stati “tranquilli” gli ultimi sette anni, se non per gli ebrei israeliani?), ma gli articoli sono stati insolitamente onesti: hanno sottolineato l’enorme sproporzione in termini di morte e distruzione, e analizzato la discriminazione e l’oppressione vissuta dai cittadini palestinesi d’Israele, non solo dai palestinesi nei territori occupati e a Gerusalemme Est.

Richiamo indesiderato

I cittadini palestinesi rappresentano poco più di un quinto della popolazione israeliana. Nei primi 18 anni di esistenza d’Israele sono stati amministrati da un governo militare e soggetti a varie misure repressive, tra cui pesanti restrizioni alla libertà di movimento. Le violazioni erano duramente punite. Nel 1956 quarantotto abitanti della cittadina palestinese di Kafr Qasim, che tornavano dal lavoro a fine giornata, furono uccisi dalla polizia israeliana per aver infranto un coprifuoco di cui non erano stati informati. I palestinesi che erano riusciti a evitare l’espulsione nel 1948 inizialmente furono definiti “minoranze non ebraiche” o “arabi d’Israele”, o addirittura “i nostri arabi”.

Come scrive la storica Shira Robinson nel suo libro su quel periodo, Citizen strangers, pubblicato nel 2013, qualunque riferimento alla loro identità palestinese “sarebbe stato un richiamo indesiderato alla loro storia e cultura collettive e ai loro legami con la terra”. I leader israeliani erano determinati a trasformarli in israeliani, anche se gli negarono la piena cittadinanza e promossero quella che definivano dukiyum, la “coesistenza”. Un anno dopo il massacro di Kafr Qasim il governo militare inscenò una sulha, una cerimonia di riconciliazione in cui le famiglie delle vittime sedettero accanto ai loro oppressori (all’inizio erano stati invitati anche gli assassini). Lo scrittore israelo-palestinese Emile Habibi, deputato comunista della knesset, il parlamento israeliano, l’ha descritto come un “massacro morale ancora più feroce” del fatto in sé. Due anni dopo l’allora premier David Ben Gurion concesse la grazia ai colpevoli, assegnando a vari di loro importanti incarichi di governo.

I palestinesi cittadini d’Israele hanno subìto non solo la cancellazione ufficiale delle loro origini nazionali, ma anche le accuse di tradimento dagli arabi residenti all’estero, come se rimanere nella propria terra non fosse di per sé una forma di resistenza al sionismo. Hanno raggiunto un certo livello di “integrazione” professionale (metà dei farmacisti e un quinto dei medici d’Israele sono arabi) continuando a coltivare la loro identità di palestinesi e a respingere le tante minacce alla loro presenza. Negli ultimi anni le comunità arabe in Israele hanno dovuto fare i conti con un drammatico aumento dei reati violenti, molti dei quali legati al traffico di droga. La polizia israeliana ha per lo più ignorato il problema, perché non riguarda gli ebrei (proprio come la polizia statunitense ha spesso ignorato la violenza tra neri).

Le città miste d’Israele, dove una consistente popolazione araba vive accanto agli ebrei, molti dei quali poveri e appartenenti alla classe operaia, sono diventate focolai di tensioni intercomunitarie dopo l’arrivo dei coloni ebrei dai Territori occupati. Incoraggiati dal governo Netanyahu e dalla legge fondamentale, hanno creato delle enclave sioniste nel tentativo spudorato di far sentire gli abitanti palestinesi il più possibile fuori luogo, nella speranza di spingerli ad andarsene. Per gli abitanti di Lod, una città vicino all’aeroporto Ben Gurion dove decine di migliaia di palestinesi furono costretti all’esilio nel 1948, questa pressione non è altro che l’ultimo capitolo di una lunga campagna per cacciarli. È per questo che Tamer Nafar, un rapper di Lod, intervistato da un giornalista statunitense ha detto di non essere interessato alla “coesistenza”. “Voglio solo esistere”, ha dichiarato.

La violenza esplosa all’interno d’Israele è stata orribile, un misto caotico di pogrom e resa dei conti. È una minaccia alla delicata struttura delle relazioni araboebraiche che nessun politico in Israele può ignorare. Ma la violenza ha origine da condizioni che Israele stesso ha creato: il potere e l’arroganza del movimento dei coloni e l’alienazione e la rabbia dei giovani cittadini palestinesi che, come tutti i palestinesi, vogliono semplicemente essere liberi. Come ha scritto Mahmoud Darwish nella sua poesia Carta d’identità:

Prendi nota che prima di tutto
non odio nessuno
e neppure rubo
ma quando mi affamano
mangio la carne del mio oppressore
attento alla mia fame,
attento alla mia rabbia.

Per i palestinesi in tutto il regno dell’apartheid di Israele-Palestina, la “quiete” non è la soluzione ma il problema. Anche se gli eventi delle ultime settimane non saranno una terza intifada, sono un rifiuto collettivo di quello che il sociologo israeliano Baruch Kimmerling ha definito il “politicidio” palestinese, il “graduale ma sistematico tentativo di causare il loro annientamento in quanto entità politica e sociale indipendente”. Esprimono l’insistenza sulla loro identità condivisa di palestinesi che combattono, su diversi fronti, la stessa battaglia per uguali diritti, libertà e dignità. Lo sciopero generale del 18 maggio, che in molti hanno paragonato allo sciopero del 1936, è stato un altro segnale di rinnovata solidarietà. Questa è un’arma che l’Iron dome non è progettato per contenere.

Adam Shatz è un giornalista della London Review of Books. Ha collaborato con il New Yorker, la New York Review of Books e il New York Times Magazine. È stato corrispondente da Algeria, Palestina, Libano ed Egitto.

 

Traduzione da Internazionale n. 1411