Intifada o non Intifada: questo non è il problema!

Considerarla o meno la Terza Intifada non è importante. Ciò che rende unica l’insurrezione attuale è che i palestinesi agiscono ancora una volta all’unisono per chiedere libertà, dignità e uguaglianza

di Mahmoud Muna

Educational Bookshop, 01.06.21

Traduzione a cura di Valentina Timpani per Nena News

 

Roma, 1 giugno 2021, Nena News – Siamo onesti: il mondo è ossessionato dalla parola Intifada. Mentre tutto brucia attorno ai palestinesi, gli esperti, i politologi e i giornalisti di tutto il mondo sono occupati a discutere se l’attuale onda di insurrezioni possa essere considerata la Terza Intifada.

Conosciuta con il termine coniato nel 1987, l’Intifada fu l’insurrezione spontanea e popolare dei palestinesi che riempirono le strade per chiedere dignità e libertà dall’occupazione israeliana. La Prima Intifada finì con la firma degli Accordi di Oslo davanti alla Casa Bianca nel 1994, mentre la Seconda – più militante – Intifada inizio a settembre del 2000 dopo che Ariel Sharon fece visita, in modo molto provocatorio, a al-Haram al-Sharif – la Moschea di al-Aqsa. Entrambe le insurrezioni si presentarono sotto forma di movimenti di proteste di massa che sono durati anni.

Ho vissuto la Prima Intifada personalmente quando ero ragazzino, quando lanciare pietre e manifestare per strada bastava a costringere Israele a negoziare con quella che considerava un’organizzazione terrorista – l’OLP – accettandola alla fine come unica rappresentanza del popolo palestinese. Il mio ricordo della Seconda Intifada è più brutale e sanguinoso: l’utilizzo di armi pesanti era la nuova normalità, con i checkpoint israeliani a frammentare ulteriormente città e villaggi palestinesi, causando una devastazione e un’umiliazione mai viste prima.

Mentre scrivo queste righe, il mio popolo mette in atto un’altra protesta di massa. Nonostante sia iniziata a Gerusalemme, la protesta si sta diffondendo velocemente in tutta la geografia della Palestina storica – dal deserto del Negev alle vette di Haifa. Ma come ha fatto la situazione ad avere un’escalation così rapida in meno di quattro settimane? Anni di occupazione militare israeliana e la crescente costruzione di insediamenti hanno frammentato il sistema di governo palestinese in diverse aree geografiche. Nonostante abbiamo conservato la nostra forte identità culturale che ci unisce, la realtà sotto l’occupazione è una realtà di assoggettamento a diverse norme burocratiche e realtà amministrative del posto. Sebbene alcuni palestinesi all’interno dello Stato di Israele siano considerati cittadini dello stato, quelli in Cisgiordania – come la mia famiglia materna – sono di fatto governati dall’esercito israeliano e dalla giurisdizione dei tribunali militari, mentre i cittadini di Gaza sono ulteriormente marginalizzati e assediati. Io invece, in quanto gerosolimitano palestinese, sono a malapena un “residente” della città – non un cittadino dello stato – che gode di diritti civili molto limitati, con assolutamente nessun diritto di voto o politico.

I palestinesi scollegati gli uni dagli altri hanno lottato immensamente per conservare un progetto nazionale che avesse degli obiettivi chiari. Ma dopo anni di sfruttamento e di maggiore razzismo sotto i governi nazionalisti di estrema destra, questa settimana i palestinesi sentono rinascere il loro spirito di resistenza. Lottando insieme su diversi fronti di scontro, le parti disintegrate del nostro corpo stanno tornando insieme.

La prima manifestazione è iniziata alla Porta di Damasco a Gerusalemme: si chiedeva alla polizia israeliana di rimuovere la barriera metallica che chiudeva all’altezza della porta la piazza, il polmone della vita sociale palestinese nella Città Vecchia. Nonostante la polizia israeliana si sia rifiutata inizialmente, dopo tredici giorni di continue manifestazioni pacifiche abbiamo costretto Israele a riaprire la piazza durante i giorni festivi di Ramadan. Si trattava in questo caso di manifestanti giovani, gerosolimitani palestinesi relativamente apolitici che chiedevano l’accesso a quello spazio pubblico di Gerusalemme.

Più o meno nello stesso momento, solo un centinaio di chilometri a nord della Città Vecchia, ventotto famiglie nel quartiere di Sheikh Jarrah ricevevano l’ordine di sfratto dalle case in cui vivono dal 1956. Un’organizzazione di coloni ebrei è riuscita a convincere diversi giudici israeliani – uno dei quali è lui stesso un colono – che la terra che si trova sotto queste case in realtà è proprietà degli ebrei dal 1875, settantatre anni prima ancora che lo Stato di Israele nascesse. Molti lo hanno visto come un chiaro esempio del fatto che i tribunali israeliani sono sistemi di apartheid che manipolano la legge per creare nuove realtà sul posto. Rinvigoriti dal report di Human Rights Watch che ha riconosciuto la politica di apartheid di Israele, centinaia e poi migliaia di palestinesi si sono riversati nel quartiere in una dimostrazione di solidarietà con le famiglie e la loro battaglia legale per presentare appello e rimediare a quest’ingiustizia.

Durante il mese sacro di Ramadan, decine di migliaia di palestinesi entrano ad Al-Haram Al-Sharif ogni sera, in particolare il venerdì. Durante la ventisettesima notte di Ramadan – la più sacra di tutte: la notte in cui il Sacro Corano è disceso sul Profeta Muhammad – sono stati inutilmente schierati nella Città Vecchia migliaia di poliziotti in più e l’esercito, intensificando ulteriormente l’atmosfera già tesa del posto. Era solo questione di tempo prima che migliaia di militari prendessero d’assalto il santuario più sacro nel giorno più sacro dell’anno. Con gli stivali, le armi e l’aggressività, l’esercito ha ferito più di 150 persone, danneggiando il palazzo sacro, distruggendo barbaricamente antiche vetrate e porte di legno. Il regime di terrore israeliano ha ora oltrepassato una linea religiosa, violando un santuario e causando così ira e rabbia non solo nei palestinesi, ma in tutti i musulmani del mondo.

Abbiamo iniziato a chiederci se fosse ancora possibile contenere la rivolta crescente quando un colono israeliano – davanti agli occhi della polizia – ha sparato e ucciso un giovane uomo durante una manifestazione pacifica a Lod / Lydda, una città sotto il controllo israeliano che ha a lungo sofferto di problemi sociali, come la criminalità e l’uso di droghe, a causa della negligenza del governo. Il giorno dopo, dozzine di città all’interno dei confini israeliani dei territori del 48 hanno organizzato delle marce chiedendo il riconoscimento della responsabilità della polizia e parità di trattamento. Sfortunatamente ma non sorprendentemente, la polizia ha risposto ai palestinesi con l’aggressione, mentre ignorava i nazionalisti di destra che gridavano “Morte agli arabi” e inneggiavano a un linciaggio dei palestinesi. Quasi due milioni di palestinesi a Israele – più del 20% dei cittadini dello stato – si trovano alla fine faccia a faccia con la realtà della loro marginalizzazione. La negazione è finita, e la comunità – che si trova al di sotto degli ebrei israeliani nella gerarchia razziale dello stato – ritorna alla sua identità nazionale indigena, allineando la propria lotta per la dignità e la democrazia con quella dei palestinesi a Gerusalemme e in Cisgiordania.

Nel frattempo a Gaza, Israele attua la sua continua politica del “falciare l’erba” – simboleggiata dagli attacchi sanguinosi sulla Striscia ogni due o tre anni per far sì che questa resti povera e non sviluppata. A partire dalla scorsa settimana, l’attacco prolungato su Gaza ha reclamato le vite di più di 120 persone. Mentre Israele minaccia un’ulteriore escalation attraverso un’invasione di terra, con una piccola resistenza locale e nessuna protezione internazionale i gazawi assaliti vengono lasciati morire isolati sulle rive del Mediterraneo.

Finalmente, i palestinesi della Palestina storica fanno quadrare il cerchio. Considerarla o meno la Terza Intifada non è importante. Ciò che rende unica l’insurrezione attuale è che i palestinesi agiscono ancora una volta all’unisono per chiedere libertà, dignità e uguaglianza. L’attivismo locale e quello nazionale stanno unendo le forze; noi laici che lavoriamo tramite meccanismi legali e con il diritto internazionale uniamo le nostre forze a quelle degli attivisti religiosi che vogliono proteggere i nostri luoghi sacri. Nonostante l’Occupazione ci colpisca in modo diverso, alla fine colpisce tutti – nessuno è privilegiato, nessuno è al sicuro dall’aggressività e dal razzismo di Israele. Per Israele, il risveglio della resistenza palestinese è una minaccia; per noi questo momento rappresenta la speranza per la libertà di tutti. Solo una strada può salvare tutti dal fiume al mare: mettere fine all’occupazione, all’apartheid e all’oppressione. Nena News